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Maschere · Trentino-Alto Adige

Facères da burt in Val di Fassa - Le maschere di cirmolo dei personaggi maligni del corteo

3 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Nel corteo del carnevale fassano le figure mascherate sono di due tipi, e si riconoscono al primo sguardo. Da una parte le maschere a bel, ben vestite, aggraziate ed eleganti, che rappresentano una bellezza idealizzata e hanno un comportamento misurato. Dall'altra le facères da burt: sgraziate, invadenti e goffe.

Individui maligni e raccapriccianti

In Val di Fassa la definizione non è addolcita: le «faceres da burt» sono individui maligni e raccapriccianti, portatori di ingerenze negative, mentre le «faceres da bel» rappresentano personaggi positivi, benestanti e buoni. Le une e le altre incarnano gli aspetti positivi e negativi della vita, e vanno insieme: nel corteo le figure sono di solito riunite in coppie dai caratteri sessuali fortemente marcati.

Quello che le da burt fanno al volto è il loro mestiere: esagerano in senso caricaturale e grottesco la fisionomia della faccia. Dove la maschera a bel liscia i tratti, la da burt li gonfia e li storce.

Mezzo tronco di cirmolo, intagliato anche di dentro

La maschera vera e propria si chiama facera, ed è scolpita a mano nel legno di cirmolo. Si ricava da mezzo tronco e viene intagliata con estrema maestria dagli scultori locali esternamente e internamente, perché aderisca al volto di chi la indossa, e solo dopo viene decorata.

È un lavoro di artigiani del posto, e per questo ogni figura è unica: le faceres rendono ogni personaggio riconoscibile e indimenticabile. Lo stesso vale per il vestito, agghindato e decorato manualmente, sempre molto colorato e vivace, in pieno contrasto con l'ambiente spesso innevato in cui queste maschere si muovono quando le rappresentazioni sono all'esterno.

Il tabù di togliere la facera

Sotto il legno c'è una regola che il carnevale fassano prende sul serio. L'identità degli attori è accuratamente celata dalla facera, e ogni maschera cerca di nascondere accuratamente la propria identità, alterando addirittura la voce o non parlando affatto.

Da qui la regola non scritta: tentare di togliere la facera a una maschera viene considerato come la violazione di un tabù. Non è una consuetudine per spettatori distratti: è la condizione perché il gioco funzioni.

Dove e quando si incontrano

Le facères da burt si vedono dove il carnevale ladino ha le sue culle: Alba di Canazei, Penìa e Campitello di Fassa, ai piedi della Marmolada, dove il «Grop de la Mescrès de Dèlba e Penìa» porta in vita da secoli i riti più arcaici. Nel giorno in cui «se deslea carnascèr» — si sciolgono le briglie al Carnevale — circa 150 figuranti provenienti dalla Provincia di Belluno, dalla Val di Fassa e dalla Carnia sfilano per le vie di Alba.

Il calendario comincia il 17 gennaio, in occasione di Sant'Antonio Abate, con uno spettacolo teatrale interamente in ladino; trascorsi due giorni, il giorno di San Sebastiano, la festa esplode a Penia e dura fino al mercoledì delle ceneri. In mezzo ci sono le «mascherèdes», l'anima del carnevale: spettacoli teatrali o piccoli sketch ideati e inscenati per strada oppure nelle vecchie scuole elementari di Penia, che trovano la loro origine in rappresentazioni burlesche e canzonatorie di personaggi appartenuti all'antica quotidianità fassana.

Come finisce il Carnevale

Anche l'uscita di scena ha il suo rito. La conclusione cade al crepuscolo del Martedì Grasso, quando gruppi mascherati entrano nelle case per «spazzare il Carnevale»; la stessa sera compagnie di giovani danno fuoco a una pira di ramaglie per «brujèr Carnascèr», bruciare il Carnevale. Le maschere maligne e quelle belle escono di scena insieme, e il paese torna alle sue regole di sempre.

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