Bravante a Frosinone - Il brigante che racconta avventure ed è solo un ruba galline
Bravante è la maschera del Carnevale storico di Frosinone, capoluogo dell'omonima provincia nel Lazio, che si tiene fra febbraio e marzo e ha il suo culmine nella Festa della Ràdeca che si svolge ogni Martedì grasso. È un brigante, non cattivo, bensì sbruffone, un po' smargiasso, spaccone, e divertente: racconta d'aver vissuto chissà quante avventure, e invece è solo un «ruba galline». L'ha ideata nel 1973 Gian Carlo Riccardi, e alla Festa della Ràdeca la maggior parte dei partecipanti brandisce la «radeca», foglia d'agave, mentre alcuni, i cosiddetti «pantanari», innalzano la cima di cavolfiore.
Tutto chiacchiere e distintivo
Il personaggio è un brigante, non cattivo, bensì sbruffone, un po' smargiasso, spaccone, e divertente, e la sua sostanza sta in una frase: racconta d'aver vissuto chissà quante avventure, e invece è solo un «ruba galline».
Bravante è «tutto chiacchiere e distintivo»: si attribuisce innumerevoli avventure ma, in realtà, è incapace di far del male persino a una mosca. A tratti furbo, risulta essere in alcuni casi goffo e buffo.
Il portamento da pavone
Il personaggio si riconosce da come sta in scena: è dal portamento tacchinesco, da pavone, tronfio, ma che, come tutte le maschere italiane, risulta essere spesso impacciato o addirittura comico.
La posa promette un'impresa e il gesto la smentisce.
Un'epoca di briganti veri
Dietro la burla c'è una memoria che non era buffa: c'è stata un'epoca in cui il basso Lazio era infestato dai briganti, un momento in cui i briganti infestavano il territorio della loro presenza.
Accanto a Bravante la scena mette l'altra metà della storia: «glie Zampitte», un soldato dello stato pontificio. Il brigante e la guardia diventano una coppia comica.
Reinventata nel 1973 da Gian Carlo Riccardi
La maschera come si vede oggi ha una data e un autore: è di fatto una figura burlesca reinventata nel 1973 da Giancarlo Riccardi per il celeberrimo carnevale frusinate.
Gian Carlo Riccardi, nato a Frosinone il 21 ottobre 1933 e morto a Frosinone il 7 febbraio 2015, è stato un artista, pittore, regista teatrale, scultore e scrittore, ed è l'ideatore della maschera carnevalesca ciociara del Bravante. Non una figura raccolta dalla tradizione orale, quindi, ma costruita da chi faceva teatro di mestiere, e innestata su un carnevale molto più antico.
La festa in cui si vede
Il carnevale che ospita Bravante ha il suo culmine nella Festa della Ràdeca che si svolge ogni Martedì grasso. Le sue origini si perdono in un'epoca remota e precristiana, collegata agli antichi riti di fertilità e fecondità pagani da cui derivarono anche i Lupercali romani, dedicati al dio pastorale Luperco e celebrati a febbraio, mese della purificazione: nella festa si riconosce ancora un rituale purificatorio, un percorso di morte e rinascita che culmina nel rogo del «Re Carnevale». Già negli statuti comunali del XIII secolo si trova una norma che sospendeva le attività giudiziarie durante le festività, Carnevale compreso.
La ràdeca altro non è che una foglia d'agave, detta appunto «radeca» nel dialetto frusinate — antico simbolo fallico e di fertilità —, e chi partecipa deve averla in mano: è assolutamente necessario avere in mano la «radeca» se non si vuole incorrere nella punizione che consiste nel subire un certo numero di «radecate», soprattutto sulla testa. Chi è forestiero o nuovo della manifestazione deve essere «battezzato» con il tocco della radeca sulla schiena, come rito di iniziazione. È inoltre proibito andare in giro con cappelli duri che ricordano quelli dei soldati francesi.
Il generale Championnet, dato alle fiamme
Il fantoccio bruciato in chiusura, catarsi e liberazione dalla miseria, dall'Ottocento porta il volto del generale francese Jean Antoine Étienne Vachier, detto Championnet — un'usanza in cui si riconosce anche l'antico rito del capro espiatorio. La leggenda racconta che un anno, nonostante fosse ancora vivo il trauma dell'anno precedente, i frusinati vollero festeggiare comunque la Ràdeca per esorcizzare paure e fame e per irridere i potenti: inviarono un messo ad Anagni, dove stazionava Championnet, annunciandogli che Frosinone si era di nuovo ribellata. Quando il generale arrivò e si accorse d'essere stato burlato, non se la prese: si mischiò alla folla, bevve il vino rosso e mangiò i «fini fini», le fettuccine tipiche di Frosinone, mentre i suoi soldati ricevevano in dono alcune botti di vino. Da allora Championnet è diventato il simbolo del carnevale frusinate.
Il corteo e i quattro rioni
A partecipare sono tutti i Rioni Storici della città — il Giardino, il Centro Storico, La Pescara, Madonna della Neve —, con gruppi vestiti secondo la tradizione dell'epoca; il cuore della manifestazione è il rione Giardino, presso la chiesa di Santa Elisabetta, dove sorge la «casa di Carnevale», lascito di un facoltoso frusinate in quello che un tempo era presumibilmente una caserma, e dove il comitato organizzatore del quartiere cura ogni dettaglio, dai costumi dei gendarmi francesi e dei nobili d'epoca al carro del generale.
Il corteo è aperto da un carretto con una botte di vino, seguito dai gruppi dei «radicari» e dai rappresentanti del Comune con il gonfalone della città; poi viene la banda musicale che suona senza sosta la canzone di Carnevale, e infine il carro trainato da quattro cavalli con il «rubicondo» Championnet, che saluta la folla con una mano e si tiene la pancia satolla con l'altra. La maggior parte dei partecipanti brandisce la radeca, mentre altri, i «pantanari», innalzano al suo posto una cima di cavolfiore, segno di appartenenza a una fascia rurale.
Al ritmo del saltarello, degli organetti e del cutufù, tutti ballano al suono della «Canzone de Carnuale», che nella prima parte è lenta — a ricordare i soprusi subiti — e nella seconda si fa più allegra, a testimonianza della libertà ritrovata; nella fase più vivace i radicari e i pantanari si scatenano in cerchi di saltarello sfrenato, gridando in coro «esseglie', esseglie', esseglie'!» e il ritornello beneaugurante «I s'è ammusciata la radeca, nen s'aradrizza chiù!».
Il rogo e il testamento
Alla fine della giornata il fantoccio di Championnet viene messo al rogo dopo la lettura del suo testamento e l'intervento del «notaro» — un cittadino in costume a cavallo di un asino — che in punta di satira sbeffeggia i potenti, leggendo alla popolazione un bando scritto in chiave satirica sulle mancanze degli amministratori e dei cittadini più in vista, senza pericolo di guai giudiziari. La festa continua fino a tardi con vino, fettuccine e maccheroni «fini fini», al grido di «Euiua Carnuale, Euiua la Radeca!».