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Storia e origini di Capodanno - perché si festeggia
Il nome dice esattamente che cosa è: il termine capodanno è un composto univerbato derivante dalla locuzione «capo d'anno», che a sua volta ricalca il latino caput anni, dove caput significa «testa» ed è usato «in senso figurato per indicare l'inizio, il principio o l'estremità di un periodo temporale».
In italiano scritto la parola non è recentissima: è attestata fin dalla metà del XIV secolo (circa 1348).
Quando l'anno cominciava in primavera
Per gran parte della storia il primo giorno dell'anno non è stato il 1º gennaio: in principio il Capodanno non era posto il 1º gennaio ma in primavera, poiché per le civiltà che vivevano dei prodotti della terra esso coincideva con l'inizio dell'anno agricolo.
La testimonianza più antica che si conosca viene dalla Mesopotamia: la più antica testimonianza conosciuta del Capodanno risale a circa il 2000 a.C. A Babilonia si teneva l'akitu, la festa del Nuovo Anno all'apparire della luna nuova successiva all'equinozio di primavera, intorno a metà marzo.
Quella festa raccontava una battaglia: i popoli della Mesopotamia credevano che l'universo fosse nato da una lotta tra il dio Marduk e la dea del caos Tiamat. Marduk «ebbe la meglio, imponendo l'ordine sul caos», e «ogni anno, questa impresa veniva ricordata».
Presso i Sumeri la stessa festività aveva un altro nome e un prezzo altissimo: si chiamava Zagmuk, «letteralmente, forza che fa rivivere il mondo», e «nel periodo arcaico il re sarebbe dovuto essere sacrificato, affinché avesse potuto ascendere al cielo e lottare al fianco del dio Marduk». La pratica poi cambiò: poiché per mantenere l'equilibrio era impensabile sacrificare ogni anno un sovrano, si preferì sostituire il re nei dodici giorni di celebrazione con un prigioniero eletto che sarebbe stato sacrificato al suo posto.
Egizi, Greci, Celti
In Egitto il criterio era astronomico e agricolo insieme: l'alba del nuovo anno era segnata dalla levata eliaca della stella Sirio, scelta «poiché coincideva con l'esondazione del fiume Nilo, il quale depositava sui terreni circostanti l'humus»; e in questo caso «il loro Capodanno doveva coincidere con l'attuale 21 luglio». Anche tra gli antichi Egizi si trovano tracce della celebrazione del Capodanno, dove la protagonista era Hathor, dea dell'amore, della gioia, della musica e della danza: i festeggiamenti «si trasformavano in vere e proprie orge, con canti e vino a concludere la giornata».
Gli antichi Greci segnavano l'inizio dell'anno con il solstizio d'inverno, il 21 dicembre. Avevano però anche due feste assimilabili al Capodanno: le Antesterie, «tra febbraio e marzo in onore del vino nuovo», durante le quali ogni santuario chiudeva le porte — per l'occasione segnate con della pece nera — affinché gli spiriti potessero dirigersi verso le abitazioni dei propri cari; e le Panatenee, «tra luglio e agosto», con agoni letterari e musicali, competizioni ginniche e corse di cavalli, e nell'ultimo giorno il sacrificio di «oltre cento buoi e pecore».
I Celti lo collocavano nel punto opposto dell'anno: il Capodanno dei Celti corrispondeva alla festività di Samhain celebrata tra il 31 ottobre e il 1º novembre in onore dell'inizio della stagione del freddo e della morte. Era un obbligo collettivo: «coloro i quali si fossero assentati, non sarebbero stati ammessi ai sacrifici», ed era «la pena più severa prevista dalla loro religione». La scelta ha una sua logica, perché «i Celti nella morte vedevano l'inizio di una nuova vita».
Anche Roma cominciava a marzo
Il calendario romano più antico partiva dalla primavera: nel calendario repubblicano arcaico l'anno iniziava il 1º marzo. Il dio del giorno era un altro: originariamente il dio patrono del nuovo anno era Marte e le celebrazioni erano svolte il 1º marzo, perché «il dio della guerra, nella sua arcaica versione, simboleggiava il risveglio della vegetazione dopo il lungo sonno dell'inverno».
Quel giorno contava anche per ragioni amministrative: era «un giorno importante perché entravano in carica i magistrati, compresi i consoli, eletti nel precedente mese di dicembre».
La divisione dell'anno in dodici mesi è attribuita al secondo re di Roma. Tito Livio scrive che Numa Pompilio «divise l'anno in dodici mesi seguendo prima di tutto il ciclo della Luna; e poiché la Luna non lo completa con i singoli mesi di trenta giorni, ma avanzano sei giorni per un anno intero che completi il ciclo dei solstizi, stabilì di interporre mesi intercalari in modo che nel giro di 19 anni i giorni, tornando alla stessa posizione del sole dal quale erano partiti, collimassero in pieno con gli anni» (Ab Urbe condita, I, 19). Fu allora che «il primordiale calendario dei Latini, basato su un sistema decimale, divenne dodicesimale, e gennaio fu eletto primo mese dell'anno».
Il console che aveva fretta
Il passaggio a gennaio non ha una data sola, perché avvenne in due tempi: prima il calendario, poi le magistrature.
La prima è il 191 a.C.: «le prime notizie certe dell'avvenuto passaggio di calendario risalgono al 191 a.C., quando i pontefici fissarono l'inizio dell'anno al 1º gennaio con la lex Acilia de intercalatione», una legge che «si richiamava alla tradizione instaurata dal secondo re di Roma, Numa Pompilio».
La seconda è il 153 a.C., e riguarda i consoli. Una fonte concilia le due versioni spiegando che la decisione del 191 riguardò il calendario, ma le magistrature continuarono a entrare in carica in marzo. All'epoca «i consoli venivano eletti a dicembre, ma prendevano l'incarico ufficiale solo nel mese di marzo per motivi religiosi». Poi arrivò un'emergenza militare: il console eletto Quinto Fulvio Nobiliore era occupato nel domare la rivolta di una popolazione in Spagna e chiese al Senato di poter prendere immediatamente i poteri per difendere al meglio la sua patria.
Il risultato fu definitivo: l'eccezione divenne la regola e l'inizio dell'anno coincise con l'inizio del mandato consolare il 1º gennaio. Da allora «i consoli e gli altri magistrati entrarono sempre in carica il primo gennaio». In un altro conto la richiesta del console è un anno prima, nel 154.
Cesare fissa il calendario
L'assetto definitivo è di Giulio Cesare: la definitiva istituzionalizzazione del 1º gennaio come inizio dell'anno si deve alla riforma del calendario giuliano promossa da Giulio Cesare nel 46 a.C., nell'ambito della quale il primo giorno dell'anno fu fissato formalmente al 1º gennaio.
Non fu solo una questione di date d'inizio: con il calendario giuliano fu altresì definita la durata dell'anno solare e l'introduzione degli anni bisestili.
Giano, il dio che guarda da due parti
Il nome del mese viene da un dio, e il dio spiega la festa: la festività del Capodanno trae parte della sua origine anche dai festeggiamenti in onore del dio romano Giano, divinità bifronte simbolo dei passaggi e degli inizi, dal quale deriva il nome del mese di gennaio.
Ovidio lo saluta così: «Giano bifronte, inizio dell'anno che scorre silenziosamente» (Fasti, I, 64). E Plutarco spiegava che «Gennaio poi, ch'è il primo, così si chiama da Giano [che] appresso a quegli antichissimi popoli, o Dio, o Re ch'egli si fusse fingono, ch'egli havesse due fronti» (Vita di Numa). Il dio «era rappresentato con due volti: uno anziano e barbuto, l'altro giovane».
Il legame con le porte non è una metafora tarda. Secondo la congettura di Frazer, un'immagine del dio «sarebbe forse stata innalzata all'ingresso principale della casa, per metterla sotto la protezione del possente dio», e quella porta, così custodita, veniva chiamata janua foris, vale a dire porta di Giano; l'etimo del sostantivo latino janua, «porta», «sarebbe proprio il nome del dio Giano». Da qui anche i due volti: «probabilmente si ritenne necessario che il divino guardiano controllasse entrambe le direzioni, di fronte e alle spalle, così che nulla sfuggisse al suo occhio vigile».
Il primo giorno dell'anno aveva il suo rito preciso: il pontefice offriva a Giano farro con sale e una focaccia fatta con cacio grattugiato, farina, uova e olio, chiamata ianual, «per propiziare l'influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti».
E, al contrario di oggi, si lavorava: quel giorno non era vacanza, anzi gli atti lavorativi avevano un valore rituale, secondo le parole che Ovidio mette in bocca al dio: «Consacrai al lavoro l'anno che appena comincia perché non sia l'intero ciclo ozioso».
Saturno, e la festa dei contrari
A chiudere l'anno era invece un altro dio: il dio che si celebrava in chiusura dell'anno era però Saturno: durante la festività dei Saturnalia di dicembre i padroni cucinavano per gli schiavi e servivano loro suntuosi banchetti.
Per qualche giorno l'ordine si rovesciava: era il periodo dei contrari, con i servi nel ruolo dei padroni, le donne in quello degli uomini, i bambini al posto degli adulti. La formula che lo giustificava è rimasta: semel in anno licet insanire, «una volta l'anno è lecito impazzire», «erano le eccezioni che confermavano le regole, perché ogni cosa nei giorni seguenti potesse andare avanti come prima».
Da quei giorni viene anche una parola italiana: i fichi, detti strenae — da cui il nostro strenna — erano accompagnati da foglie d'alloro, come augurio di fortuna e di felicità. «Le foglie e i ramoscelli erano raccolti nel bosco sacro della dea Strenia» e ornavano «anche le porte degli edifici più importanti, come il tempio di Vesta, le Curie, le case dei flamini maggiori». Nell'Italia meridionale «è rimasta questa usanza: per capodanno si regalano fichi secchi avvolti in foglie d'alloro».
Il Medioevo delle date diverse
Con la fine dell'impero il calendario restò, ma il capodanno no: il calendario giuliano rimase in vigore in tutti gli ex domini di Roma, ma l'inizio dell'anno era fissato in giorni diversi a seconda delle popolazioni.
Le date principali erano tre. Il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, «per tutto il Medioevo nelle isole britanniche e in alcune città italiane»; il 25 dicembre, giorno della Natività, in Spagna e Portogallo, dove il cambio dell'anno restò lì «fino all'inizio del Seicento»; il 1º settembre «nell'impero bizantino».
L'Italia da sola ne aveva tre: a Venezia si celebrava il 1º marzo, in Toscana il 25 marzo, mentre al Sud Italia e nelle Isole l'inizio dell'anno cadeva il 1º settembre.
Pisa, dove l'anno comincia a mezzogiorno
Il caso toscano è il più documentato. Il cosiddetto calendario pisano, o stile dell'Incarnazione al modo pisano, era un particolare tipo di calendario in uso a Pisa e in altre zone dell'attuale Toscana fino alla metà del XVIII secolo, che faceva iniziare l'anno il giorno 25 marzo, «anticipandone di nove mesi e sette giorni l'inizio rispetto allo "stile moderno" o "stile della Circoncisione"».
È antico e datato: il primo documento datato in Stile Pisano che lo attesta risale al 985. E non valeva solo in città: quella data restò in vigore «anche nelle terre appartenenti alla Repubblica di Pisa: la costa fra Portovenere e Civitavecchia, Gorgona, Capraia, Elba, Pianosa, Corsica, Sardegna, Baleari», fino a «Tunisia, Algeria, Egitto, Palestina, Siria» e Costantinopoli.
Cambiava anche l'ora del passaggio: il momento del passaggio al nuovo anno non corrisponde alla Mezzanotte bensì al Mezzogiorno, quando dalla finestra della navata centrale del Duomo un raggio di sole «illumina la mensolina a forma di uovo posta sul pilastro accanto al celebre pergamo di Giovanni Pisano». In origine il raggio entrava «da una finestra detta Aurea colpendo una zona prossima all'altare maggiore a mezzogiorno in punto»; il meccanismo «fu ripristinato in seguito tra il XIX e il XX secolo, sfruttando una differente finestra».
A Firenze la stessa data aveva una processione: nel giorno del 25 marzo «il clero e le magistrature cittadine si recavano in processione solenne alla Basilica della Santissima Annunziata», e «la ricorrenza era considerata giorno festivo». Il calendario finì per decreto: il Capodanno in Stile Pisano durò fino al 20 novembre 1749, giorno in cui il Granduca di Toscana Francesco Stefano di Lorena ordinò che in tutti gli stati toscani il primo giorno del gennaio seguente avesse inizio l'anno 1750.
Perché proprio il 1º gennaio
Le ragioni che hanno fatto vincere questa data sono due, una religiosa e una astronomica.
La prima: il primo gennaio era già una data importante del calendario liturgico cristiano, perché era il giorno della circoncisione di Gesù. Il conto è semplice: «per gli ebrei era (ed è) prassi praticare la circoncisione ai bambini otto giorni dopo la nascita e poiché Gesù, secondo una tradizione consolidatasi nel V secolo, è nato il 25 dicembre, la sua circoncisione è stata effettuata il primo gennaio».
La seconda: è un giorno vicino al solstizio d'inverno, quando le giornate iniziano ad allungarsi e il Sole riprende il sopravvento sulle tenebre. Il solstizio, del resto, «era immaginato come una morte e rinascita del Sole».
Roussillon, Gregorio XIII, Innocenzo XII
Nel Cinquecento il primo gennaio comincia a imporsi per legge: in Spagna e Portogallo «fu scelto nel 1556», in Francia nel 1564. Con l'Editto di Roussillon emanato da Carlo IX di Francia fu stabilito che l'anno dovesse cominciare ufficialmente il 1º gennaio in tutto il regno francese; la riforma entrò in vigore nel 1567.
Poi arriva la riforma che tutti conoscono: l'introduzione del calendario gregoriano nel 1582 da parte di papa Gregorio XIII, che correggeva l'accumulo di errori del calendario giuliano, conferì ulteriore impulso alla normalizzazione del 1º gennaio come inizio dell'anno civile. Ma non chiuse la partita: quella riforma «non comportò lo spostamento "definitivo" del capodanno al primo gennaio».
La chiusura formale arriva oltre un secolo dopo: secondo la maggior parte delle fonti, solo nel 1691 papa Innocenzo XII stabilì ufficialmente che il capodanno doveva essere fissato alla festa della circoncisione di Gesù, nella notte di San Silvestro.
Restarono dei ritardatari. Nel Regno Unito e nelle colonie britanniche il 1º gennaio fu riconosciuto legalmente solo con l'adozione del calendario gregoriano nel 1752, quando il Parlamento britannico spostò l'inizio dell'anno dal 25 marzo al 1º gennaio; e la Russia «adottò il calendario gregoriano e il 1º gennaio come inizio dell'anno solo nel 1918».
Il 28 ottobre del ventennio, e la legge italiana
In Italia c'è stata anche una parentesi con un capodanno tutto suo: durante il ventennio fascista il regime istituì simbolicamente il 28 ottobre (anniversario della marcia su Roma) come capodanno politico con un proprio computo degli anni (Era Fascista); tale uso durò fino alla fine della Repubblica Sociale Italiana nel 1945, quando si era giunti all'anno XXIII.
Quanto al giorno festivo, la sua storia è fatta di abrogazioni e ritorni: abrogato in molte regioni in seguito all'unità d'Italia e alla conseguente annessione al Piemonte, il cui ordinamento non lo prevedeva, fu introdotto a livello nazionale inizialmente dalla Legge 23 giugno 1874, n. 1968, e successivamente confermato dalla vigente legge 27 maggio 1949, n. 260.
San Silvestro, che eredita le porte di Giano
Il nome della notte viene da un papa: la data venne scelta dalla Chiesa cattolica per celebrare la memoria di papa Silvestro I, morto il 31 dicembre del 335 a Roma. Fu «33º Vescovo di Roma e pontefice dal 314 d.C. fino alla sua morte durante il regno di Costantino», in un periodo «successivo all'editto di Milano con cui l'Impero accettava la religione cristiana»; e «sembra poi che il Santo abbia battezzato l'imperatore Costantino».
La scelta della vigilia ha una motivazione dichiarata: la vigilia di Capodanno venne a lui dedicata affinché si ponesse sempre l'inizio del nuovo anno sotto la protezione del Papa. E c'è una continuità che le fonti notano: la funzione di custode delle porte che aveva anticamente Giano si è curiosamente trasferita nella figura di San Silvestro.
Liturgicamente le due giornate hanno ciascuna il proprio rito: la sera del 31 dicembre «è consuetudine effettuare l'esposizione del Santissimo Sacramento e il canto del Te Deum»; il 1º gennaio si celebra la Solennità della Madre di Dio nel Calendario romano generale e la Circoncisione di Gesù secondo il rito ambrosiano e la Messa tridentina.
I capodanni che cadono in altri giorni
Il primo gennaio non è ovunque. In Cina, nonostante sia in vigore il calendario gregoriano, il capodanno è calcolato in base a un calendario lunisolare e inizia il giorno della seconda luna nuova dopo il solstizio d'inverno, cioè tra il 21 gennaio e il 20 febbraio.
Per la religione ebraica il capodanno, detto Rosh haShana, cade tra il 5 settembre e il 5 ottobre ed è giorno festivo nello Stato di Israele. In alcuni Paesi islamici «l'anno inizia nel primo giorno del mese di Muharram» e, «poiché il calendario islamico è lunare, la data è mobile» — pur restando il 1º gennaio il capodanno civile nella maggior parte di essi.
C'è infine un caso doppio: nei Paesi a maggioranza cristiana ortodossa l'autorità civile adotta il calendario gregoriano e il capodanno si celebra il primo gennaio, ma la Chiesa continua a seguire il calendario giuliano e per le questioni liturgiche l'anno inizia il 14 gennaio, perché il calendario giuliano è rimasto indietro rispetto a quello gregoriano di 13 giorni.
I buoni propositi hanno quattromila anni
Anche l'abitudine di promettersi qualcosa il primo giorno dell'anno è antica: la tradizione di fare propositi per l'anno nuovo risale a quasi 4.000 anni fa e ha origine nelle civiltà che consideravano il nuovo anno come un momento di rinnovamento e riflessione.
Le feste babilonesi, però, servivano ad altro. «C'è un'ampia documentazione scritta sulle feste di Capodanno nell'antica Babilonia, in Siria e in altri luoghi della Mesopotamia», spiega Eckart Frahm, professore di lingue e civiltà del Vicino Oriente alla Yale University; quelle feste «erano incentrate sull'espressione di gratitudine agli dèi per un raccolto abbondante, non sulla formulazione di propositi». Ma alla fine del primo millennio a.C., un re babilonese giurò pubblicamente di essere un sovrano migliore: un atto «talvolta definito "confessione negativa"», che «non era una semplice riflessione personale ma una dichiarazione pubblica di responsabilità».
I Romani ci misero il lato pratico. Secondo Candida Moss, docente dell'Università di Birmingham, queste tradizioni si concentravano sull'iniziare l'anno con il piede giusto: pulire le abitazioni, rifornire la dispensa, pagare i debiti e restituire gli oggetti presi in prestito.
La forma moderna, invece, nasce in America e nasce severa: fra i Puritani «c'era il desiderio di evitare la dissolutezza e di riflettere sugli anni passati e su quelli a venire», e questo periodo segnò la nascita delle risoluzioni in senso moderno. Le chiese tenevano un «sermone del sabato» la prima domenica dell'anno, ricorda Alexis McCrossen, professore di storia alla Southern Methodist University, e i diari dell'epoca mostrano «persone che si impegnano a liberarsi dal peccato o ad astenersi dall'alcool». Quei sermoni — «tra cui uno famoso di Thomas Foxcroft del 1724» — «sottolineavano che il tempo è fugace e che i fedeli dovevano essere migliori servitori di Dio». Il teologo Jonathan Edwards arrivò a formularne settanta, fra cui quello di «non parlare mai male di nessuno, a meno che non ne abbia una particolare necessità».
Poi la pratica si è staccata dalla religione: nel XIX secolo, i propositi per il nuovo anno avevano travalicato le loro origini cristiane. Già «in un articolo di Capodanno del 1912 pubblicato sul Sacramento Star si legge che i propositi per l'anno nuovo sono un momento per abbandonare le cattive abitudini». Anche l'Italia ha i suoi: il Capodanno italiano ha le lenticchie in tavola, i botti in strada e la tombola dopo.
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