Mastro Marangon a Cerea - La corte di Re Tarlo, dal trivelin alla sega
Il Mastro Marangon è la maschera di Cerea, in provincia di Verona, in Veneto, e si mostra fra febbraio e marzo: impersona il falegname, ed esce con la corte di Re Tarlo, i cui nobili portano i nomi degli attrezzi della bottega. I costumi sono ispirati al tardo '400 italiano, tratti da quadri dell'epoca. Il nome viene dal latino «mergere», tuffare, e prima del falegname indicava il cormorano e i maestri d'ascia che si tuffavano sotto le chiglie delle navi per ripararle.
Ci sono maschere che nascono da una leggenda e maschere che nascono da un mestiere. Il Mastro Marangon di Cerea nasce da un mestiere, il falegname, e viene da un punto preciso: «dalla frescà di Cerea», che il gruppo stesso spiega come «dal 1500 strada vicinale della frasca», sulla via che «da Cerea verso Casaleone» attraversa quello che qui chiamano il distretto del mobile d'arte.
Un nome che viene da un uccello che si tuffa
La parola dice più di quanto sembri. «Marangon», dal latino «mergere», tuffare, non nasce nella bottega ma in acqua: «deriva dal nome di un uccello, il marangone dal ciuffo (della famiglia dei cormorani) la cui caratteristica è di tuffarsi sotto l'acqua per pescare i pesci».
Il passaggio dal cormorano al falegname è di mare, non di terra: è un «termine rimasto dai tempi della serenissima, quando i maestri d'ascia erano usi tuffarsi sotto le chiglie delle navi per ripararle» — i marangoni da mar. Quando nel medioevo nacquero le corporazioni artigiane, quella dei falegnami prese lo stesso nome portato all'asciutto: i marangoni da case. Anche in greco moderno, annotano le fonti, «marangone» significa falegname.
Perché è un «mastro» e non un falegname qualsiasi
Il titolo della maschera è una qualifica, e a quel tempo si guadagnava. Per esercitare la professione bisognava essere iscritti alla corporazione, e i giovani apprendisti, «detti bocia», dovevano aver svolto un lungo tirocinio presso la bottega di un maestro, detto «mastro».
Il passaggio finale non era una formalità: per diventare mastro «bisognava dimostrare, non solo di aver appreso il mestiere, ma anche la bravura con la realizzazione di mobili importanti per arredare case, palazzi e castelli di ricchi nobili». La maschera, insomma, non impersona un artigiano generico: impersona il capobottega che ha superato la prova.
Una corte intitolata agli attrezzi
Il Mastro Marangon non esce da solo. Con lui c'è la corte di Re Tarlo — e il sovrano che dà il nome alla compagnia è, per un falegname, il nemico naturale del legno.
I nobili di questa corte portano tutti il nome di un attrezzo o di un materiale della bottega: «el conte del trivelin, el marchese de la raspa, la contessa de la cola, la duchessa de la sgurbia, el baron del biron, el principe de la sega». Il succhiello, la raspa, la colla, la sgorbia, la sega: una nobiltà interamente ricavata dal banco da lavoro.
Vestiti da un quadro del Quattrocento
Sul guardaroba il gruppo dichiara la fonte, e non solo l'epoca: «costumi ispirati al tardo '400 italiano, tratti da quadri dell'epoca, nobiliari e popolani». Nella scheda del Centro di Coordinamento Maschere Italiane la maschera è infatti classificata come «maschera storica» del periodo 1400, e a portarla è il comitato festeggiamenti della frescà di Cerea.