Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Maschere » Friuli-Venezia Giulia

Maschere · Friuli-Venezia Giulia

Blumari a Pulfero - La veste deve restare candida

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

A Pulfero, in provincia di Udine, in Friuli-Venezia Giulia, c'è un solo modo di fallire, e si vede da lontano: cadere. «Il superamento della prova: mantenere candida la veste, non essere pertanto mai caduto, ed essere giunto al termine della corsa.» I blumari corrono vestiti di bianco per un intero pomeriggio d'inverno, su neve e ghiaccio, e alla fine il loro abito dice a tutti se ce l'hanno fatta.

Montefosca, la frazione più remota

La festa porta il nome di un comune e si celebra in una sua frazione. Il comune è Pulfero, ma «il rituale dei blumari si ripete come ogni anno a Montefosca, la più remota ed isolata frazione montana del comune di Pulfero nell'alta val Natisone», insieme alla vicina borgata di Paceida.

È quel che resta di qualcosa di più grande: «ultima traccia rimasta di un carnevale assai più complesso e completo», che sopravvive «nonostante il continuo spopolamento». Fra i carnevali ancora vivi nel comune «è forse quello apparentemente più semplice, ma tra i più suggestivi» — e «quando vedete un Blumar correre verso di voi, sappiate che state guardando l'ultima delle maschere tradizionali del carnevale di Montefosca».

Tutto questo appartiene a una tradizione più ampia: il Pust, «una delle tradizioni più singolari dei carnevali alpini», diffuso in tutte le Valli del Natisone — ogni comunità con le proprie maschere — e «un rito che è anche transfrontaliero».

Bianco, campanacci e un albero in testa

Il costume è preciso al dettaglio. «Giacca e pantaloni bianchi, calzettoni bianchi di lana, scarpe nere» — scarpette di velluto, gli zeki —, tre campanacci legati con un intricato nodo di corde, e in mano l'alpenstock, il bastone che aiuta la marcia e «sul quale i blumari saltano quando fanno i loro gesti rituali». I campanacci si portano legati addosso: «tre campanacci da legare sulla schiena con un intricato nodo di corde», oppure «intorno alla vita», e nella vestizione sono «i padri e i nonni che legano i campanacci alle spalle dei giovani».

La cosa che si vede per prima, però, è il copricapo: «un cappello di paglia dalla cui calotta si innalza una specie di lungo stelo da cui altri steli si dipartono a cascata, il tutto ornato con strisce di carta variopinte, e che rassomiglia ad un albero fiorito.» Gli steli sono «d'erbe intrecciate opportunamente con tante biforcazioni», con ciuffi di carta crespa colorata alle estremità: nappe che «ricordano dei fiori che ondeggiano al vento».

«Montare il costume dei Blumarji è un atto rituale vero, non una scena: la vestizione avviene in forma collettiva, con i padri e i nonni che legano i campanacci alle spalle dei giovani, verificando che il copricapo non cada durante la corsa.»

Blume, il fiore tedesco

Il nome viene proprio da lì, dai fiori di carta: «non per niente il nome blumari sembra derivi da "Blume", fiore in lingua tedesca». È l'etimologia corrente, e si ripete sempre con la stessa cautela — «sembra», «non dovrebbe sorprendere» —, e che si accorda con l'albero fiorito che i blumari portano in testa nel mezzo dell'inverno.

Un giro per ogni blumaro

Percorreranno nel pomeriggio, fino al tramonto del sole, un itinerario prefissato, da sempre lo stesso, che attraversa e racchiude le due frazioni vicine di Paceida e Montefosca un numero di volte tante quante sono le maschere dei blumari. Se sono sette, sette giri; se sono nove, nove.

Il gruppo è rigorosamente dispari, e sul numero vale una regola d'uso: «si usa dire che sette sarebbe il numero giusto», e «a memoria d'uomo» non se ne sono mai contati meno di tre — o meno di 5, secondo un'altra — né più di undici.

Non si corre su una pista: «corrono lungo le mulattiere che collegavano i borghi quando la strada non esisteva», oggi «su terreni asfaltati, sterrati, in pendenza e, in base all'annata, coperti di neve e ghiaccio».

La prova: non cadere mai

Le regole sono rigide, e disegnano «lo svolgersi di un vero e proprio rito di iniziazione, ancor prima e ancor più che di propiziazione». Lo schema è scolastico: gli officianti sono «giovani maschi, non sposati (gli "iniziandi")»; la prova sono «i chilometri di corsa continua che normalmente si svolge sulla neve e sul ghiaccio», ancora più duri quando «fino a qualche tempo fa venivano posti sul percorso ostacoli più o meno improvvisi da superare».

E il verdetto sta tutto nell'abito: «impassibile testimone di ogni caduta è il candore delle vesti: basta veramente poco per sporcarle». Chi arriva in fondo senza cadere e con la veste intatta ha superato la prova — «non è retorica folcloristica: è il passaggio dall'infanzia a una forma di età adulta riconosciuta dalla comunità». A Montefosca lo si dice con prudenza — «chissà, magari questa festa non è altro che il ricordo di un antico rito di iniziazione» — ma le regole parlano da sole.

Un tempo i giovani correvano «tutto il pomeriggio del martedì grasso»; oggi la corsa «si svolge alla fine del carnevale, l'ultima domenica». Un tempo, mentre i giovani correvano, «un altro gruppo di maschere passava di casa in casa questuando».

Il risveglio della terra

Il senso della corsa si dice sempre con le stesse parole: «risvegliare la terra dopo il lungo sonno invernale». I blumari «devono risvegliare la terra con la propria corsa e con il suono delle campane», e i campanacci hanno un compito loro: «allontanano l'inverno e i malanni con il loro suono». Corrono «come se dovessero svegliare la terra con i piedi e con il suono».

Una cosa però è cambiata, ed è recente. La tradizione vuole che a vestire i panni dei blumari siano solo uomini non sposati, «in età da marito»; ma «oggi corrono tutti: bambini, ragazzi e adulti. Lo spopolamento ha unito le forze e la corsa è diventata intergenerazionale, conferendo nuove forme a una tradizione che continua a emozionare.»

Resta il significato di fondo, difeso con nettezza: il Pust «non è una festa per sorridere», non è «allegria superficiale»: «è un rito di resistenza cognitiva». «La paura della fame, del freddo, della solitudine è stata il substrato emotivo di queste valli per generazioni. Il carnevale non nega tutto questo — lo manifesta apertamente… e poi, attraverso il rito ripetuto annualmente, insegna che la primavera arriva comunque.»

Da leggere