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Su Prugadoriu a Seui 2026 - Le offerte po is animas
Dal 31 ottobre al 2 novembre, a Seui — paese montano della Barbagia di Seulo, in Sardegna —, si rinnova la tradizione, e la sera del 31 i bambini escono con le lanterne. «Portando lanterne e recitando la domanda "nos donare is animas?", percorrono le vie del paese chiedendo offerte per le anime del purgatorio»: non chiedono per sé, chiedono per i morti. È questo il cuore di Su Prugadoriu, che «significa letteralmente "per le anime" — po is animas».
Po is animas, per le anime
Il nome viene dal purgatorio: per lo slittamento delle sillabe iniziali, pur diventa pru — il terzo stato, quello del purgatorio.
«Antichissima festività legata al culto delle anime, Su Prugadoriu trova nella questua alimentare la sua espressione più autentica». E l'obiettivo, dichiarato, è pratico quanto spirituale: la questua serve «per alleviare le pene delle anime del Purgatorio».
Chi lo pratica lo descrive come uno scambio fra due mondi: i bambini rinnovano «un gesto di condivisione che attraversa i secoli e unisce i vivi e i defunti in un unico abbraccio di comunità», e il rito «vuole stringere un patto di mutuo soccorso tra vivi e morti per esorcizzare la paura».
La notte in cui le anime tornano
Il momento è preciso. «Secondo la tradizione popolare, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre, le anime del purgatorio violerebbero, dal tramonto all'alba, il confine tra il mondo delle ombre e quello dei vivi, a cercare conforto o chissà, forse, indurre alcuni a seguirle oltre il limite della vita terrena.»
È «la notte di fine ottobre quando i regni della luce e delle tenebre si congiungono e permettono alle anime dei defunti, aperte le porte del Purgatorio, di far ritorno nei luoghi ai quali erano legati e di vagare tra i vivi». Da qui nasce tutto il resto: il rito, dicono a Seui, è «nato per esorcizzare le inquietudini legate al mistero dell'aldilà».
Alla base c'è una convinzione pratica quanto la questua: si diceva che a ogni preghiera, come il Miserere, corrispondessero sette anni di sconto di pena per le anime purganti — invocazioni che Giampaolo Desogus registrò quarant'anni fa nella Casa della Magia di Seui. Per lo stesso motivo, un tempo, si veniva chiamati al capezzale del defunto a tributargli preghiere salvifiche.
Lanterne, volti anneriti e sacchi bianchi
Come si presentano i bambini, ciascun racconto lo dice con un dettaglio in più. Girano «nell'oscurità, con il solo ausilio della luce fioca delle lanterne»; «all'imbrunire, con i volti anneriti, percorrono le vie del paese bussando alle porte per chiedere un'offerta per "is animas"»; e secondo un'altra fonte «indossano una veste bianca con sacco in spalla e intonano la litania "seus benius po is animeddas" (siamo venuti per le piccole anime)».
Anche il sacco ha un significato: un tempo era «una sacca bianca della farina, per simboleggiare purezza, innocenza e fertilità».
La divisione dei compiti era netta: «il compito dei più piccoli, all'imbrunire, era di correre di porta in porta a cercare offerte per le anime, mentre agli adulti spettava di propiziare pace ai trapassati attraverso un altro simbolo eterno, il dono, perlopiù di frutti e qualche dolce.»
Pane 'e sapa, melagrane e monetine
Che cosa si riceve è cambiato nel tempo: «il dono un tempo erano pane 'e sapa, arance, melagrane e mandorle; oggi caramelle, biscotti e cioccolatini.» Un'altra elenca i dolci dell'autunno sardo — «papassinos», «ossus de mortu», «pani 'e sapa» — «a cui venivano aggiunti melograni, castagne e frutta secca».
E c'era un gesto che spiegava tutto: i bambini «venivano chiamati dai parenti che, premiandoli con fichi secchi, mandorle, nocciole e piccole monete, si sdebitavano a nome del defunto».
Una zucca lanciata dal balcone
La manifestazione ha una chiusura che a Seui aspettano tutti: «si chiude con il tradizionale lancio di una enorme zucca piena di dolciumi, frutta secca, monetine, lanciata da un balcone del secondo piano in via Roma.»
Anche la zucca, qui, ha un nome suo: al posto della «Jack O'Lantern», «in Sardegna la zucca diventa sa conca 'e mortu».
S'attitu, il pianto cantato
Accanto alla questua dei bambini, la manifestazione ripropone un rito degli adulti che non si pratica più: «s'attitu», «il pianto cantato per il commiato dal defunto». Il progetto che lo riprende è dedicato «alla riscoperta di s'attitidu: dei suoi suoni, delle parole e dei gesti che un tempo commuovevano e univano le persone durante le veglie mortuarie, oggi non più praticate».
Perché servisse, lo spiegano bene gli organizzatori: «questo rito antico offriva una fruizione concreta dell'esperienza del dolore: ne favoriva l'espressione, induceva alla riflessione, consolidava i legami amicali e familiari.» Oggi si ripropone come «un rito sul rito», per far rivivere quelle emozioni.
Nelle stesse giornate sfilano le maschere tradizionali, a cominciare da quella di Seui, «S'Urtzu e sa Mamulada» — che nella giornata conclusiva è portata dal gruppo dei bambini —, insieme a Is Janas e Is Cogas e ad altre maschere invitate dall'isola.
Non è Halloween
Su questo vale la pena essere chiari: «un gioco per i piccoli, un rito per gli avi che nulla ha a che fare con Halloween. Nulla di spaventoso»; «non è un gioco spaventoso, ma un momento di fede e comunione, lontano dall'immaginario di Halloween e dalle sue maschere.»
C'è anche un argomento storico: «a differenza di quanto avviene in molti centri italiani ed europei, dove la pratica di commemorare i morti è stata importata direttamente dalla tradizione anglosassone, l'origine della "festa delle anime" in Sardegna è avvolta nel mistero della storia», e «sembra che i nostri antenati festeggiassero questa ricorrenza prima ancora di entrare in contatto con la versione celtica e anglosassone di Halloween».
Del resto la notte non è solo dei bambini. Nelle case si prepara «la "cena delle anime", che prevede il rituale di tavola e cibo imbanditi nella notte che precede Ognissanti»: si lascia la tavola apparecchiata perché i defunti possano tornare fino all'alba, e «secondo la credenza popolare non si dovevano mettere né forchette né coltelli nel corredo per il pasto dei defunti, per paura che le anime più agitate potessero usarle come armi». È un'abitudine che sopravvive nei gesti: quando a tavola avanza un coperto, «è l'anziano della casa ad esortare a non togliere i coperti eccedenti».
La manifestazione come si vede oggi, però, è recente: «la prima edizione di Su Prugadoriu è datata 1996 e nacque dall'idea di un gruppo di amici», e da allora è organizzata dal Comune di Seui con l'Associazione Su Prugadoriu. Chi la fa la descrive così: «non è soltanto una rievocazione, ma un atto di resistenza culturale, un modo per custodire l'identità di Seui e della Sardegna profonda di fronte alla modernità e alla globalizzazione.»
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa a Seui è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Seui si trova a 800 metri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Villanova Strisaili dista 46 chilometri, cioè 44 minuti di strada.
Nei paesi vicini
Chi si trova da queste parti trova anche queste.
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