Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Maschere » Friuli-Venezia Giulia

Maschere · Friuli-Venezia Giulia

Pust a Pulfero - Le tenaglie di legno che scattano verso la folla

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Pust è il Carnevale delle Valli del Natisone, in provincia di Udine, al confine con la Slovenia, e si celebra a Pulfero e nei paesi vicini fra febbraio e marzo. La maschera si annuncia con un rumore e con un gesto. Il rumore sono i campanacci legati in vita; il gesto sono le kliešče, tenaglie di legno estensibili che scattano e si allungano all'improvviso verso chi guarda. Chi le porta è il pust, e il suo mestiere non è divertire: è mettere disordine.

Stracci colorati cuciti su un lato solo

Il pust «è una figura tradizionale del carnevale valligiano che veste pantaloni e giacca ricoperti di stracci colorati e un cappello anch'esso ricoperto di stracci», e quel vestito ha una ragione: nell'antica tradizione il pust rappresentava l'arrivo della primavera.

Il costume si confeziona ancora in casa, e il modo è preciso: vengono ritagliate tante striscioline sottili da stoffe colorate e fantasiose, poi assemblate su un abito neutro cucendole su un lato, mentre l'altro rimane svolazzante. Si formano così tanti cerchi o giri di stoffa che arricchiscono l'abito; allo stesso modo si compone il cappello, fino a coprire quasi tutto il corpo lasciando intravedere solo parte del viso. A Rodda i pustje aggiungono il volto annerito dalla fuliggine, e la figura centrale porta un alto copricapo a forma di corno.

Il nome dice già tutto: nella lingua locale slovena il Carnevale delle Valli del Natisone si chiama Pust, «letteralmente scherzo», e pust si chiamano anche le maschere.

Che cosa succede quando entrano in casa

Il pustič, con il costume di colorate striscioline di stoffa e le kliešče, ha lo scopo di disturbare e mettere a soqquadro nelle case in cui fa visita. Le tenaglie non sono un ornamento: allungandosi di colpo afferrano le gambe delle donzelle, e la fantasia dei guai è documentata — si sparge per il giardino la legna delle cataste, si appendono gli ombrelli alle imposte del piano superiore.

I pustje di Rodda, a differenza dei Blumarji di Montefosca, possono entrare nelle case: bevono, raccolgono doni, ma non possono parlare. Sono brutte per definizione, appartengono alla categoria delle te grde, i brutti. E le tavole imbandite di prodotti tipici come struchi e gubana sono il segno che la visita è gradita, per quanto se ne conosca il carattere.

Il disordine, del resto, ha una funzione pratica oltre che simbolica: mettere sottosopra la casa «incentiva i proprietari a pulire e rinnovare la casa per la primavera e la Pasqua imminenti».

Il diavolo, l'angelo, i brutti e le belle

Il diavolo è lo zluodij: tutto nero, la maschera lignea con due grandi corna, la temibile forca e una robusta catena con la quale l'arcangelo Michele tenta di tenerlo a bada — a Rodda provoca danni con la forca mentre l'angelo lo trattiene con scarsi risultati, e ogni tanto si diverte a distruggere le cataste di legna. Il buono è l'agnulaz, che ha le sembianze di un angioletto: lunga tunica bianca, un paio d'ali sulle spalle, l'aureola e i riccioli biondi.

Accanto ai brutti arrivano, inevitabilmente, le te lepe — i belli — con gonne colorate e cappelli decorati di fiori di carta fatti a mano. Il dualismo è arcaico e assoluto: il brutto che scaccia l'inverno, il bello che accoglie la primavera.

Ogni paese la sua maschera

La tradizione resta comune a tutte le valli, ma ogni paese ci mette la sua figura. A Mersino ci sono il gallo e la gallina giganti e le te liepe con i cappellini ornati da fiori e nastri; il gallo, il petelin, è simbolo di fertilità e rinascita, e il suo carnevale è considerato uno dei più antichi e rappresentativi dell'area, una mascherata rituale legata al calendario agrario. A Stregna si portano maschere facciali in latta, lavorate con una tecnica che richiede competenze specifiche e una memoria tecnica rara: mentre le maschere di legno intagliato si vedono ovunque in montagna, quelle in latta rimangono più enigmatiche, quasi custodite. A Clodig di Grimacco le maschere si costruiscono intrecciando i vimini, e riproducono non solo persone ma anche animali — il cane, l'oca, la gallina — davanti alle figure del Carnevale e della Morte.

Da Masarolis, nel vicino comune di Torreano, arriva una coppia di figure fisse: il «Te Crisnast», quello della Croce, rappresenta il bene, la primavera e la rinascita, veste bianco con una pelle di pecora sulle spalle, due file di campanacci sulla schiena e un copricapo alto un metro ricoperto da una cascata di striscioline multicolori; armato di bastone, caccia il «Te Cosnast», quello della pelle, che è il male, l'inverno e la morte — vestiti scuri, pelliccia nera, campanacci e una calza piena di cenere con cui intimorisce la gente. Li accompagnano le Minke, maschere femminili con la scopa in mano per pulire e purificare il percorso, dal viso orripilante, e le «Ta Lepi», che portano il cesto e raccolgono i doni.

Da Canebola di Faedis vengono la «Curla», donna brutta e vecchia con i campanacci fissati da un'imbracatura simile a una gerla, e il «Gobbo», che deve il nome alla curva della schiena, fatta con il fieno. Da Montemaggiore di Savogna i «Te Gardi», i brutti, e i «Te Liepi», i belli, insieme al «Berac» che raccoglie i doni e a una figura del tutto peculiare: la donna che porta il marito nella gerla, in dialetto «baba, ki nose moza tu kosi».

Da Montefosca, la frazione più remota del comune di Pulfero, arrivano invece i blumarji, che non entrano nelle case. Sono vestiti completamente di bianco a rappresentare il manto invernale; sulla testa portano il klabuk, un alto copricapo di paglia intrecciato a mano a forma di albero stilizzato, dai cui rami pendono ciuffi di nastri colorati come fossero fiori; in mano hanno il bastone, il pistok, sulla schiena i campanacci, gli zuoni, legati con un particolare intreccio di corda, e ai piedi, sopra i calzettoni di lana grezza fatti a mano, i neri zekì. Il nome viene da «blumen», fiore. Corrono lungo un itinerario circolare, da sempre lo stesso, che racchiude le frazioni di Montefosca e Paceida: il gruppo è sempre in numero dispari e compie il percorso tante volte quante sono le maschere che lo compongono, fermandosi ogni tanto per disporsi in cerchio, con uno di loro al centro, e saltellare tutti insieme come in un'antica danza rituale.

In catene fino al pignarul

C'è un appuntamento che precede di settimane il carnevale vero e proprio, e ribalta la scena: alla vigilia dell'Epifania, dopo la benedizione dell'acqua e del fuoco, il Pust viene trascinato in catene per le vie del paese sino al pignarul, davanti al quale viene liberato.

Nei giorni di carnevale, poi, il Pust passa per le case accompagnato dal diavolo e dall'angelo, che assieme mettono sottosopra la casa per ricordare che l'inverno sta per finire e che sono da fare le dovute pulizie di primavera. È il carnevale nella sua radice medievale più profonda: l'unico periodo dell'anno in cui poter fare tutto ciò che non è moralmente, socialmente e magari anche legalmente permesso.

Il raduno nel fondovalle, e chi tiene in piedi tutto questo

Da diversi anni i gruppi mascherati di tutte le Valli si riuniscono nel fondovalle per una sfilata ormai tradizionale, a San Pietro al Natisone, che ospita anche cortei da fuori regione e chiude i festeggiamenti. È una festa transfrontaliera: oltre a dieci gruppi del Friuli — Rodda, Mersino e Montefosca di Pulfero, Matajur di Savogna, Azzida e Ponteacco, Canebola, Clodig, Stregna, Masarolis, Prossenicco di Taipana — partecipano sette associazioni della vicina Slovenia, dall'area del Goriziano fino a Kobarid, Tolmino e Cerkno. Le maschere di Cerkno hanno volti in legno intagliati e colorati, vestono muschio, edera e pellicce, tengono in mano una fronda d'abete e ingaggiano duelli con mazze da boscaiolo, forche da fieno e pale, in una danza propiziatoria per ingrossare le rape.

La tradizione non si mantiene da sola: se il Pust continua nonostante lo spopolamento è perché ci sono ancora artigiani che intagliano, padri che legano i campanacci, nonni che raccontano com'era una volta. Antonio «Tonca» Trinko realizza le maschere in legno tradizionali, arte ereditata dalla zia Silvana Buttera; Doro Zorza, il raccoglitore dei doni — colui che entra per primo nelle case e apre la strada ai Pustje — è la memoria storica del Pust di Mersino. Il sindaco di Pulfero, Piergiorgio Domenis, dice che queste maschere «rappresentano, oggi come ieri, la memoria popolare e l'ingegno creativo delle nostre genti».

Ricerche più recenti hanno individuato affinità fra i Pust e la figura di Arlecchino della Commedia dell'Arte veneziana, e suggeriscono una possibile origine comune nelle Valli del Natisone, con una successiva diffusione verso Venezia a partire dal XVI secolo. Le prime fonti scritte, invece, sono recenti: vengono dagli studi etnografici del Novecento.

A tavola ci sono la sasieka — grasso dell'intestino di maiale con carne suina, pomodori, uova, formaggio e sapori — e stucchi lessi, impasto di noci, uvette, mele e cannella che riprende la ricetta della gubana, per i più golosi con lo slivowitz, la grappa di prugne.

Da leggere