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Perché si chiamano coriandoli: dai confetti rinascimentali ai dischetti di carta

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Si chiamano coriandoli perché all'origine erano semi di coriandolo ricoperti di zucchero: piccoli confetti che nel Rinascimento si mangiavano a fine pasto e si lanciavano addosso agli sposi e ai passanti in maschera. La carta arriva molto dopo, nel 1875, e l'idea è di un industriale milanese.

Il nome è rimasto attaccato all'oggetto sbagliato.

Il confetto che dà il nome

La catena comincia in Persia, nell'alto Medioevo, quando il medico Muhammad ibn Zakariya al-Razi ebbe l'idea di rivestire di zucchero i farmaci amari per renderli ingoiabili. La stessa tecnica passò ai semi, e il coriandolo — aromatico e digestivo — divenne un confetto.

Verso il Quattrocento, nel Rinascimento italiano, i coriandoli erano già confetti a tutti gli effetti: si gustavano a fine pasto e si gettavano addosso agli sposi o ai passanti durante il Carnevale.

La prima testimonianza scritta è di Giovanvettorio Soderini, alla fine del XVI secolo: scrive che i coriandoli di zucchero erano confetti e che facevano bene dopo pasto. Li descrive come digestivi, e capaci di rinfrescare l'alito.

Un gesto molto più antico

Lanciare qualcosa addosso alle persone in festa non è un'invenzione rinascimentale. Gli antichi Greci lanciavano foglie e petali ai vincitori, agli eroi di guerra, agli sposi e ai cortei funebri.

Il seme di coriandolo si inserisce in questa scia con un significato preciso: gettato sugli sposi valeva come augurio di fertilità. Nel Sud Italia il gesto sopravvive intatto, con i confetti di mandorla ricoperti di zucchero che si lanciano ancora oggi ai matrimoni.

Il problema del costo

I confettini zuccherati erano cari, e una festa di piazza ne consuma molti. La soluzione fu progressiva:

1. I semi zuccherati, lanciati sulla folla in maschera all'inizio del Cinquecento. 2. Le palline di gesso ricoperte dal seme di coriandolo, molto meno costose. 3. Le palline e i dischetti di carta colorata, che chiudono la sostituzione.

Ogni passaggio allontana l'oggetto dal suo nome, che però resta.

1875: i dischetti di Milano

L'invenzione dei coriandoli di carta è attribuita a Enrico Mangili, industriale di Crescenzago, alle porte di Milano.

L'idea nasce da uno scarto industriale. In Lombardia gli allevamenti di bachi da seta erano numerosissimi, e usavano fogli di carta traforata come lettiera. La foratura produceva piccoli dischetti di carta di scarto, che nessuno utilizzava: Mangili ne intuì il potenziale e cominciò a venderli come coriandoli per il Carnevale di Milano.

All'inizio erano bianchi; solo in seguito vennero prodotti anche colorati.

Allo stesso Mangili si deve un secondo oggetto della festa: le stelle filanti, la cui idea sarebbe nata guardando le striscioline di carta dei telegrafi Morse.

1876: i triangoli di Trieste

L'anno dopo, a Trieste, un ragazzo di quattordici anni fece qualcosa di simile. Ettore Fenderl — che sarebbe diventato un fisico — non aveva i soldi per comprare i confetti di gesso allora in uso, così ritagliò pezzetti di carta colorata in forma di triangolo, li mise in uno scartozzo e li lanciò sulla folla del Carnevale, in piazza della Borsa.

Il racconto è suo: lo riferì lui stesso, e lo ripeté in un'intervista alla radio Rai nel 1957. Nella sua versione, l'idea si diffuse rapidamente a Vienna, a Venezia e poi altrove.

La paternità è quindi contesa fra le due città, ma la discriminante è la commercializzazione: i dischetti di Mangili furono prodotti e venduti, i triangoli di Fenderl restarono un gesto individuale. Per questo l'invenzione viene attribuita all'ingegnere milanese, che ha anche l'anno anteriore.

Perché in inglese si dice confetti

La confusione nasce nel Rinascimento, quando in Italia si lanciavano confetti veri durante i matrimoni e il Carnevale. Chi guardava da fuori chiamò confetti la cosa lanciata, e il nome è rimasto: in inglese e in tedesco i coriandoli di carta si chiamano ancora confetti e Konfetti, e lo stesso vale in molte altre lingue.

In italiano è successo il contrario: confetti indica gli zuccherini, e la carta ha preso il nome del seme. Il gesto domestico però non è sparito: i coriandoli si fanno ancora in casa, con la perforatrice e la carta colorata di recupero. La parola confetto, per inciso, ha avuto in passato anche il senso figurato di «sasso, proiettile» — che dice bene con quale spirito venissero lanciati.

Come sono fatti oggi

I coriandoli moderni sono piccoli pezzi di carta colorata da gettare in strada, e si comprano a sacchetti. Possono essere sparati con cannoncini giocattolo, e accompagnano le zuffe amichevoli di Carnevale insieme alle stelle filanti e alla schiuma spray.

Domande frequenti

Perché si chiamano coriandoli?

Perché in origine erano semi di coriandolo ricoperti di zucchero: piccoli confetti che si mangiavano a fine pasto e si lanciavano nelle feste. Quando i confetti furono sostituiti da gesso e carta, il nome rimase.

Chi ha inventato i coriandoli di carta?

Enrico Mangili, industriale di Crescenzago, nel 1875: vendeva come coriandoli i dischetti di scarto delle carte traforate usate negli allevamenti di bachi da seta. Il triestino Ettore Fenderl rivendicò l'invenzione per il Carnevale del 1876, ma non li commercializzò mai.

Perché in inglese i coriandoli si chiamano confetti?

Perché nel Rinascimento in Italia si lanciavano confetti veri: le altre lingue hanno adottato quel nome per l'oggetto lanciato, e lo hanno conservato anche quando è diventato di carta.

Chi ha inventato le stelle filanti?

Sempre Enrico Mangili, ispirandosi alle striscioline di carta dei telegrafi Morse.

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