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Carnevali Storici

Il Diavolo a Tufara: sette pelli di capra e il processo al Carnevale

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
9 febbraio 2027
Dove a Tufara, Tufara

Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.

Grida, rumori molesti, persone spaventate: chi si trova a Tufara il martedì grasso è meglio che faccia largo. Nel piccolo borgo della provincia di Campobasso, in Molise, nella Valle del Fortore, l'ultimo giorno di Carnevale spunta all'improvviso fra i vicoli una figura coperta di pelli di capra, con il tridente in mano, che corre, salta e si rotola per terra trattenuta a fatica da un gruppo di guardiani incatenati. È il Diavolo, e prima di sera avrà la sua preda.

Sette pelli di capra cucite addosso

La maschera si costruisce secondo un rituale preciso. È una pesante casacca scura composta, secondo la tradizione, da sette pelli di capra, cucite fra loro al momento della vestizione: ogni pelle ha un significato simbolico legato a Dioniso, che secondo i culti pagani si manifestava proprio sotto forma di capro. Chi la indossa porta con sé oltre venti chili di pelli scure e odorose, completate da una maschera di cuoio nero e dal tridente.

La vestizione è essa stessa un rito. Avviene in luoghi tenuti segreti dalla comunità e richiede ore di preparazione: la casa è il luogo dove si veste il diavolo, un poco in segreto, magari nella cantina scavata sotto terra, accanto agli attrezzi agricoli ormai in disuso e ai vecchi contenitori per i cereali, l'olio e il vino. Le pelli arrivano dai macellai di Casacalenda e vengono cucite il giorno stesso sui corpi dei figuranti.

Il risultato è quello che il paese conosce da sempre: dalla maschera nera, bianca e rossa esce una lunga lingua, e dalla testa spuntano due orecchie ottenute modellando pelle di capra, dalle quali pendono nastri colorati. Il volto è diabolico e vi prevale il rosso, con occhi sgranati, denti digrignati e orecchie a punta. «La figura caprina, il tridente fra le mani, i movimenti accattivanti, suscitano timore e superstizione», scrivono quelli che il rito lo organizzano: tutti vorrebbero evitarlo, ma ognuno in fondo al cuore spera di essere circondato dal suo seguito urlante. Ogni paese ha il suo protagonista temuto o atteso; la rassegna dei carnevali storici li mette in fila.

La Morte col falcione e i Folletti incatenati

Il Diavolo non è mai solo. A precederlo di qualche metro ci sono le maschere della Morte: due figure vestite di bianco, con il volto cosparso di farina e un fez rosso, che brandiscono una grossa falce detta o' falcione. Il roteare della falce evoca il gesto dei contadini durante la mietitura, e il canto che un tempo cadenzava il lavoro nei campi è qui sostituito da urla e salti; le due maschere hanno anche una funzione coreografica. Il loro significato sta in una riga: la purificazione del seme che muore per dar vita alla pianta e al raccolto — se il seme muore ed è purificato nel terreno, la primavera lo restituirà in raccolto.

A trattenere il Diavolo sono i Folletti, chiamati anche Gnomi, o Monaci: indossano un abito monacale, di solito un saio francescano, hanno la faccia sporca di carbone e portano catene sulle spalle. Il loro compito è domarlo, e non ci riescono mai del tutto: lui si dimena, salta, cade a terra, si rotola, si rialza, corre, fa capriole improvvise e agita di continuo il tridente, cercando — dicono gli studiosi del rito — di sedurre chi incontra per iniziarlo ai suoi misteri. Ogni tanto ferma i passanti e chiede loro un piccolo riscatto. Con loro sfilano u' pisciatur, che rappresenta i vizi e l'allegria del Carnevale, la Giuria e i genitori del Carnevale, interpretati da attori locali.

Dioniso, il capro e la vegetazione

Dietro la maschera c'è un'idea molto più antica del Carnevale. Il Diavolo di Tufara è fra le maschere che conservano le antiche caratteristiche da cui traggono origine, e anche se il suo significato primitivo si è in parte perduto, rappresentava un tempo la passione e la morte di Dioniso, dio della vegetazione, le cui feste si celebravano in quasi tutte le antiche società agrarie. Dioniso è il dio che ogni anno moriva e rinasceva come la vegetazione, e il capro era la forma più frequente in cui si manifestava: le sette pelli cucite addosso, scrivono, sembrano il ricordo di un lontano rito di smembramento di cui si è persa memoria.

Poi le cose cambiarono. La rappresentazione della sua passione, che in tempi lontani era una cerimonia sacra, in periodo cristiano venne banalizzata a semplice maschera carnevalesca, con l'aggiunta di figure accumulatesi nel tempo — ed è in questa forma che è arrivata fino a noi. Sull'origine si fanno più ipotesi: il padrone degli inferi richiamato sulla terra dai riti pagani, la danza propiziatoria di chi intuiva la fine dell'inverno e il risveglio della natura, una danza liberatoria per scrollarsi di dosso le fatiche della vita. La maschera zoomorfa, del resto, non è isolata: condivide la propria forma con i Krampus e i Mamuthones, legati anch'essi a riti ancestrali.

C'è una cosa, però, che rende la pantomima di Tufara diversa dalle altre: il capro espiatorio è presentato in duplice aspetto. Lo si intravede nel corpo irsuto e fra le pieghe della maschera del Diavolo, ma anche fra la paglia e la tela del pupazzo identificato con il Carnevale, quello che verrà scaraventato dall'alto di un precipizio.

Il processo davanti al castello longobardo

La lunga corsa ha fine verso sera. Calate le tenebre, le maschere raggiungono il Castello Longobardo, l'antica fortezza che domina il borgo, e in Piazza Garibaldi va in scena una rappresentazione teatrale all'aperto che mescola sacro e profano, tragedia e commedia. Sulla rocca sono pronti i fantocci di panno e paglia da giustiziare.

Il tribunale è composto da un presidente e due giudici, ed è una giuria scanzonata, che si è fatta tentare dal Diavolo. Vengono elencati i misfatti e i meriti del Carnevale, accusato delle colpe dell'anno trascorso; a difenderlo sono la madre-parca, con in mano il filo del destino, la conocchia e il fuso, e il padre. La loro è una difesa tragicomica, e non serve a niente: il fantoccio viene condannato a morte.

Un piatto di spaghetti e due colpi di fucile

Prima dell'esecuzione i membri della giuria chiedono al condannato se voglia esprimere un ultimo desiderio: lui chiede un piatto di spaghetti, che ovviamente gli viene concesso. Poi viene giustiziato con due colpi di fucile e gettato giù dalla rupe.

Quello che accade dopo lo raccontano tutte le fonti allo stesso modo. Il fantoccio viene gettato dalle mura mentre il Diavolo si libera dalle catene, si avventa sul pupazzo con il tridente e ne fa scempio, disseminandone le spoglie prima di scomparire nell'oscurità: ha avuto la sua preda, e si calma. Ma la morte non chiude niente, perché la Madre ha già pronto un nuovo neonato nella culla, che darà continuità al rito. È il senso di tutto: la condanna del fantoccio è il passaggio dalla vita vecchia, che si deve purificare, a quella nuova — un monito, scrivono a Tufara, a lavare le precedenti colpe e a ricominciare con sguardo più fiducioso verso il futuro.

L'archivio bruciato nel 1880

Quanto sia antico questo rito, nessuno può dirlo con precisione, e la ragione è documentata: il vecchio archivio comunale è andato distrutto da un incendio nel 1880, e da allora non è stato possibile risalire alla data precisa dell'origine dell'evento. Restano il nome — «una bestia feroce che non ha nome», si dice del Diavolo — e la pratica, tramandata.

A tenerla in piedi oggi c'è l'Associazione Culturale Antica Maschera «Il Diavolo», fondata nel 1999 con lo scopo di mantenere viva la manifestazione, che si svolge con il patrocinio del Comune di Tufara e della Regione Molise: sono i suoi volontari ad allestire la piazza e a reperire le pelli. Attorno al rito sono cresciuti anche i convegni e i momenti di studio sul suo significato antropologico, e la manifestazione richiama gruppi del Carnevale tradizionale da diverse regioni italiane, creando un dialogo fra le maschere antropomorfe del Sud e delle isole. Il resto è festa di paese: gli spettacoli e gli stand gastronomici in piazza, la lotteria di Carnevale e la rottura della pignata.

Come arrivare alla festa

Il Diavolo a Tufara si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Santa Croce del Sannio, a 34 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Tufara - Celenza Valfortore, e il tragitto è di 7,2 chilometri per 11 minuti di guida.

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