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Presepe Vivente a Cammarata 2026 - L'arco arabo di via Coffari e i duecento figuranti del quartiere di San Vito

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Presepe Vivente di Cammarata, in provincia di Agrigento, si tiene fra fine dicembre e l'Epifania nel quartiere medievale di San Vito. Il borgo è arroccato su una rupe, con le case addossate l'una all'altra, e per questo è stato definito il «paese-presepe». Per l'occasione il quartiere si riempie di circa duecento figuranti in abiti dell'Ottocento e del primo Novecento, e le stradine in pietra, le cantine e le vecchie stalle tornano a essere quello che erano.

Si entra da un arco arabo

L'ingresso è in via Coffari, sotto l'antico arco di origine araba chiamato «u patu», che introduce il visitatore in uno spazio e in un tempo «altro».

Da lì il percorso si snoda fra le antiche abitazioni in pietra e risale verso la Rocca. Le case sono annerite dal fumo delle cucine a legna, e vengono arredate con attrezzi e arnesi da lavoro donati dai contadini e dagli artigiani del paese. Alla fine del cammino c'è la chiesetta della Madonna del Barone, dedicata alla Madonna delle Grazie.

Il fabbro, il calzolaio, la fornaia

Le scene sono decine, e ognuna ha un nome in dialetto perché ognuna è un mestiere che a Cammarata si faceva. C'è «u firraru» che riscalda il ferro per batterlo e modellarlo a suo piacimento, con il rumore assordante del martello sulla suonante incudine; «u scarparu» chinato al tavolo da lavoro a riparare suole e vecchie scarpe; «u siggiaru», che ripara e costruisce sedie e intreccia le fibre vegetali per fare i panara; «u consapiatti», che rimette insieme col fil di ferro gli utensili rotti; «u falignami» curvo sul bancone, che va su e giù con la pialla.

Poi ci sono le donne. «Li raccamatrici» sono tre, curve su bianchi lini, e lavorano coperte, lenzuola e biancheria in una stanza riscaldata dalla brascera; un'altra tesse al grande telaio di legno, mentre anziane signore sedute attorno al braciere lavorano la calza, l'uncinetto e la maglia. Nel piccolo mulino ricostruito due donne «annettano u frummìantu» e un uomo alla macina di pietra è addetto alla farina; nella porta accanto, attorno all'arbitriu, si preparano i vari tipi di pasta, sistemata su canne ad asciugare.

Dentro una stalla è allestito «u Museo»: qui il figurante, nei panni del contadino, enumera ai visitatori i piccoli e grandi utensili e gli attrezzi da lavoro del mondo contadino, uno per uno.

E ci sono i mestieri che non esistono più affatto: «u stazzunaru», che dalla creta informe e dall'argilla trae lanceddi, bummuli, piatta e pignati; «u sculturi», nel cui laboratorio si ammirano capolavori di pietra in miniatura; «du cinnirazzaru», un uomo con scialle e coppola che gira con l'asino vendendo la carbonella.

Quello che si mangia lungo la strada

Il percorso si attraversa mangiando: le degustazioni sono preparate secondo i metodi di un tempo, e ricreano i sapori del «mercato dei poveri» di un secolo fa.

Ci si ferma davanti a «u furnaru», dove brave panettiere impastano, infornano e condiscono con olio nuovo il pane caldo, la cui fragranza ristora i visitatori. Il pane si fa con farine tipiche della zona, macinate e impastate dal vivo; dopo la lievitazione gli si dà la forma dei «guastidduzzi», lo si cuoce nel forno a legna sotto gli occhi di tutti e lo si serve ancora caldo, condito con olio extravergine di oliva, sale e origano del Monte Cammarata. «U picuraru», vestito con la vraca fatta di lana di pecora, rimesta nel pentolone di rame stagnato il latte appena munto e lo trasforma in ricotta. «U fasularu» dispensa ai passanti un mestolo di fagioli cotti dal suo pentolone; poco più in là la capanna «du ciciraru» manda odore di ceci; nelle «quadaruna», antiche pentole con la legna che arde sotto, cuoce la zuppa di legumi. C'è la pasta fatta al matterello, ci sono i dolci di mandorle e fichi appena sfornati da «u pizzarrunaru», e c'è il vino cotto di «u spremiracina», la cui ricetta è segreta.

La capanna, la taverna e la bottega

Al centro di tutto sta «A Capanna», il luogo sacro per antonomasia: San Giuseppe, Maria e il Bambino Gesù sono interpretati da persone in carne e ossa, e fanno da sfondo un bue e un asino in una cornice di paglia e vimini.

Fuori dal baglio due ciaramiddari allietano l'aria con musiche e canti natalizi. Poco oltre, le grida di alcuni uomini apparentemente brilli attirano dentro «a Taverna»: vestiti a dovere con abiti scuri, coppola in testa e scapuccina, alcuni giocano a carte, altri bevono, altri suonano u marranzanu cantando vecchi stornelli. Il vociare confuso e allegro di alcune donne annuncia invece la «Putia», la piccola bottega dove due venditrici con la brascera a terra offrono i prodotti della terra e quelli del mercato povero di allora: farina, pasta, zucchero, caffè, lenticchie, stoccafisso, formaggi appesi al filo, fichidindia, alloro, cannella, fiori di camomilla, mele cotogne, lo astratto e le sorbe.

C'è anche una scena che non vende nulla e non lavora: «a Famigghia». Dietro l'esposizione di una bottega è stata ricreata l'abitazione dei proprietari, per ricordare come la vita domestica si svolgesse in spazi così ristretti. Gli arredi sono quelli di una famiglia povera: in una sola stanza vivono tutti i componenti, e la madre dondola la naca del piccolo mentre lavora a maglia. Alla fine del percorso si apre «l'Aia», dove un anziano contadino dirige la trebbiatura a pisata, tenendo per le redini l'animale che frantuma i covoni sparsi.

Nato nel 2003, in parrocchia

L'esperienza è cominciata nel 2003, dentro la comunità parrocchiale di San Vito. L'idea fu messa in atto dal Comitato del Santissimo Crocifisso degli Angeli con i giovani dell'oratorio, che elaborarono un progetto realizzato con grande entusiasmo: furono individuate le case più vecchie e i punti strategici del quartiere, e vennero aperte per accogliere le varie scene. Si costruirono capanne, staccionate e recinti, e si cercò di coprire ciò che era moderno, per creare un luogo che permettesse ai visitatori di fare un viaggio nel passato.

Da allora l'evento è coordinato dall'associazione religiosa culturale Santissimo Crocifisso degli Angeli, con il Comune di Cammarata e con volontari di ogni generazione. Il numero dei figuranti non è fisso, e la ragione la dicono gli organizzatori stessi: è una forma di volontariato, e chi è disponibile e vuole partecipare è il benvenuto. Il modello dichiarato è antico quanto la tradizione cristiana del presepe — la rappresentazione ideata da San Francesco d'Assisi, che nel 1223 a Greccio mise un neonato in una vera mangiatoia.

Chi decide come si faceva

La ricostruzione viene dai ricordi delle persone più anziane del paese. Gli anziani, «custodi viventi della memoria», vengono interrogati e ascoltati come oracoli: sono gli unici depositari viventi della tradizione, e diventano i registi dell'apparato scenico e la sola fonte da cui attingere una sterminata serie di particolari.

È per questo che l'ambientazione è così precisa — la Cammarata di fine Ottocento e dei primi del Novecento, un mondo di contadini, piccoli artigiani, pastori e casalinghe, con la famiglia patriarcale raccolta in una casa o in una serie di piccole case attigue attorno a quella paterna. E ogni anno l'allestimento si arricchisce di scene nuove.

Come arrivare alla festa

Raggiungere il Presepe Vivente a Cammarata richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Cammarata-San Giovanni Gemini, a 6,8 chilometri da Cammarata, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Vicari Sud ha davanti un percorso di 28 chilometri, ventinove minuti di guida.

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