Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Maschere » Veneto

Maschere · Veneto

Papà del Gnoco a Verona - Lo scettro è una forchetta con lo gnocco infilzato

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Papà del Gnoco è la maschera del carnevale di Verona, in Veneto, e presiede il Bacanal del Gnoco: il suo giorno è il Venardì Gnocolàr, il venerdì che precede la Quaresima. Ha l'aspetto di un uomo anziano con la barba bianca, veste di rosso e avorio e «ha come scettro una grande forchetta dorata, in cui è infilzato uno gnocco», in dialetto «el piron col gnoco». Non si eredita e non si assegna: si elegge, con una campagna elettorale fra i clan dei rioni e un Senato composto solo da ex Papà del Gnoco.

Un anziano rubicondo con la barba di lana di bufala

L'aspetto è fissato da secoli: «un uomo anziano, rubicondo e con una lunga barba bianca», «un anziano canuto e pacioccone, con una folta barba e le gote ben rosse».

La barba è «di lana di bufala», e «ogni volta può essere lavata e pettinata». Anche la pancia fa parte del personaggio più che dell'uomo — «davanti, sopra il cuscino che fa la pancia dell'abbondanza anche ai candidati più snelli, c'è il panciotto con i bottoni dorati».

Un abito che si legge come una mappa della città

Il costume alterna il rosso e l'avorio, con ricami dorati, trine e merletti, e ogni pezzo ha un significato dichiarato.

Il cappello «ha quella strana forma come di un gazebo coloratissimo, da cui scendono perline e pizzi di ogni tipo»: raffigura il palco costruito in piazza San Zeno nel giorno del baccanale «per ospitare un banchetto con l'abate e le autorità cittadine».

Sulla schiena c'è un'imbottitura a forma di gnocco — «un macaron a rievocare la fame del popolo e la nascita della tradizione» — che sporge dal vestito ed esce anche dal grande mantello rosso di pannolenci foderato di raso bianco, «che infatti ha un taglio apposito a quell'altezza». Sul mantello spicca il Leone di San Marco, «a ricordare il giuramento di fedeltà della città di Verona alla Serenissima Repubblica di Venezia».

I nastri colorati «seguono i cinque rioni che costituivano la città», e le scarpe bianche di pelle col «batocolo» rosso — due pon pon di lana — «vogliono essere simili ai calzari indossati dall'abate della Basilica di San Zeno, la massima autorità religiosa».

«Per indossarlo occorre almeno una mezz'ora e il rito richiede l'aiuto di un cerimoniere». Gli abiti «spesso superano la taglia 54» e sono cuciti su misura; nella sede del Bacanal a Porta San Zeno ne sono custoditi otto, e uno di fine Ottocento sta addirittura in cassaforte.

(L'abito non è sempre stato questo: negli affreschi del pittore veronese del Settecento Marco Marcola, il Papà del Gnoco «era allora vestito con una sorta di tuta intera color avorio», più simile al costume di Pulcinella.)

Si diventa Papà del Gnoco vincendo un'elezione

Il Papà del Gnoco non si eredita e non si assegna, si elegge — e la campagna elettorale è descritta senza pietà: «le procedure sono abbastanza tipiche e assomigliano a quelle più o meno serie dei nostri politici».

Il candidato «si forma il clan, in cui il capo è un presidente, c'è un segretario, un economo e una cerchia ristretta di galoppini», sceglie una sede — «bar del rione» — e fa presentare la candidatura «entro il tal giorno e tal ora al notaro della contrada», un mese prima del voto. Le domande «saranno vagliate dal Senato, composto solo da ex Papà del Gnoco».

Poi comincia «la caccia ai voti senza esclusione di colpi», e le tattiche sono codificate: «la strategia iniziale è il pianto: bisogna far credere all'avversario di essere in pochi e poco organizzati»; subito dopo i galoppini, «facce toste come pochi, spacciandosi per alleati contattano l'avversario per capire le strategie».

Il giorno delle elezioni i candidati «vanno in ritiro per attendere il responso delle urne: il luogo prescelto è segreto e fidato, conosciuto solo da un galoppino che rimane in piazza per raccogliere le notizie». Vota chi vuole: «chiunque può partecipare alla votazione, ottenendo come ricompensa un piatto di gnocchi al pomodoro»; al vincitore, «un bel piattone di gnocchi» e l'incoronazione ufficiale nel palazzo della Gran Guardia.

Un tempo lo si sceglieva soltanto fra gli abitanti di San Zeno, il quartiere dove la maschera è nata; «da alcuni anni, invece, qualunque cittadino veronese può candidarsi alla carica».

In sella a una mula, con i macaroni dietro

Quando poi sfila, «assieme ai suoi servitori — i gobeti o macaroni — dispensa caramelle per i bambini e porzioni di gnocchi per gli adulti», andando «per le vie di Verona a cavallo di una mula».

La sua corte aveva anche una forma precisa: i macaroni lo seguivano in Piazza dei Signori «a formare il bogon», cioè una corte a chiocciola — «era in quell'occasione che il podestà concedeva a Papà del Gnoco di diventare per un giorno la massima autorità cittadina».

Perché una forchetta, e perché gli gnocchi

Lo scettro rimanda a un fatto del Cinquecento. Nella sua «Istoria di Verona» il cronista Girolamo Dalla Corte narra che nel 1531 in città imperversava una terribile carestia, «in conseguenza delle disastrose inondazioni dell'Adige, fra il 1520 e il 1531, e a causa delle devastazioni dei Lanzichenecchi tedeschi durante la guerra tra Carlo V e Francesco I in Lombardia». «La popolazione, affamata e disperata, andò ad assaltare i fornai di San Zeno per far provviste di grano e di pane», e per sedare la rivolta dodici ricchi cittadini decisero di contribuire a proprie spese al rifocillamento degli abitanti più poveri del quartiere.

La tradizione popolare vede in Tommaso Da Vico il fondatore del Bacanal del Gnoco, «avendo distribuito a sue spese viveri di prima necessità e soprattutto gnocchi, non di patate ma di acqua e farina»: il medico dispose nel proprio testamento di essere sepolto vicino alla chiesa di San Zeno e lasciò ai suoi eredi l'obbligo di distribuire ogni anno del cibo agli abitanti del rione nel giorno di venerdì grasso. Quel testamento esiste: sta nella sezione di Verona degli Archivi di Stato, porta il n. 128 ed è stato dettato il 13 maggio 1531 presso il notaio Bonifaccio di Sebastiano Dalla Mano.

Da allora, sulla Pietra del gnoco, davanti al sagrato della Basilica di San Zeno, «l'ultimo venerdì di Carnevale vengono serviti gnocchi fumanti per tutti». E la maschera che presiede quel giorno si chiama così proprio per il mangiare: il nome viene «dal latino papare, ovvero mangiare» — scritto anche «papus» — mentre «per l'appellativo di Papà dei Gnocchi si dovrà attendere il 1866». Il venerdì stesso si chiamava anticamente Venardì Casolàr, «dal latino “caseum”, formaggio, in quanto in origine gli gnocchi erano conditi solo con burro e formaggio e non erano di patate».

La tradizione veronese fa risalire la maschera al 1531 e la dice «la più antica maschera d'Italia e d'Europa di cui si abbiano dei documenti certi». Giambattista Da Persico, nella sua «Descrizione di Verona», riporta invece la festa al 1405, «con l'ingresso della città nella Serenissima Repubblica».

Da leggere