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Le Rocche Raccontano a Ferentillo 2027 - Quattordici quadri viventi dai Naharki alla Grande Guerra
Fonte: comune.ferentillo.tr.it, letta il 21/09/2026.
Le Rocche Raccontano è la rievocazione storica di Ferentillo, in provincia di Terni: per dieci giorni d'agosto quasi cinquecento «costumanti» mettono in scena quattordici quadri viventi lungo le vie dei borghi di Precetto e Matterella. È un viaggio nei secoli che parte dall'antica civiltà umbro-sabina dei Naharki e arriva alla Grande Guerra del 1915/18, passando per la fondazione longobarda ed eremitica dell'Abbazia di San Pietro in Valle, la Santa Inquisizione e il rogo della strega, il miracolo della peste di San Sebastiano. A organizzarla è la Pro Loco di Ferentillo in onore del patrono San Sebastiano.
Un set cinematografico fra due rocche
La Pro Loco la presenta come la rievocazione storica più grande della Valnerina; tratta della storia del paese di Ferentillo dalle origini ai giorni nostri. Il percorso è itinerante e si compone di quattordici scene, quattordici momenti storici, miniscene teatrali realizzate da quasi cinquecento «costumanti» che vestono i panni delle figure più diverse della storia ferentillese.
L'itinerario attraversa i centri storici di Precetto e Matterella: si parte da piazza Vittorio di Precetto e si arriva a largo Furio Miselli. Sopra, a fare da sfondo, ci sono le due rocche che da secoli sovrastano il piccolo borgo umbro, sorvegliano l'ingresso della Valnerina e difendono l'abbazia di San Pietro in Valle. Il paese si trasforma in un vero e proprio set cinematografico, con scenografie curatissime in ogni angolo, e il rintocco a festa del campanile annuncia l'apertura dell'ingresso ai quadri viventi.
A idearla è stato il regista Vanio Amici, dopo una ricerca attenta degli avvenimenti più importanti, come ricorda la sindaca Elisabetta Cascelli; il grande spettacolo dal vivo è diretto da Graziano Sirci, e l'organizzazione è della Pro Loco, presieduta da Alessandro Barbonari, in onore del patrono San Sebastiano.
C'è poi una voce che accompagna tutto il viaggio, e ha un cognome che molti riconoscono. La registrazione della voce narrante è a cura di Davide Capone, figlio di Claudio Capone, la voce di Superquark, ed è la voce delle Rocche Raccontano dal 1992 a oggi. Ai costumanti si affiancano attori veri, della scuola «Beautiful Act — Officina dello Spettacolo di Barbara Cinaglia».
Partecipa il paese intero: chi sfila in corteo, chi allestisce le scenografie dei quadri, chi li anima. I figuranti provano i costumi d'epoca, le donne rispolverano le ricette di famiglia, e alle centinaia di volontari ferentillesi se ne aggiungono altrettanti da Terni, Spoleto, Scheggino, Arrone, Montefranco, Piediluco e Polino.
Un quadro, infine, non ha nessun figurante. È il quindicesimo, pensato come una mostra fotografica di Ferentillo e dei ferentillesi dagli anni Cinquanta a oggi.
I Naharki e i due eremiti nella grotta
I Naharki, antico popolo dell'Italia centrale, vivevano nella valle del Nera oltre duemila anni fa, abitavano in castellieri d'altura ed eccellevano nella lavorazione del bronzo, con cui facevano utensili, gioielli, armi e oggetti votivi; avevano tecniche avanzate di agricoltura, pastorizia e artigianato. La loro religione era centrata su divinità pagane, con offerte e sacrifici nei templi, e il rispetto per i defunti si vede nelle sepolture, arricchite con beni materiali.
Poi arrivano due uomini soli. Nel VI secolo due eremiti siriaci, Lazzaro e Giovanni, perseguitati nella loro terra, si rifugiarono in una grotta nei pressi del Monte Solenne, dove condussero una vita di preghiera e meditazione; dopo la morte di Giovanni, Lazzaro ricevette conforto da un angelo.
Quella grotta diventò un'abbazia per via di un sogno. Faroaldo II, duca di Spoleto, ricevette in sogno l'invito di San Pietro a costruire un monastero nel luogo dove avrebbe incontrato un eremita di nome Lazzaro: l'incontro avvenne in Valnerina, e seguendo la visione nacque l'Abbazia di San Pietro in Valle.
Il monachesimo, in quella valle, si manifestò prima in forma eremitica, con individui isolati in grotte come Lazzaro e Giovanni, e poi in forme di vita comunitaria, culminate nel VI secolo con San Benedetto e la sua regola «Ora et Labora». In parallelo sorse il monachesimo femminile, come nel convento di Santa Caterina a Sambucheto.
Quelli di Ferento
Il nome del paese è il ricordo di una città che non c'è più. Ferentillo prende il nome da Ferento, città distrutta nel 1173 a causa dell'eresia catara: i superstiti si rifugiarono più a nord e furono accolti dai monaci dell'abbazia, e i locali iniziarono a chiamarli «Ferentum-illi», ovvero «quelli di Ferento».
Da lì la storia del borgo resta legata all'abbazia, e non è una storia pacifica. Nel 1217 la Rocca di Sacrato fu affidata all'abate, unendosi a quella più antica di Matterella, e il feudo — composto da vari castelli sorti a difesa dell'abbazia — fu teatro di continue ribellioni e violenze, spesso alimentate dagli stessi monaci. Dopo l'assassinio di un abate, nel 1300 Papa Bonifacio VIII tolse all'abbazia la giurisdizione sul territorio e la affidò al Capitolo Lateranense; la pace fu ristabilita solo con il passaggio del feudo all'amministrazione pontificia.
I Cybo, le botteghe e il rogo
Nel 1484 il feudo passò alla famiglia Cybo, e cominciò un periodo di grande sviluppo culturale e politico. Sotto il principe Alberico Cybo Malaspina Ferentillo divenne uno stato autonomo, con proprie leggi e statuti, indipendente da autorità ecclesiastiche e spoletine. Il 3 maggio 1601, con l'accordo delle famiglie locali, venne istituito ufficialmente il nome «Ferentillo» e adottato uno stemma con due gigli, due chiavi e la scritta «fede» alla base.
Accanto al Palazzo dei Nobili, però, la quotidianità del popolo era fatta solo di fatica e sacrificio. Fra botteghe di fabbri e falegnami, le donne tessevano nelle buie serate d'inverno alla luce dei lumi a olio, mentre gli anziani, il volto illuminato dalla fiamma, raccontavano storie di giovinezza. Il tempo libero per gli uomini quasi non esisteva: ci si ritrovava la sera in bettola per un bicchiere di vino, chiacchierando di caccia, di raccolti e di quel signorotto che, uscendo dal palazzo, si era degnato di rivolgere uno sguardo a chi lo serviva da sempre.
E c'era una scena che spegneva la quiete. Al centro della piazza veniva preparato un palco per il rogo di una donna accusata di stregoneria, e la folla accorreva all'arrivo della gabbia che accompagnava la sventurata. Il corteo era guidato da una processione di monaci e monache scortati dagli armigeri; la condannata seguiva un frate che sorreggeva una croce, mentre il Vescovo, il Vicario del Santo Uffizio e il generale dell'inquisizione attendevano l'inizio del cerimoniale. Tutto si svolgeva alla presenza di un notaio, abitus et vocatus dal Vicario del Santo Uffizio.
La peste, e il santo che la fermò
Nel 1657 Ferentillo fu devastata da una violenta epidemia di peste, che si diffuse rapidamente trasformandosi in un vero flagello. La popolazione cercò riparo e cure in un lazzaretto istituito fuori dalle mura del borgo, dove i cosiddetti «medici della peste» tentavano di arginare il morbo, e i morti, numerosi, venivano bruciati lontano dall'abitato per evitare altri contagi.
In quel clima la gente si aggrappò alla fede e portò per le vie del paese la statua di San Sebastiano, invocandone l'intercessione. Secondo la tradizione, proprio dopo quella preghiera collettiva il santo apparve e fermò la diffusione della malattia: i bubboni sparirono dai corpi, l'aria divenne di nuovo respirabile e la vita nel borgo tornò alla normalità. Il popolo, riconoscente, vide in lui non solo il salvatore dei corpi ma anche il purificatore delle anime, e da quel momento lo scelse come patrono.
Quella processione si rinnova ancora oggi, in costume. Gli Appestati sfilano in onore del santo accompagnati dalla Banda Musicale «F. Miselli», dal Gruppo Tamburini e dal Gruppo Campanari di Ferentillo.
Le campane tolte e l'oca sul banchetto
Nel 1796 l'arrivo dell'esercito napoleonico guidato dal colonnello Tursky, diretto verso Roma, sconvolse la quiete delle vallate di Ferentillo, terra dedita all'agricoltura e alla preghiera. I ferentillesi, allertati dal suono delle campane, tentarono una resistenza, ma furono rapidamente sconfitti e costretti a rifugiarsi al passo del Salto del Cieco, da dove continuarono a pianificare rivolte.
Tursky ordinò la rimozione delle campane da tutte le chiese, accusandole di incitare alla rivolta anziché alla preghiera, e fu innalzato l'albero della libertà, con l'instaurarsi della Repubblica Romana. L'occupazione durò poco: entro il 1799 le truppe francesi, logorate dalla mancanza di rifornimenti, si ritirarono, e il 3 agosto i ferentillesi scesero dalle montagne pronti a combattere, ma trovarono solo un esercito in fuga.
Nel 1816 Ferentillo ottenne lo status di dogana, come tutti i valichi di confine con il Regno di Napoli e il Granducato di Toscana: si pagavano gabelle e pedaggi sulle merci in transito, alla dogana era annessa una stazione di posta con locanda e foresteria dove viaggiatori e cavalli trovavano ristoro, e i messi dello Stato Pontificio arrivavano periodicamente da Roma per riscuotere i tributi.
Le grandi fiere del 1800 erano momenti di gioia e convivialità che segnavano la fine delle preoccupazioni legate alla sopravvivenza quotidiana, con la vendita di prodotti artigianali e degli animali allevati durante l'inverno. La più importante si tenne il 17 dicembre 1860, per l'annessione al Regno d'Italia e la proclamazione a Comune Libero; ogni anno il paese celebrava con fiere anche Santo Stefano, San Magno e San Sebastiano, il patrono, festeggiato il 20 agosto.
Il quadro della trebbiatura porta il cibo e il ballo. Finito il lavoro tutti insieme intonavano un canto, quasi una preghiera di ringraziamento per le messi raccolte, e i padroni offrivano ai coloni il grande pranzo di chiusura: la grassa oca troneggiava sul banchetto imbandito nell'aia, fra fiumi di vino, risate e allegria, e si finiva con la danza al suono delle fisarmoniche, con l'allegro «saltarello» che gli anziani ballavano insegnandolo ai giovani, mentre i bambini correvano in piena euforia fra le coppie.
Il viaggio arriva fino all'inaugurazione della Tramvia Terni-Ferentillo del 1909 e alla Grande Guerra del 1915/1918, e per strada tocca anche il brigantaggio della Valnerina, il tesoro nascosto dei Templari e il passaggio di Giuseppe Garibaldi.
Dieci giorni intorno ai quadri
Intorno alle scene c'è il resto della festa. Si apre con un musical, «Le Rocche Horror Musical», che porta il grande teatro in piazza, e nei giorni si susseguono un omaggio a De André e la Notte Bianca tra le Rocche. La serata finale ha un corteo storico dei secoli, la premiazione del miglior quadro vivente a piazza Miselli e, dal campanile della Collegiata, uno spettacolo pirotecnico con la pioggia di stelle.
Il paese si riempie di gruppi musicali, artisti di strada, punti ristoro con prodotti tipici, cibo di strada, birra artigianale, bancarelle di artigianato e un'area con i gonfiabili per i bambini. Nelle piazze e nelle vie principali — largo Furio Miselli, piazza Garibaldi, via della Vittoria e via Emilia — si alternano concerti di ogni genere, dal rock'n'roll anni Cinquanta al reggae, al jazz, allo swing, al latino-americano e alla musica italiana d'autore, fino ai canti folk dei Cantori della Valnerina. Nei giorni restanti ci sono musica classica con l'Hermans Festival e la Banda «Furio Miselli», conferenze sul brigantaggio, presentazioni di libri sull'Umbria nascosta, visite guidate ai tesori ferentillesi, mostre di pittura e cene di beneficenza.
La Taverna delle Rocche resta aperta per tutta la manifestazione con tartufo, pasta fatta a mano, olio extravergine, agrumato alla Melangola, birra artigianale e vino della Valnerina, e chi arriva nel borgo ci va soprattutto per i picchiettini al tartufo e gli spiedini di pecora.
Come arrivare alla festa
Le Rocche Raccontano a Ferentillo si raggiungono con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Marmore, a 16 chilometri da Ferentillo, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Valnerina ha davanti un percorso di 14 chilometri che in 17 minuti porta a destinazione.
Nello stesso periodo, poco lontano
Nella stessa provincia, altre feste da mettere in calendario.
- Palio dell'Assunta a Lugnano in Teverina — agosto
- Festa di San Bernardino a Montefranco — maggio
- Corteo Storico e Gara del carro a Monteleone d'Orvieto — agosto