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La Baìo a Sampeyre 2027 - La festa che torna ogni cinque anni e il processo al tesoriere fuggito con la cassa

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
Gennaio - Febbraio
Dove Piazza della Vittoria, Sampeyre

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 01/09/2026.

La Baìo di Sampeyre, in provincia di Cuneo, in Piemonte, è una delle più importanti e antiche feste tradizionali delle Alpi italiane, e si svolge ogni cinque anni, negli anni che terminano per 2 e per 7, nel periodo che precede il Carnevale, in Valle Varaita. Non è un carnevale come gli altri: comincia il giorno dell'Epifania, prosegue nelle due domeniche precedenti il Carnevale e si conclude il giovedì grasso, quando in ogni borgata va in scena il processo al tesoriere.

Quattro eserciti e un paese intero

La Baìo è composta da quattro cortei, o «eserciti», provenienti dal capoluogo e da tre sue frazioni: Sampeyre (Piasso), Rore (Rure), Calchesio (Ciucieis) e Villar (Vilà), in ricordo delle brigate popolari che si erano riunite per scacciare gli invasori. I figuranti sono più di quattrocento, un centinaio per ogni borgata — le fonti del Comune, più prudenti, parlano di più di trecento personaggi in costume.

Per tradizione ai cortei partecipano solo gli uomini di ogni borgata, che interpretano anche i ruoli femminili, indossando i complicati costumi realizzati dalle donne del borgo. È un tratto che oggi genera, comprensibilmente, qualche dissidio. Le donne, che in passato erano escluse dal resto del complesso festivo, oggi vi entrano a pieno titolo: accompagnano le sfilate, organizzano i rifornimenti durante le soste del corteo e prendono parte ai balli nelle piazze e durante le serate.

Non c'è nessuna Pro Loco, nessun comitato promotore, nessuna associazione: la festa nasce spontaneamente nella vita delle borgate e si organizza da sé. In lingua occitana «baìo» significa abbadia, non però intesa in senso religioso, ma nel senso di associazione popolare di tipo militare, molto diffusa nei secoli passati in queste valli: le associazioni giovanili tardo medievali che organizzavano le feste comunitarie garantendo l'ordine pubblico, altrove chiamate «abbadie dei folli».

I saraceni, o forse la primavera

Le origini della festa vengono fatte risalire a prima dell'anno Mille — attorno al 975 o 980 — quando alcune squadre di saraceni sarebbero penetrate nella valle per saccheggiarla, venendo scacciate dalla popolazione locale insorta in armi. È la spiegazione comunemente accettata, e la Baìo è quindi commemorazione della cacciata degli invasori.

Alcuni però hanno messo in dubbio quest'ipotesi, forse diffusa nel XVIII secolo per ragioni turistiche: gli storici considerano poco credibile il coinvolgimento dei montanari delle valli, dato che la cacciata avvenne a opera dei grandi feudatari di pianura. Che i saraceni siano passati per queste valli è certo: le cronache dell'Abbazia di Novalesa raccontano delle scorrerie in Piemonte, e ne resta traccia nei nomi, come la regione oltre Briançon chiamata Maurienne, la terra dei Mori.

L'altra lettura è più antica ancora: la Baìo affonderebbe le sue radici nelle cerimonie primaverili di propiziazione dei nuovi raccolti, con le quali si salutava il ritorno della «luce» dopo i bui mesi invernali. Ne sono testimoni l'abbondanza di decori floreali, i personaggi del vecchio e della vecchia, simbolo di una stagione che sta per esaurire il proprio ciclo, e il neonato che la vecchia porta nella culla, a rappresentare la primavera che sta per arrivare; e anche le tinte sgargianti dei costumi, che richiamano la fine dell'inverno e lo sbocciare della stagione produttiva. Nei costumi si leggono poi gli eserciti settecenteschi e la grande epopea napoleonica, mentre i Grec paiono evocare la caduta di Costantinopoli.

La chiamata all'Epifania

La Baìo non può svolgersi senza la chiamata. È ancora buio, il giorno dell'Epifania, quando i gruppi di giovani percorrono le strade e i viottoli delle borgate facendo riecheggiare l'acuto richiamo «baìo, baìo», accompagnandosi con fisarmoniche e tamburi, fino alle case degli Abà, i capi della festa, per chiedere che venga indetta. Gli Abà si consultano e concedono il benestare solo dopo aver verificato che la comunità disponga delle risorse necessarie; l'autorizzazione viene resa nota con l'esposizione della bandiera alla finestra. È il segnale che la festa può cominciare.

Anche gli incontri fra i cortei sono strettamente codificati. La prima domenica la Baìo di Calchesio fa visita a quella di Sampeyre, mentre Villar e Rore presidiano il loro territorio: al momento dell'incontro i capi della festa si salutano incrociando le spade e scambiandosi strette di mano. La seconda domenica tutte e quattro le Baìe si riuniscono nel capoluogo, dove si formano quattro gruppi di ballo con i rispettivi suonatori.

Durante la processione i cortei incontrano barriere formate da tronchi, che simboleggiano gli ostacoli lasciati dai saraceni durante la fuga: vengono abbattute a colpi d'ascia dai sapeurs, gli zappatori, e ogni barriera è anche l'occasione per un rinfresco offerto ai partecipanti da chi l'ha messa.

Il processo al tesoriere

Il giovedì grasso, la mattina, i quattro cortei si incontrano a Sampeyre; nel pomeriggio, in ciascuna borgata, si celebra il processo al tesoriere. Il Tezourìe è accusato di furto ai danni della comunità: cerca di scappare con la cassa grazie all'aiuto di un segretario, ma viene acciuffato, infarinato e processato, e ammette il proprio errore solo dopo aver tentato di scaricare su altri le colpe del misfatto.

A Sampeyre, Rore e Calchesio finisce con la grazia: intercedono per lui, a seconda della sede processuale, le Segnourine, un sacerdote o due ragazze del paese, e il tesoriere evita di essere passato per le armi. Soltanto al Villar — dove i tesorieri sono due — i due, mentre tentano un'ultima disperata fuga, vengono abbattuti a fucilate dai Granatìe, salvo «resuscitare» quasi subito, perché nel frattempo hanno ricevuto una generosa dose di vino. Il tesoriere è il capro espiatorio con cui ci si libera del Vecchio per iniziare una nuova annata.

Chi sfila, e con quale compito

Ogni personaggio ha un compito preciso. Aprono i cortei di Sampeyre e Calchesio i Cavalìe, i cavalieri, che rappresentano la cavalleria dei valligiani, in uniformi verdi a Calchesio e nere a Sampeyre; il ritmo è guidato dal Tambourn majour, che muove un lungo bastone a tempo di musica, mentre i Tambourin chiamano a raccolta il corteo e ne scandiscono la marcia.

Le Sarazine sono bambine interpretate dai bambini più piccoli: fanno roteare un fazzoletto bianco come segnale in codice, con cui un tempo si comunicavano ai valligiani i movimenti del nemico. Le Segnourine, vestite di bianco per simboleggiare la fine della schiavitù, sono interpretate dai ragazzi fra i dieci e i sedici anni. I Sapeur, con folte barbe e armati di scure, abbattono le barriere; i Grec, giovani fra i diciassette e i trent'anni, impersonano i prigionieri greci liberati dai valligiani e sfilano fumando pipe dalle forme curiose.

Gli Escarlinìe sono la fanteria, detti «scampanellatori» perché portano mazze ornate di edera, nastri colorati e campanellini — gli escarlin — a rappresentare lo spirito della vegetazione. Ci sono poi gli Espous, coppie di giovani sposi che garantiscono la continuità della collettività; i Segnouri, i benestanti del paese che ora possono girare liberamente senza paura dei saccheggi; i Sounadour, i musicisti, che a volte suonano anche per più di ventiquattro ore consecutive; gli Uzuart, le guardie che scortano gli Alum, armate di spada o fucile e con alti copricapi addobbati. A Sampeyre sfilano i Morou, a dorso di mulo o asino, e i Turc, prigionieri saraceni che viaggiano incatenati due a due.

Chiudono il corteo i Viéi e la Viéio, il vecchio e la vecchia, vestiti di stracci, che portano una culla con dentro un bambino — una bambola — e un fiascone di vino; i Cantinìe corrono su e giù per il corteo accertandosi che a nessuno manchi da bere; gli Arlequin sono il servizio d'ordine, e tengono indietro la gente spaventandola in modo burlesco con code di topo o di scoiattolo, riconoscibili per il cappello ormai informe con appesi gusci di lumaca e campanelli. Un tratto saliente è che tutti i personaggi sfilano in coppia con il loro doppio: una forma di comparatico, legame caratteristico delle tradizioni dell'Italia meridionale e meno comune al nord, che simboleggia un legame di amicizia e solidarietà più forte della consanguineità.

Una carriera lunga vent'anni

Al vertice c'è lo Stato Maggiore, gli Alum: sono otto per ciascuna Baìo, seguono un rigido ordine gerarchico, indossano feluche napoleoniche e sono armati di spada. A conclusione di ogni festa vengono eletti due nuovi Alum, e per loro comincia una carriera militare il cui avanzamento è automatico a ogni manifestazione: si parte come Tenent — a Rore Soutportobandiero —, dieci anni dopo si diventa Portobandiero e poi Abà, cioè comandanti dell'esercito e organizzatori della festa, e infine, nell'arco di vent'anni, Segretari e Tezourìe.

Essere Abà significa avere la responsabilità di girare di casa in casa ogni sera, nei mesi precedenti la festa, per accordarsi con ogni famiglia sui ruoli da ricoprire. Difficile, quindi, essere Abà più di due volte: finita la carriera si torna a essere uno dei tanti personaggi della Baìo.

I nastri di seta e il ballo

Quella che si vede sfilare è solo metà del lavoro. L'altra metà è la Baìo invisibile: le famiglie, e in primo luogo le sarte, le ricamatrici e le merlettaie, che realizzano gli abiti dei figuranti. Gli abiti sono confezionati seguendo regole molto severe, non solo perché devono identificare in modo preciso il personaggio a cui appartengono, ma anche perché, secondo i membri della Baìo, «concorrono al mantenimento nel tempo della sua essenza stessa».

La punta di diamante sono i nastri di seta, i bindel: ne servono centinaia di metri, e un tempo le donne li compravano dai merciai ambulanti che spesso li portavano dalla Francia. Hanno un triplice valore: simbolico, perché il bindel avvolgeva la candela benedetta e veniva regalato a un neonato; estetico, con i colori sgargianti — più scuri quelli dell'alta valle, più chiari quelli della bassa; ed economico, perché la seta è da sempre costosa e difficile da reperire. A ogni edizione i nastri, con le coccarde e le roselline, vengono ricuciti con pazienza: sono una tradizione di famiglia, un patrimonio da tramandare.

Il momento di comunicazione più profondo fra pubblico e interpreti resta però il ballo, dove si eseguono solo danze tradizionali. La Valle Varaita è considerata, con la Vermenagna, un importante centro del mantenimento e della riscoperta delle tradizioni occitane: al suono dei violini, delle fisarmoniche, degli organetti e dei clarinetti i festanti si esibiscono nella courento, nella gigo, nella countrodanso, nella tresso, nella bureo d'San Martin, nel mulinet', nella vieio, nella meschio e nella cadrio. Un organetto, un violino, e la danza rinasce spontanea: giovani e vecchi ritrovano nei passi antichi un'identità occitana mai venuta meno.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Baìo a Sampeyre richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Costigliole Saluzzo, a 27 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Cuneo Centro, e il tragitto è di 46 chilometri per 49 minuti di guida.

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