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Gl'Cierv a Rocchetta a Volturno: il rito dell'Uomo Cervo

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
9 febbraio 2027
Dove frazione del comune di Rocchetta a Volturno, Rocchetta a Volturno

Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.

Gl' Cierv, il rito dell'Uomo Cervo, si tiene l'ultima domenica di Carnevale a Castelnuovo al Volturno, frazione del Comune di Rocchetta a Volturno, in provincia di Isernia. Al calar del sole, fra i campanacci delle Janare e il grido «Gl' Cierv!», la bestia dal palco di corna e le pelli di capra scende in piazza a distruggere e spaventare, finché il Cacciatore non la abbatte e Martino non la resuscita soffiandole nelle orecchie. La prima notizia scritta del rito risale agli anni Sessanta, e dal 1993 lo organizza l'associazione culturale Il Cervo.

Il buio, i campanacci e le Janare

Il rito ha inizio al calar del sole, con l'accensione di un fuoco. Il tintinnio dei campanacci suonati con una cadenza ossessiva annuncia che sta arrivando qualcosa: sono le Janare, le streghe locali, megere dalle vesti nere e dalle lunghe capigliature, guidate dal Maone, stregone del folklore locale e malefico personaggio delle tenebre, che qui ha una mera presenza scenica. Le janare aprono la manifestazione con urla stridenti, corse e danze affannose, sul suono dei campanacci che agitano loro stesse e delle percussioni.

Poi le malefiche scompaiono. Dal centro storico arriva il corteo di contadini, popolani e pastorelli, musicisti e zampognari, che indossano i costumi tradizionali dell'area e calzano le cioce, e che sfilano al suono della zampogna, lo strumento tradizionale locale. Sono loro a preannunciare all'unisono, con il grido «Gl' cierv!», la discesa dai monti della bestia.

Chi è il Cervo e che cosa porta

L'Uomo Cervo è interpretato da un uomo col volto e le mani tinti di nero, vestito di pelli di capre e con in testa un palco di corna di cervo, il petto ornato da campanacci. Ostenta forza e soprattutto cattiveria: irrompe nella piazza distruggendo tutto ciò che incontra, dissemina violenza e panico fra le vie del paese, aggredisce figuranti e spettatori con urla e gesti violenti. Nel racconto che il paese fa di sé, simboleggia l'inverno, la fame, il freddo, la sofferenza e la fatica.

Il suo furore si arresta con l'arrivo della Cerva, anch'essa col viso tinto di nero, che si distingue per la colorazione bianca delle pelli caprine che indossa e per le movenze più aggraziate; è una giovane mascherata allo stesso modo, ma senza corna. Comincia una danza di corteggiamento, accompagnata dal suono delle ciaramelle, mentre i due simulano bramiti e agitano fragorosamente i campanacci che pendono dai loro velli. La danza d'amore, però, non basta a placare il poderoso animale: i due riprendono a inveire e a spaventare il pubblico. Uomini vestiti da bestia ce ne sono anche altrove, e le schede dei carnevali storici li raccontano.

Martino, la polenta e il Cacciatore

Giunge allora in piazza Martino, una sorta di Pulcinella vestito di bianco e con un cappello dalla forma conica, che accende una fiaccola e tenta di catturare i due animali. Appare come un mago venuto dalla montagna, e la sua azione placida e benevola si oppone alla forza animalesca e distruttrice dei cervi: con l'aiuto del suo bastone prodigioso e di alcuni castelnovesi riesce a domarli e a costringerli a una corda.

Il risultato dura poco. Le maschere dei popolani accusano i due esseri zoomorfi di ogni male e insieme, per addomesticarli, offrono loro della verdura e la polenta — cibo che viene rifiutato con sdegno e con rabbia. Fomentate da un'anziana popolana, le bestie si liberano dalle funi e tornano a terrorizzare la gente, finché non interviene il Cacciatore, il giustiziere, che con il suo fucile le abbatte entrambe. Gli animali si accasciano, e sulla piazza cala un'atmosfera di morte.

Un soffio nelle orecchie e il grano

Il rito però non finisce con la morte. Il Cacciatore si china sui due corpi e soffia nelle orecchie dei cervi, che tornano a vivere purificati, in una nuova dimensione finalmente liberata dagli spiriti del male. I due, ormai quieti e ravvivati da un nuovo e benefico spirito, si congedano dalla piazza e riprendono il cammino per la via che s'inerpica verso la montagna; sul pubblico, intanto, viene lanciato del grano, simbolo di fecondità, abbondanza e buon auspicio.

Nell'antichissimo mito dionisiaco che il rito racconta, il passaggio delle stagioni è simboleggiato in maniera cruenta: per la rinascita della natura è indispensabile una morte sacrificale. Prima della modernizzazione, era un rito del capro espiatorio, con innumerevoli paralleli nella cultura popolare europea rurale e pre-moderna: l'uomo-animale viene integrato nello spazio comunitario, «addomesticato» e poi espulso, e infine rivivificato. Sullo sfondo ci sono i monti Marrone e Castelnuovo, della catena delle Mainarde, e la piazza — Piazza Roma — sta proprio sotto di essi.

Quello che il rito ha perso e quello che ha aggiunto

Le origini sono storicamente non definibili, e restano oscure nonostante le molte proposte di datazione, alcune poco affidabili. La prima notizia scritta è degli anni Sessanta; alla fine degli anni Settanta, con le prime indagini etnografiche, ottuagenari e nonagenari lo davano già per trasmesso da generazioni all'epoca della loro infanzia.

Quello che si vede oggi è una ripresa, con qualche cambiamento, del rito svolto nella prima metà del Novecento, e il paese non lo nasconde. Dagli anni Settanta sono state fatte interviste agli abitanti più anziani per colmare le lacune, e fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta sono state introdotte alcune maschere che le fonti scritte e quelle orali più antiche non citano: quelle tramandano la presenza esclusivamente del Cervo, di Martino e del Cacciatore. Sono aggiunte la Cerva, le Janare, il Maone e i popolani, e con loro il lancio del grano e la danza di corteggiamento.

Altre cose, invece, si sono perse: il processo e la morte di Carnevale, un tempo riprodotti insieme a questo cerimoniale; la questua per le vie di Castelnuovo, durante la quale venivano offerti i cavoli del proprio campo; e le razzie del Cervo negli orti e fra i capi di bestiame. Il rito si rappresenta oggi nel pomeriggio, ma fino al 1989 avveniva la domenica mattina, dopo la Santa Messa.

Dalla guerra al museo delle maschere

La manifestazione si interruppe durante la Seconda Guerra Mondiale ed è stata ripresa circa cinquant'anni fa dagli abitanti di Castelnuovo, grazie all'impegno della comunità locale; dal 1993 si è costituita l'associazione culturale Il Cervo, oggi APS, che la organizza. La figura antropomorfa è riconosciuta dalla Regione come espressione distintiva del patrimonio immateriale molisano, e l'evento si svolge con il patrocinio del Comune di Rocchetta a Volturno, della Regione Molise e del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.

Attorno al rito è cresciuto un Museo della Maschera, arricchito ogni anno con nuove acquisizioni, che custodisce e tramanda i saperi legati alle maschere rituali con l'idea di trasformare una tradizione ancestrale in un presidio culturale stabile. E la manifestazione si articola ormai su due giornate, fra convegni, laboratori, mostre, la danza con il fuoco e i concerti, fino al momento culminante della domenica: la sfilata delle maschere europee accompagnata dall'orchestra di organetti, e poi il Rito. Gli elementi che tengono insieme quell'incontro sono gli stessi del rito di sempre — la maschera come identità collettiva, il suono come richiamo comunitario, il fuoco e la processione come segni di passaggio, protezione e rinascita.

Come arrivare alla festa

La festa a Rocchetta a Volturno si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Roccaravindola, a 16 chilometri da Castelnuovo al Volturno, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Cupone ha davanti un percorso di 6,6 chilometri, otto minuti di guida.

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