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Capodanno · Storia e origini

Perché a Capodanno ci si scambia gli auguri: la strena dei Romani

3 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Lo scambio di auguri di Capodanno viene dai Romani, che alle calende di gennaio si regalavano ramoscelli d'alloro raccolti nel bosco di una dea. Quei doni si chiamavano strenae, e da quel nome viene la parola che oggi diciamo strenna, il regalo delle feste.

La dea si chiamava Strenia, e forse era sabina.

Chi era Strenia

Una divinità legata al nuovo anno, alla purificazione e al benessere, considerata simbolo di prosperità e buona fortuna. La tradizione la dice di origine sabina, e il suo nome forse significava «salute».

A Roma aveva un altare e un bosco sacro sulla Via Sacra, e uno spazio verde sul Monte Velia.

Il racconto d'origine attribuisce l'inizio a Tito Tazio, il re sabino: avrebbe ricevuto dei rami dal bosco sacro della dea, e da quell'episodio Strenia fu invocata come divinità dei doni scambievoli. I regali di fine e inizio anno presero il nome di strenae.

Che cosa ci si regalava

Il dono di partenza era vegetale, e veniva staccato da un posto preciso.

Il primo di gennaio i Romani invitavano gli amici a pranzo e si scambiavano un vaso bianco con miele, datteri e fichi secchi. Al mattino i rami venivano portati in processione dal bosco di Strenia verso la cittadella.

Con il tempo i ramoscelli furono sostituiti da denaro, lampade, monete e perfino oro.

A chi si davano

Le strenae non circolavano solo fra parenti e amici: seguivano anche le gerarchie sociali.

Si offrivano a parenti, amici, conoscenti, clienti o dipendenti in occasione delle festività annuali. I clienti le portavano al patrono, e i cittadini all'imperatore — anche quando questi era assente da Roma.

Nella tradizione romana i doni del primo dell'anno comprendevano anche una lotteria pubblica.

Che cosa ci si diceva

Insieme al dono andava la formula, e ne è rimasta traccia.

L'augurio romano di Capodanno era «Annare Perenneque commode», pronunciato soprattutto in quell'occasione: un augurio di passare bene l'anno e gli anni a venire.

Il dono, in origine, aveva carattere religioso: la strena era un regalo di buon auspicio dato in un giorno sacro, non un pensiero qualunque.

Il legame con le altre feste

La tradizione delle strenae si collega alle festività dei Saturnalia, e si celebrava nella prima settimana di gennaio, cioè alle calende.

C'è anche una data alternativa: in alcuni casi i rami d'alloro venivano posti il 1º marzo, l'antico capodanno romano. Un articolo italiano collega inoltre Strenia a Giano e Saturno come sfondo della tradizione dei doni.

Lo scambio di doni augurali fu poi assorbito dalle festività natalizie: è il passaggio che spiega perché oggi la parola strenna indica soprattutto il regalo di Natale, pur restando in uso anche per Capodanno, Epifania e talvolta Carnevale.

Che cosa ne resta nel Sud

Nel Mezzogiorno il nome della dea è sopravvissuto in una pratica popolare.

In Calabria, Puglia meridionale e Sicilia esistono gli Strinari e i figghi da Strina: gruppi che andavano di casa in casa a chiedere dolci, frutta secca e monetine. Quelle questue rituali si chiamano strina e servivano ad augurare un felice anno nuovo.

La forma è cambiata — dal ramoscello alla questua cantata — ma il gesto è lo stesso: si porta un augurio a domicilio, e in cambio si riceve qualcosa da mangiare.

Domande frequenti

Perché a Capodanno ci si scambia gli auguri?

Per una consuetudine romana: alle calende di gennaio ci si donavano ramoscelli d'alloro, fichi e miele come augurio di fortuna per il nuovo anno, accompagnati dalla formula «Annare Perenneque commode».

Da dove viene la parola strenna?

Dalla dea Strenia, protettrice della salute, dal cui bosco sacro sulla Via Sacra si coglievano i ramoscelli d'alloro chiamati strenae.

Che rapporto c'è con i regali di Natale?

Lo scambio di doni augurali di Capodanno fu assorbito dalle festività natalizie, e la parola strenna è passata a indicare il regalo di Natale.

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