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Maschere · Friuli-Venezia Giulia

Carnevale della Val Resia 2027 - L'aringa appesa al bastone e il rogo del babaz

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il mercoledì delle Ceneri, nel tardo pomeriggio, il paese di San Giorgio di Resia, nel comune di Resia, in Val Resia, si raduna attorno a un fantoccio. Il ritrovo è in un'osteria, dove il babaz viene accolto dai suonatori di violino e di violoncello, mentre i presenti danzano su passi codificati o mangiano l'aringa, che viene appesa a un bastone per essere condivisa. Da lì comincia il funerale del Carnevale.

Il funerale del babaz

Il fantoccio è vestito di pezze bianche e riposto in una culla. Lo prendono in consegna due uomini, mascherati in modo buffo, che lo portano fuori dal locale dando avvio al corteo. Raggiunta la piazza il corteo si ferma: è il momento del processo simbolico, la fine del Carnevale, la condanna a morte del babaz. Si alternano grida al suono ritmato del violino e del violoncello, mentre molti fra i presenti ballano il passo associato al carnevale.

Poi si riparte. Dalla piazza il corteo raggiunge Graciscje, uno sperone roccioso appena fuori dal paese, e lì si raccoglie attorno al pupazzo per l'atto finale. Si pronunciano litanie e formule religiose di commiato, storpiate nel senso e nel tono, e il fantoccio viene incendiato. Attorno al fuoco proseguono le musiche dei suonatori, che accompagnano il rientro in paese.

Il babaz rappresenta il carnevale stesso, e con lui i bagordi e gli eccessi che porta con sé; bruciarlo segna la fine di un ciclo per ricominciarne uno nuovo, si spera, più prospero. Per i resiani, in passato, era un rito propiziatorio di passaggio, e proprio per questo si ripropone di anno in anno da chissà quanto tempo.

La cïtira e la bünkula

L'elemento fondamentale del Carnevale non è la maschera: è la danza, eseguita con i tipici strumenti musicali resiani, la cïtira (violino) e la bünkula (violoncello). Le danze si protraggono per ore, nelle osterie e negli spazi allestiti per la festa, e tempo permettendo anche all'aperto, in particolare la domenica pomeriggio.

Un tempo si ballava anche dentro le case. Quando le maschere brutte facevano il giro del paese, le danze si eseguivano nelle abitazioni, portando una ventata di allegria. Oggi la festa organizzata si tiene nel salone delle ex-scuole di San Giorgio, dove ha sede l'associazione Sangiorgina, che fra le sue attività organizza anche il Carnevale; la domenica, che in resiano si chiama Püstawa nadëja, si balla in piazza e in serata si prosegue nel salone.

Per chi lo racconta dalla valle, il Pust è il momento in cui il patrimonio locale si esprime al meglio nella sua piena spontaneità: per durata e intensità è una celebrazione e un rinnovamento della lingua antica, del ballo e della musica resiana — una vera e propria liturgia laica, collocata nei giorni che il calendario rurale considera l'inizio dell'anno, con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera.

Le belle maschere bianche

Le maschere tradizionali sono di due tipi, e non si somigliano per niente. Le prime sono te lipe bile maškire, le belle maschere bianche, le più conosciute perché vengono presentate anche nelle esibizioni del Gruppo Folkloristico Val Resia.

Il costume è preciso. Sono composte da una o più gonne bianche ornate da merletti e nastri: generalmente tre, la più lunga fino ai piedi, la seconda a metà polpaccio, la terza al ginocchio — e se la gonna è una sola, pizzi e nastri la fanno sembrare composta da tre. La camicia è bianca anch'essa, adornata da merletti o pieghettine; attorno alla gonna e sulla camicia corrono nastri colorati; scarpe e calze sono chiare. In testa va un alto cappello adorno di fiori di carta colorata e piccoli sonagli, e in mano le maschere possono avere fazzoletti e campanelli che suonano mentre ballano. Possono essere sia maschili che femminili, e un tempo le portavano le ragazze e i ragazzi in giovane età.

Le maschere brutte

Gli altri sono i babaci/kukaci, le maschere brutte, e non richiedono particolare cura né attenzione nel confezionamento: basta vestirsi camuffandosi con abiti vecchi e logori, o semplicemente mettere la giacca a rovescio, oppure una vecchia vestaglia. Il viso si sporca con fuliggine o carboncino, oppure si copre.

Con quegli abiti si andava per le case, e c'era una regola. A portare il gruppo era, di regola, una persona non mascherata che, bussando sulla porta, chiedeva il permesso di entrare con il gruppo mascherato; se la risposta era positiva il gruppo entrava, faceva qualche danza e poi proseguiva la visita nelle altre case. Si potevano fare anche scene mimiche, per non far trasparire la propria identità ai proprietari della casa incuriositi.

Accanto alle due maschere storiche, soprattutto nei tempi recenti, se ne vedono di più moderne, e il Mercoledì delle Ceneri quelle che rappresentano il clero o altre personalità. Il fantoccio, intanto, è diventato un lavoro di tutti: l'iniziativa «E tu che babaz sei?» spinge a realizzarlo in modo creativo, e un concorso porta i bambini della scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di Resia, insieme agli adulti e alle associazioni della valle, a costruire i babazi che poi vengono esposti lungo le vie dei paesi.

I giorni, con i loro nomi

Il Carnevale comincia negli ultimi giorni e ognuno ha il suo nome in resiano: il giovedì grasso (Jojba Grasa), il sabato sera (aböta), la domenica (Püstawa nadëja), il lunedì, il martedì (Te Vlïki Püst) e il mercoledì delle Ceneri (Te din na pëpël).

Non è sempre stato così corto. Gli anziani del posto ricordano ancora bene come un tempo i festeggiamenti iniziassero subito dopo l'Epifania — Pernahti, in resiano, era la festa che dava inizio al carnevale — e come si intensificassero nelle ultime giornate, per culminare il mercoledì delle Ceneri, quando il babaz veniva bruciato dopo essere stato giudicato e condannato.

È cambiato anche il dove. Fino agli anni Settanta il Carnevale si svolgeva nelle singole frazioni; oggi, in forma organizzata, si festeggia nella sola frazione di San Giorgio/Bila, anche se non mancano eventi spontanei in luoghi alternativi. Resta una delle manifestazioni più importanti della comunità locale, e riesce ancora a coinvolgere giovani e meno giovani.

La sope e il bujarnik

A tavola il Pust ha due protagonisti. La sope è una frittella che in passato si preparava per le puerpere, perché molto sostanziosa: si fa con fette di pane bianco a filone e una pastella di uova, farina, liquore, zucchero e sale.

Il bujarnik, invece, è una vera istituzione nella vallata, e si propone in due versioni. Quella per il giorno dei morti è una pagnotta avvolta in foglie di verza e cotta al forno a legna; quella carnevalesca è un impasto di farina di mais e frumento, uova, zucchero, panna, mele e pere, fichi secchi, uva sultanina, frutta secca, lievito, semi di finocchio selvatico, cannella o carrube. Anche a mangiare, insomma, si tiene insieme quello che c'è: ed è il senso di tutto il Pust.

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