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Marascons a Canazei e i campanacci di bronzo
I Marascons sono maschere del Carnevale Ladino della Val di Fassa, il Carnascèr, che a Canazei, in provincia di Trento, si apre il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, e prosegue fino al Martedì Grasso. Viaggiano sempre in coppia, saltellando su un piede e facendo suonare i grandi campanacci di bronzo che pendono dai cinturoni di cuoio, e non parlano mai. Accanto a loro sfilano il Laché, che apre il corteo con salti e filastrocche, e il Bufon, la maschera più insolente, che recita quartine in rima; il rito si svolge nelle frazioni di Penia e Alba di Canazei ed è riservato agli uomini.
Sempre in coppia, su un piede solo
Nel corteo del carnevale fassano ci sono maschere che parlano e maschere che no, e i Marascons appartengono al secondo gruppo. Sono figure imponenti, silenziose e solenni: non parlano mai, e si muovono a passo ritmato.
Il loro modo di procedere si riconosce a distanza. Viaggiano sempre in coppia, saltellando su un piede e facendo suonare i campanacci di cui sono ricoperti: non è una camminata, è un'andatura che tiene il tempo.
Accanto a loro sfilano le altre due maschere del rito. Il Laché, l'ambasciatore della festa, che guida il corteo con eleganza e apre le danze; e il Bufon, riconoscibile dal grande naso rosso e appuntito e dal cappello conico, che si aggira fra il pubblico stuzzicando gli spettatori con battute ironiche e rime pungenti.
Campanacci che svegliano la natura
L'abito dei Marascons è il più sobrio del corteo, e serve a reggere il peso. Vestono di bianco, con calzettoni bianchi e pantaloni di pelle, e portano cinturoni di cuoio da cui pendono grandi campanacci di bronzo legati in vita; in mano hanno uno scettro.
Quei campanacci hanno due nomi nella valle: i cioca per alcuni, i bronzìns per altri. Ma la funzione è la stessa, e non è ornamentale.
Il suono che producono è un suono ancestrale, che secondo la leggenda serviva a svegliare la natura dal sonno invernale e a scacciare gli spiriti maligni. C'è anche una lettura più terrena, e riguarda l'economia di queste montagne: i campanacci ricordano l'antico legame fra la valle e il bestiame, perché sono gli stessi che si appendevano al collo delle bestie.
Lo specchio e le penne del gallo forcello
Sopra la testa, però, la sobrietà finisce. Come i Laché anche i Marascons indossano un cappello, tutto contornato di fiori e arricchito con catenelle.
Su quel copricapo ci sono due oggetti che valgono più di tutto il resto. Il primo è difensivo: è ben visibile uno specchio rettangolare, per allontanare gli spiriti maligni — chi guarda la maschera vede se stesso, e questo basta a tenere lontano ciò che non deve avvicinarsi.
Il secondo viene dal bosco ed è raro. Sulla sommità del cappello ci sono le penne del rarissimo Gallo Forcello, l'uccello che vive al limite del bosco d'alta quota.
Facères di cirmolo, belle e brutte
Il volto non si vede mai, ed è la parte in cui la valle mette il suo artigianato. Quelle che sfilano non sono maschere di plastica o cartapesta, ma vere e proprie sculture in legno, chiamate facères, intagliate a mano dai maestri scultori della valle.
Il legno è quello pregiato di queste montagne. Le facères sono ricavate dal cirmolo, sono pezzi unici tramandati di padre in figlio, e ogni maschera è scolpita per aderire perfettamente al volto di chi la indossa.
E si dividono in due famiglie, che nel corteo hanno un ruolo diverso: le facères da bel, belle ed eleganti, e le facères da burt, grottesche e caricaturali.
Dal 17 gennaio al Martedì Grasso
I Marascons non escono quando capita: appartengono a una stagione che ha un inizio dichiarato. Il periodo carnevalesco si apre il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, quando — come dice l'espressione ladina — si «deslèa Carnascèr»: si scioglie il carnevale. Da quel momento e fino al Martedì Grasso il paese diventa un grande palcoscenico.
La scena è quella delle frazioni alte. Il rito si svolge principalmente a Penia e Alba di Canazei, e non è una ricostruzione costruita per i turisti ma un rito comunitario, che affonda le radici nell'antica usanza contadina di salutare la fine dell'inverno e accogliere il ritorno della primavera. Le maschere rappresentano gli spiriti che tornano sulla terra, in un rituale di passaggio riservato esclusivamente agli uomini.
Il bisogno di allegria, colore e musica dei fassani aveva reso possibile già negli anni venti del secolo scorso la formazione di diversi gruppi di persone che, senza essere vincolati da obblighi o statuti, si vestivano col costume. A custodire il rito oggi sono i gruppi della valle — il Grop de la Mèscres de Dèlba e Penìa e quello di Cianacei e Gries, che ha origini nei primi anni Sessanta e si è costituito ufficialmente nel 1997. Sono gli stessi che portano in scena le mascherèdes, le commedie teatrali in ladino recitate nella sala delle ex scuole elementari di Penia, dove la satira racconta i fatti dell'anno; al termine le maschere si dividono in belle e brutte, e si arriva al Bal del barbier.