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Pizzica Tarantata a Galatina 2027 - il rito del tarantismo
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 19/09/2026.
«Il Ritmo ed il Battito della Pizzica Tarantata» è la rievocazione storica dell'antico rito del tarantismo che si tiene a Galatina, in provincia di Lecce, ogni 28 e 29 giugno, nei giorni delle festività patronali in onore dei SS. Pietro e Paolo. Due o tre ragazze vestono i panni delle tarantate e ballano al ritmo della pizzica fino a cadere a terra; arrivano sui carretti alle tre antiche porte murarie della città e sostano in preghiera davanti alla Cappella di San Paolo per chiedere la grazia al Santo. La rassegna è organizzata dal Club per l'UNESCO di Galatina e della Grecia Salentina.
Il morso nei campi
Secondo una credenza popolare, il tarantismo prendeva il nome da un malefico ragno, il cui morso era ritenuto velenoso, che mordeva le sue vittime durante il lavoro nei campi, nei giorni di intensa calura estiva.
Quello che seguiva era uno stato di estrema agitazione e di delirio, che si alternava a una forma di torpore e abbattimento — altrove descritto come «forti dolori addominali, sensazione di spossatezza, frustrazione profonda». La crisi si ripeteva per anni, per molti anni, durante la bella stagione, preceduta dagli identici sintomi, liberata attraverso la danza ossessiva, in attesa del suo ritorno, dodici mesi più tardi.
L'unica terapia contro il veleno del terribile ragno era il rito coreutico-musicale, il ballo terapeutico scandito dal ritmo frenetico della pizzica e del tamburello, che poteva protrarsi anche per più giorni consecutivi.
Era un fenomeno legato quasi esclusivamente al mondo contadino e rurale, e colpiva soprattutto le donne — «emarginate fra gli emarginati, vittime di una società patriarcale e contadina che le relegava in un ruolo subalterno ed oscuro». Il ragno diventa l'espediente, il segno, la forza scatenante di una sofferenza più profonda, repressa, mai vinta.
Ernesto De Martino, che nel 1961 lo portò all'attenzione nazionale con La terra del rimorso, lo definì «una formazione religiosa minore, prevalentemente contadina, ma coinvolgente un tempo anche i ceti più elevati, caratterizzata dal simbolismo della taranta che morde e avvelena, della danza e dei colori che liberano da questo morso avvelenato». Il complesso rituale di esorcizzazione del tarantismo pone marcatamente in rilievo elementi pagani, propri del mondo antico, sincreticamente combinati con il cattolicesimo egemone, che nel corso dei tempi ha sempre tentato di inglobare nella sua sfera questo fenomeno.
Le fasi della crisi
La rappresentazione aveva inizio quando il tarantato avvertiva i segni premonitori, per lo più di tipo neurovegetativo o psichico: apparente obnubilamento dello stato di coscienza, turbe emotive. Chiedeva allora che fosse eseguita della musica e dava inizio a una danza incessante ed esasperata, che aveva lo scopo di diagnosticare il tipo di taranta che lo aveva morso — «libertina», «triste e muta», «tempestosa».
Seguiva una fase di «esplorazione cromatica» nella quale il malato è attratto da indumenti, generalmente fazzoletti, i cui colori corrispondono a quelli della taranta che lo avrebbe morso; talvolta l'attrazione si manifesta con atteggiamenti aggressivi nei confronti di persone che indossano abiti vistosamente colorati e che fanno cerchio intorno all'ammalato.
Nella terza fase, coreutica — il «ciclo coreutico bipartito», come lo definì De Martino — si alternano atteggiamenti espiatori, convulsioni epilettiformi o posture stereotipate accompagnate da apparente perdita di contatto con l'ambiente circostante, e atteggiamenti liberatori, con pantomime che simulano l'identificazione dell'ammalato con la taranta. Il rituale termina con un simbolico calpestamento della taranta, che simboleggia la «liberazione» dell'ammalato e la riuscita del rituale di esorcismo.
Perché proprio Galatina
L'apostolo Paolo sarebbe stato ospitato da un galatinese nella sua dimora, poi identificata come la «Casa di San Paolo», e per riconoscenza il Santo donò agli abitanti di Galatina l'immunità dal veleno degli animali pericolosi e il potere di guarire chi ne fosse stato colpito.
Il privilegio era ereditario e maschile: passava «al capofamiglia e ai suoi discendenti in linea maschile», che guarivano eseguendo un segno della croce sulla ferita e facendo bere l'acqua del pozzo benedetto.
La leggenda è riportata dal medico leccese Nicola Caputi nel suo libro intitolato De tarantulae anatome et morsu (Anatomia e morso della tarantola, 1741), e da lì viene l'idea che Galatina fosse un «feudo sacro», protetto dal Santo. Il culto di San Paolo compare nella storia della guarigione intorno al 1700, ed è nel Settecento che «la Chiesa tentava di dare una coloritura cristiana al tarantismo».
Il pozzo e le donne che sputavano
Il domenicano Alessandro Arcudi, nel suo testo del 1699, Anatomia degli ipocriti, scrive che per guarire servivano due cose insieme: l'intervento musicale e quello di alcune donne dotate di un privilegio particolare, che guarivano i malati sputando sulla ferita.
Quella dote era trasmessa per linea femminile e lo sputo medicinale era un'operazione propedeutica ai balli, pena l'inefficacia. Le donne ricordate dall'Arcudi sono Francesca e Polisenna Farina, le quali non avendo figlie femmine, sputarono nel pozzo per lasciare il loro privilegio e donarono alla Città di Galatina l'abitazione con l'obbligo di costruire una cappella dedicata a San Paolo.
Dietro la cappella si trova il pozzo dell'acqua miracolosa: la credenza voleva che le tarantate ne bevessero a grandi sorsate finché, durante la crisi, non rigettavano l'acqua nel pozzo stesso, simboleggiando l'espulsione definitiva del male.
La tappa finale
Le «tarantate» non erano quasi mai originarie di Galatina; arrivavano per lo più dai paesi limitrofi (come Nardò, Aradeo, Cutrofiano) e dalle zone agricole del Salento, dove il «morso» avveniva durante il duro lavoro nei campi.
La vera «terapia», il rito coreutico-musicale, iniziava nelle abitazioni private dei paesi d'origine, dove «i musicisti cercavano con tamburelli e violini la melodia giusta per far ballare la donna fino allo sfinimento». Galatina rappresentava invece la tappa finale: ogni 29 giugno, le tarantate venivano condotte in pellegrinaggio alla Cappella di San Paolo per la ratifica della grazia.
De Martino distingueva infatti due terapie: la cura domiciliare, «sessioni di pizzica che potevano durare anche giorni in cui l'orchestrina suonava a domicilio previo pagamento», e il rito nella Cappella, il 28 e il 29 giugno.
Il 28 giugno, in un cortile
La prima parte della rievocazione si tiene il 28 giugno nel tardo pomeriggio e mette in scena la «Terapia domiciliare», ispirata alle terapie svolte da Luigi Stifani — «celebre musicista-terapeuta di professione barbiere che per molti anni ha diretto le orchestrine terapeutiche» — intorno alla metà del Novecento.
Rispetto a uno spazio pubblico come una piazza, viene scelto un cortile interno per dare l'idea del contesto di intimità in cui si svolgevano le terapie domiciliari fino al Secondo dopoguerra. In scena ci sono due o tre ragazze che vestono i panni delle tarantate e una piccola orchestra composta da violino, tamburelli, armonica a fiato e voce; in un altro allestimento, nell'atrio di Palazzo Gorgoni, i musicisti sono quattro, con tamburello, violino, fisarmonica e chitarra.
La prima tarantata inizia compiendo tre giri intorno al pozzo, simbolo della purificazione ricercata, mentre scuote la testa, piange, si guarda allo specchio, grida, barcolla, cade in terra e invoca aiuto. Subito accorre un aiutante che la sorregge e la conduce ad adagiarsi delicatamente sul lenzuolo bianco steso per lei, dove sono sistemate le immagini dei santi e le zagarelle colorate. Di lato, seduta su una sedia, una bambina vestita di bianco tiene in mano l'immagine di San Paolo.
Scazzicare
Quando la tarantata appare inerte come caduta in un profondo sonno, comincia il lavoro dei musicisti: scazzicare, cioè stuzzicarla con ritmi e melodie diverse fino a trovare quella che la risvegli dallo stato di torpore.
La musica parte dal violino per crescere finché la malata non inizia a dare alcuni segnali come il battere di un arto o il girare la testa e il corpo. Trovata la melodia, il ritmo si fa incalzante e «fa ballare» la tarantata che si alza e, piangendo e urlando, si dimena a ritmo di musica, mentre prende in mano gli oggetti presenti sulla scena, corre e volteggia.
La danza cominciava in un crescendo di percussioni e di suoni, al suolo e in piedi, strisciando, mimando l'andatura del ragno, roteando il capo, tentando di arrampicarsi sulle pareti, e così per un giorno o anche più. Il ballo doveva proseguire in modo ciclico per indurre il movimento sempre più forsennato e «spurgare» il veleno del ragno attraverso il sudore, fino a ricadere in terra, stremata e libera dal veleno.
La pizzica tarantata, «detta anche Pizzica indemoniata», è una delle tre tipologie di pizzica, con la «Pizzica De Core» e la «Pizzica Scherma», o Danza delle spade.
Il 29 giugno, i carretti alle tre porte
La mattina del 29 la rievocazione esce all'aperto. Davanti alla Cappella di San Paolo un membro dell'Associazione racconta la storia del tarantismo, dalle possibili origini nel periodo magnogreco alle prime fonti cinquecentesche, fino all'indagine etnografica demartiniana e alle ultime forme attestate fino agli anni Novanta.
Vengono posizionati i carretti trainati da cavalli che da Piazza San Pietro raggiungono il punto di partenza del corteo appena fuori Porta Luce, lungo la strada che, tradizionalmente, percorrevano le tarantate e i loro familiari per giungere a Galatina. Le orchestrine accolgono i carretti presso le tre antiche porte murarie della Città — Porta Luce, Porta Cappuccini e Porta San Pietro — e tutto il centro storico è addobbato con le «zacareddhre», lunghi nastri a colori vivaci che rievocano e richiamano i colori della taranta.
Il corteo compie un giro intero dell'attigua Piazza Dante Alighieri prima di arrivare in Piazza San Pietro. Lì le tarantate scendono e vengono condotte con difficoltà, a causa delle condizioni deambulatorie ridotte dovute alla loro condizione, alla Cappella, dove sostano un po' in preghiera per chiedere la grazia al Santo.
L'orchestrina inizia a intonare la musica terapeutica ora sull'una, ora sull'altra alternandosi e risvegliando le malate, che «iniziano le loro contorsioni e i movimenti da terra, urlando e piangendo, finché tutte non si alzano e iniziano a correre per la piazza prendendo in mano i santini e le zagarelle». A rito concluso tornano nuovamente a sdraiarsi sui lenzuoli bianchi, mentre la musica si placa fino a terminare.
Le tarantate vengono poi accompagnate all'interno del chiostro Palazzo Tondi Vignola, di fianco alla Cappella di San Paolo, e sostano davanti al pozzo dove si attingeva per bere l'acqua purificatrice dal morbo.
Gli oggetti
Le zagarelle sono «strisce di stoffa colorate appese sui muri, sui balconi o sugli angoli dei palazzi». Il lenzuolo è «un comune lenzuolo domestico di cotone e di colore bianco, steso in terra dove le tarantate venivano coricate per essere poi risvegliate dal suono dell'orchestrina».
Lo specchio simboleggia l'alterità in cui la condizione di alterazione ha condotto la tarantata, la quale specchiandosi poteva riconoscersi; la bacinella d'acqua è «simbolo del luogo domestico e della purificazione». Tra le spezie e gli aromi i più utilizzati sono il rosmarino e il basilico, a ricordare come le tarantate venivano fatte rinvenire dallo stato di torpore in cui potevano versare attraverso il forte e familiare odore di tali spezie.
La spada è di tipo «striscia», con lama a doppio taglio sottile e con elsa pronunciata. L'immagine grande di San Paolo è un'icona comunemente presente all'interno delle case contadine locali, raffigurante il Santo che tiene in mano la spada e il libro del Vangelo e con sullo sfondo la Basilica di San Pietro di Roma.
Quello che il museo conserva
Il museo custodisce le foto di Giovanni Valentini, un'antologia di scritti sull'argomento dal 1300 al 1900 curata dalla dottoressa Loredana Viola, i quadri dell'artista Luigi Caiuli e la pubblicazione della prima tesi di laurea (1906) scritta da Francesco De Raho, Il tarantolismo nella superstizione e nella scienza.
La Notte de Santu Paulu
Verso mezzanotte, all'arrivo dei carretti con le tarantate, in Piazza San Pietro si celebra «La Notte de Santu Paulu», con il raduno spontaneo di tamburellisti e suonatori provenienti dalla Provincia e da tutta la Regione.
Da malattia a patrimonio
Il tarantismo, «un tempo diffuso in tutta la Puglia e nell'area del Mediterraneo (Sardegna, Grecia, Spagna, Marocco e Turchia)», si è ormai estinto da alcuni decenni.
La cappella fu in seguito sconsacrata proprio a causa della natura incontrollabile di queste manifestazioni, ma resta oggi il simbolo di questo incontro tra fede e memoria popolare, e la Cappella di San Paolo rimane il luogo simbolo per eccellenza del culto.
Con la scomparsa dei riti terapeutici e il radicale cambiamento delle condizioni sociali delle campagne, il tarantismo si è spogliato della sua funzione medica per diventare un patrimonio culturale e identitario. La rassegna è organizzata con l'intento di rivalutare e far conoscere il tarantismo come bene immateriale attraverso le fonti storiche, gli studi, i filmati, le foto, le testimonianze e la rievocazione dell'antico rito, al fine di evitare la dispersione di un patrimonio ricco di credenze, leggende e riti.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa a Galatina è facilissimo. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Galatina a un passo dal centro, 900 metri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Copertino, e da lì restano 7,7 chilometri e 8 minuti.
Altre feste in provincia di Lecce
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Corteo storico Acaya a Vernole — agosto
- Corteo Storico Madonna della Neve a Copertino — agosto
- Danza delle Spade a Ruffano — agosto