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Il Gran Carnevale a Doues con le landzette rosse 2027

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Gran Carnevale della Coumba Freida si tiene a Doues, in Valle d'Aosta, nella valle del torrente Artanavaz che scende dal colle del Gran San Bernardo, e culmina con la questua rituale della settimana grassa. Un gruppo mascherato, la bènda, gira di casa in casa guidato dalla gueudda e dai suonatori: al centro ci sono le landzette, che a Doues sono esclusivamente rosse e portano il casque di traverso come Napoleone, con la giubba coperta di paillettes e specchietti e la queuvva in mano. Le famiglie offrono vino, uova e le merveille, e il corteo si chiude con lo toc e la tocca e con l'orso.

Le landzette rosse col casque di traverso

Nella valle del torrente Artanavaz, che dal colle del Gran San Bernardo scende verso Aosta confluendo nel Buthier, il carnevale ha un nome che viene dal clima: Combe-Froide, Comba frèide in patois, la valle fredda. A Doues, come negli altri paesi della vallata, le protagoniste indiscusse della sfilata sono le landzette, parola che indica il costume e, per estensione, la persona mascherata che lo indossa.

Il costume consiste in una sorta di redingote e in pantaloni riccamente addobbati di paillettes e lustrini, cuciti con cura in forme floreali, e specchietti rotondi; in testa va il casque, un cappello guarnito di fiori di carta colorata e specchietti. Le landzette di Doues e di Allein sono esclusivamente di colore rosso e portano il casque di traverso, come Napoleone, mentre altrove la colorazione varia da località a località. Su una singola giubba possono essere applicate, secondo le stime di chi realizza questi abiti, fino a 30.000 perline e paillettes: la creazione di un abito da landzetta è un rito di artigianato domestico che richiede mesi di lavoro manuale. Un tempo la stoffa era un cotone molto pesante detto matie, oggi sostituito dal velluto, e il costume completo si compone di pantaloni, gilet, camicia, giacca a coda di rondine, cintura e cappello.

Ogni pezzo ha una ragione. Gli specchi riflettono la luce e sono tradizionalmente considerati elementi protettivi, legati all'idea di allontanare il male, e servono anche a rendere il costume luminoso nelle giornate uggiose, catturando la luce invernale; i fiori cuciti sugli abiti indicano che il carnevale annuncia la fine dell'inverno; i nastri simboleggiano i raggi del sole; il rosso è simbolo di vigore, il nero rappresenta l'inverno e il bianco la primavera, mentre gli altri colori riprendono quelli dei fiori e della natura. Alla cintura tintinna un sonaglio di mulo, il gorgoille, e in mano la landzetta brandisce la queuvva, una coda di crine di cavallo che rappresenta il vento che scaccia l'inverno.

La benda che entra nelle case

Il carnevale della Coumba Freida è, in sostanza, una questua rituale condotta all'interno del villaggio da gruppi locali mascherati, la bènda in francoprovenzale, variopinti e scherzosi. Durante il corteo il gruppo visita le famiglie, entra nelle case, balla nelle strade e nelle piazze, mangia e beve ciò che viene offerto, e la mascherata si sposta di villaggio in villaggio e di casa in casa. Di solito la questua inizia dalla casa del sindaco, spesso lui stesso mascherato.

L'ingresso in casa aveva una forma precisa. Prima di entrare le landzette eseguivano danzando un girotondo, tenendosi per la coda, con le altre maschere al centro: era la loro maniera di chiedere il permesso. Poi entravano, scherzavano un po' con i membri della famiglia, ballavano con la padrona di casa e di solito si facevano riconoscere, onorando il cibo offerto e il vino che non mancava mai; alla fine, dopo il secondo squillo della trombetta o del corno dato dalla guida, la mascherata riprendeva il cammino e, come saluto e ringraziamento, ripeteva il rituale del girotondo.

Tutti gli altri personaggi si muovono liberamente dietro o davanti al corteo delle landzette, che invece sono tutt'altro che libere, perché i loro gesti seguono canoni ben precisi: marciano a suon di musica con un passo lieve, flessuoso e ondeggiante, che abbandonano solo per correre all'inseguimento di un malcapitato spettatore. La corsa, spesso nella neve, sul ghiaccio o nel fango, si conclude con la cattura dello spettatore, che viene strattonato, gettato a terra e disturbato con la queuvva. Per non farsi riconoscere le maschere parlano poco e sempre in falsetto, e di tanto in tanto lanciano l'étsello, un urlo gutturale molto particolare, parente dello jodle germanico. Ogni comunità ha il suo richiamo: i suoni degli altri carnevali storici vanno dai campanacci alle fanfare.

Guida, suonatori e correggiato

Il corteo ha due figure che non sono considerate vere maschere, perché la loro identità è palese e la loro funzione è di servizio. La guida, la gueudda, è il comandante della mascherata per tutta la durata della questua: viene dopo i suonatori e precede la bènda lungo il percorso, e dopo ogni sosta richiama i componenti, stimola i renitenti e veglia che le singole maschere si comportino secondo tradizione, tenendo in particolare il viso coperto. Un tempo teneva in mano un paniere per raccogliere le uova offerte e un vecchio corno o una trombetta per chiamare a raccolta le maschere; è sempre riconoscibile, senza una vera maschera facciale o con una mascherina o un naso finto, e porta pantaloni come le landzette e una giacca infiocchettata. A Doues indossa la giacca di velluto nero e i pantaloni rossi, e con la sua bandiera indica la strada.

I suonatori, i joueur, sono due o tre, vestiti normalmente o al massimo con un cappellaccio, magari con baffi finti: aprono il corteo suonando marcette e monferrine, e poi valzer e polke quando, nelle piazze, nelle case o nei garage, invitano alla danza la padrona di casa e le altre donne presenti. Gli strumenti sono essenzialmente due, la fisarmonica e il clarinetto o il sax, ai quali può aggiungersi lo fléyé, il correggiato, che si ispira all'omonimo attrezzo agricolo usato per battere i cereali e consiste in un bastone con le estremità piatte, con campanelli e nastri.

Dietro di loro sfilano gli altri personaggi. Gli arlecchini di Doues hanno pantaloni in velluto verde e rosso, una giacca bianca ricamata di perle e un casco con nastri colorati; accanto all'arlecchino c'è la demoiselle, la sua compagna che distribuisce caramelle; e poi il diavolo cornuto che brandisce un forcone e suona i tanti campanelli cuciti sul costume. Chiudono la sfilata lo toc e la tocca, due vecchietti del villaggio che si divertono a fare scherzi ai passanti insieme agli orsi e al loro domatore. In alcuni carnevali della valle, al termine del corteo, compaiono anche il medico e l'infermiera con il curato.

Vezadzéye, il volto che non si toglie

Lo strumento per eccellenza per camuffare l'identità è la maschera facciale, la vezadzéye, come è chiamata in francoprovenzale in buona parte della Valle d'Aosta. Oltre ad assicurare l'anonimato, serve a caratterizzare il tipo di maschera che la porta, annunciandone il carattere: l'espressione segnala al pubblico se la maschera è gentile oppure diabolica.

Le landzette portano maschere grottesche, con l'eccezione di quelle vestite di nero, che devono sceglierne una nera; gli arlecchini e le demoiselle portano maschere più neutre, talvolta bianche; il toc e la tocca scelgono una maschera raffigurante persone anziane. Di legno o di cartapesta, gentile o spaventosa che fosse, la maschera facciale non poteva assolutamente essere portata dopo la fine del carnevale. Oggi la maschera è di cartone, che ha sostituito la corteccia di legno.

Il calendario, un tempo, era lungo. Il carnevale non ricorreva in una data precisa ma in un periodo che andava dal giorno dopo l'Epifania al martedì grasso: iniziava il 7 gennaio con le mascherate improvvisate, le patoille, che di notte si avvicinavano alle finestre delle stalle, bussavano, entravano e visitavano i vicini facendo scherzi di ogni tipo, e terminava con la questua rituale, l'apoteosi finale della settimana grassa. Le landzette e le altre maschere tradizionali sfilano solo durante la questua finale, e dal dopoguerra ce n'è sempre stata una sola per ogni parrocchia.

Napoleone e i due sposi anziani

Sull'origine del carnevale la tradizione locale dà due spiegazioni. La prima la fa risalire a quanto accaduto a due persone un po' strambe, non più giovani, che decisero di sposarsi: la gente, per deriderle e sanzionarle, organizzò una sfilata grottesca al suono di strumenti improvvisati, vestendosi in modo stravagante, ed era lo charivari. Di quella storia restano lo toc e la tocca, i due sposi che chiudono la sfilata, spesso con atteggiamenti osceni, confondendosi con gli spettatori e litigando anche violentemente. Il carnevale della Coumba Freida è citato già nel lontano 1467: monsignor François de Prez, nella sua diocesi di Aosta, assistette in quell'anno a un disordine inaudito.

La seconda spiegazione, oggi prevalente, dice che la popolazione della Combe, angariata dal passaggio delle truppe di Napoleone nel 1800, abbia voluto rappresentare durante il carnevale, in modo critico e grottesco, quell'avvenimento. Il passaggio è un fatto storico documentato: nel maggio del 1800 Napoleone Bonaparte, da poco divenuto Primo Console, attraversò il Colle del Gran San Bernardo con il suo esercito di 40.000 uomini per la seconda campagna d'Italia, e quei soldati fecero danni e razzie. Per comunità abituate a una vita essenziale, il contatto con soldati stranieri, uniformi militari, copricapi, decorazioni, rumori e movimenti inusuali fu un'esperienza forte e fuori dall'ordinario, e gli abitanti della valle furono chiamati a fornire aiuto, viveri e animali da soma. Le uniformi francesi, però, non furono copiate in modo fedele: vennero rielaborate in maniera popolare, con colori più accesi e decorazioni più ricche e vistose, e l'aspetto solenne e militare perse il suo significato originario. Nelle sfilate ufficiali compare talvolta anche Napoleone Bonaparte in persona, a cavallo.

Uova, merveille e vino

La questua si paga in cibo, e il cibo è cambiato nel tempo. Fin verso gli anni Sessanta l'offerta consisteva essenzialmente in vino, uova fresche e talvolta burro fuso; le uova erano simbolo di vita e rinnovamento. Poi si è cominciato a offrire frittelle fatte in casa, le merveille, chiamate anche rezoulle o bugie, dolci di pasta fritta, e ancora pane, patate, formaggio e salumi. A Doues le persone del villaggio offrono alla bènda ciò che hanno a disposizione: un po' di vino, delle uova, del pane di segale.

Un tempo la mascherata trovava la patchocada, una pietanza fatta di uova sbattute con zucchero, vino e caffè. Che le uova fossero al centro della questua lo conferma anche la Chiesa: il 3 febbraio 1784 il co-vicario capitolare Charles-Jérôme Millet, nelle sue istruzioni al clero per la Quaresima, precisava che il permesso di consumare uova e formaggi poteva essere accordato ai fedeli all'infuori degli ultimi quattro giorni della Settimana Santa.

Sotto tutto questo c'è un rito di stagione. La festa è legata al grande esorcismo dell'avvicendarsi delle stagioni e alla rinascita della natura, con l'esplosione di colori e di addobbi nei costumi dopo le lunghe e buie notti invernali: i campanelli producono rumore, che serve a rompere simbolicamente il silenzio e l'immobilità dell'inverno, e l'orso, che conclude il corteo, rappresenta la fecondità e l'uscita dal letargo, oltre all'istinto animale che il domatore — la ragione — inutilmente cerca di domare.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Doues per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Aosta / Aoste, a 13 chilometri da Doues, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce al casello di Aosta Est - Gran San Bernardo ha davanti un percorso di 17 chilometri, ventitré minuti di guida.

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