Festa di San Rocco a Plataci 2027 - Il pellegrinaggio al Monte Barone e la vallja legata col fazzoletto
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: sanroccofestival.it, letta il 20/09/2026.
Le cinque del pomeriggio, il venti d'agosto
Il caldo non cede, a novecentotrenta metri, nemmeno quando l'ombra comincia ad allungarsi tra i vicoli in salita. La statua di San Rocco esce dalla sua chiesa, quella tirata su alla fine dell'Ottocento nella parte più alta del centro storico, e la gente si dispone dietro come si dispone da generazioni. Qui non si dice soltanto San Rocco: si dice Shën Rokut, e la festa porta lo stesso nome, festa e Shën Rokut. Siamo a Plataci, in arbëreshe Pllatëni, poco più di seicento anime in provincia di Cosenza, nell'Alto Jonio, aggrappate al versante orientale del massiccio del Pollino, con lo sguardo che scivola giù fino alla piana di Sibari e al mare Ionio.
È Calabria, questa, ma una Calabria che da cinque secoli prega e canta in un'altra lingua. Il paese è disseminato di murales dedicati alla cultura arbëreshe, e non si tratta di decorazione per chi passa: è il modo in cui una comunità piccola scrive sui propri muri chi è, prima che il tempo la sciolga nel resto. Per capire perché il venti d'agosto tutto il borgo si muova dietro a una statua, bisogna partire da molto lontano, dall'altra sponda dell'Adriatico.
Un popolo arrivato dal mare
Le famiglie che fondarono, o piuttosto rifondarono, questo insediamento arrivarono tra la fine del Quattrocento. Lo stanziamento albanese sta tra il 1476 e il 1478, legato alla grande dispersione seguita alla morte di Giorgio Castriota Scanderbeg, nel 1468, e alla caduta di Croia nel 1478, quando l'avanzata ottomana spinse gli epiroti a cercare scampo lungo la costa ionica, sotto l'autorizzazione di Ferdinando d'Aragona. Alcuni studiosi aggiungono che l'area fosse stata abbandonata dopo il terremoto del 1456 e che gli esuli, provenienti in larga parte dalla Toskëria, l'Albania meridionale, la ripopolarono trovandola vuota.
Da queste parti, dalla regione di Gramsh, veniva anche la famiglia il cui cognome sarebbe poi diventato celebre altrove: Gennaro Gramsci, nonno di Antonio, era nativo di Plataci. È un dettaglio che dice quanto queste montagne siano state, più che un rifugio pittoresco, un punto di partenza. Chi arrivava non veniva a visitare: veniva perché non poteva restare dove era nato. Questa è la materia prima della festa, e conviene tenerla a mente mentre la statua avanza.
Un santo occidentale in una chiesa d'Oriente
C'è una frizione, a Plataci, che sfugge a chi guarda la festa come una cartolina folklorica. Il paese conserva il rito greco-bizantino: le parrocchie arbëreshe del Pollino dipendono dall'Eparchia di Lungro, istituita nel 1919, e seguono la liturgia modellata su san Giovanni Crisostomo, con il battesimo per immersione e la venerazione delle icone. La chiesa madre, dedicata a San Giovanni Battista, fu adattata al rito orientale con l'iconografia bizantina; accanto sorgono la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e la cappella della Madonna del Monte. In una comunità così, la festa grande dell'anno liturgico è la Pasqua d'Oriente.
Eppure il venti d'agosto tutto il paese si stringe attorno a San Rocco, un santo del calendario latino, occidentale. E non è un santo qualsiasi: è il pellegrino per antonomasia, il taumaturgo invocato contro la peste, l'uomo che cammina coperto di polvere, segnato dalla malattia, riconoscibile per la piaga sulla gamba e il bastone. Un popolo di profughi, gente che ha attraversato il mare per sfuggire alla morte, ha scelto come figura di casa proprio il santo dello sradicamento, colui che è straniero ovunque arrivi. Non serve forzare il simbolo: la comunità che invoca il protettore dei viandanti e degli appestati sta guardando, senza dirlo, dentro la propria storia di fuga.
Salire al Monte Barone
Per questo il rito, qui, non si esaurisce nella piazza. Nel pomeriggio i fedeli seguono la processione sacra lungo le vie del paese, e poi comincia la parte che chiede il corpo: un lungo pellegrinaggio a piedi, per sentieri boschivi, fino al Monte Barone, dove sorge una cappella. Non è una passeggiata predisposta per chi cerca il panorama. È fatica misurata in fiato e in sudore, sotto il sole di agosto che a quell'ora ancora picchia, con i più anziani che si fermano all'ombra e i giovani che tengono il passo davanti.
Camminare dietro al santo pellegrino significa ripetere ciò che il santo faceva: mettere un piede davanti all'altro finché la meta non arriva. Chi nel Settecento non saliva a piedi al santuario rischiava, nell'immaginario del paese, di restare fuori dal patto con il protettore che teneva lontane le febbri e i contagi. Oggi quella minaccia si è fatta memoria e promessa mantenuta, ma il gesto è rimasto identico. Il pellegrinaggio non è la cornice della festa: ne è il cuore, l'unico punto in cui la devozione diventa peso sulle gambe.
Il fazzoletto che tiene insieme
Poi c'è il giorno in cui riemergono i costumi. Non si indossano quasi più, ormai, se non per la vallja, la danza tradizionale, e per le grandi occasioni della comunità. La veste da festa è un lavoro d'ago e di pazienza: ricami sul lino, guarnizioni dorate, ornamenti che tradiscono l'influenza bizantina, e il copricapo a diadema chiamato kezan me çofë. Preparare un costume del genere, farlo stare addosso a una ragazza come stava addosso alla nonna, costa ore che nessuna guida conteggia.
La vallja è la parte che spiega tutto il resto. È una danza in cui i partecipanti si dispongono in fila e si tengono legati l'uno all'altro con un fazzoletto, segno delle tradizioni che si ostinano a non morire. La catena umana avanza, si arrotola, si distende, e chi guarda vede quello che è: un popolo che si tiene per mano perché sa quanto è facile disperdersi. La lingua arbëreshe resiste ancora, parlata in parte, e nella vallja torna a farsi canto. Legarsi con un fazzoletto è la risposta fisica alla storia di questo borgo: cinque secoli fa la dispersione era stata subita, qui viene ripetuta a rovescio, come scelta di restare uniti.
Quando la piazza si svuota
A sera, quando i pellegrini rientrano dal Monte Barone e la statua torna nella sua chiesa, sui tavoli comincia a girare la shtridhëla, la pasta tirata a mano, servita con il ragù di capretto o d'agnello, con i fagioli, con i ceci. È il cibo di una terra che ha imparato a ricavare molto dal poco, tramandato con la stessa cura con cui, di madre in figlia, si è tramandata la tessitura della ginestra.
Le luci restano accese fino a tardi sui vicoli in pendenza. Il fazzoletto della vallja è già ripiegato in un cassetto, i costumi tornano nell'ombra dell'armadio fino all'anno prossimo. Resta il paese, seicento persone su una montagna che guarda il mare da cui vennero i loro avi, in attesa che il venti d'agosto torni a chiamarli fuori.
Come arrivare alla festa
La festa a Plataci si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Villapiana Lido, a 16 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Trebisacce Sud, e il tragitto è di 18 chilometri per 25 minuti di guida.
Da vedere qui intorno
Nei dintorni, altre tradizioni che si tengono in questi mesi.
- Le Vallje a Frascineto — aprile
- Le Vallje a Civita — marzo
- Millennium Normannorum a San Marco Argentano — agosto