Festa della Pita ad Alessandria del Carretto 2027 - Il matrimonio fra il tronco e la cima e la scalata del fusto unto di grasso
Fonte: comune.alessandriadelcarretto.cs.it, letta il 20/09/2026.
La Festa della Pita si tiene ad Alessandria del Carretto, in provincia di Cosenza, dall'ultima domenica di aprile al 3 maggio, giorno di Sant'Alessandro I, papa e martire. Ogni anno la comunità dedica al patrono un abete bianco, che viene ritualmente diviso in tronco e cima, trasportato a forza di braccia fin dentro al centro abitato, dove le due parti vengono ricomposte, innalzate, scalate e riabbattute. La tradizione orale fa risalire l'origine del rito al Seicento, quando un boscaiolo trovò nel tronco di un abete bianco l'immagine di Sant'Alessandro.
L'albero si sceglie in due comuni
La pianta è donata dal Comune di Terranova del Pollino al Comune di Alessandria del Carretto, e viene scelta insieme dai due comuni: si taglia in località Spinazzeta, oltre il confine, in Basilicata. Prima, però, c'è una fase istituzionale: la segnalazione dell'albero prescelto alle autorità del Parco Nazionale del Pollino, della Comunità Montana della Val Sarmento e del Comune di Terranova, e poi la marchiatura, che avviene alla presenza delle autorità e della Guardia Forestale.
Serve un abete alto — non meno di venti metri —, dritto e senza nodi, per essere adatto al gioco della cuccagna; il tronco viene poi ridotto a una lunghezza di circa diciotto metri e preparato per il trasporto. Negli ultimi anni, per non contribuire alla deforestazione, a volte l'albero è stato scelto fra quelli caduti per le intemperie. Una seconda squadra si occupa della cima, che viene recisa con una tecnica particolare, detta «cimahë», grazie alla quale i rami della parte sommitale restano integri.
Otto ore per tre chilometri e mezzo
In mattinata un colpo di mortaio rimbomba dal paese fino al cuore del bosco, già pieno di gente. L'abete è lì, disteso a terra, diviso in tronco e cima, imbracato con bastoni e con i «tortë», le corde di rami di pruno selvatico attorcigliati col fuoco: sul fuoco acceso si scaldano i rami che verranno intrecciati intorno alle travi.
Il vogatore sale sul tronco, dà una voce, e un numero di mani impossibile da contare si stringe intorno alle «tire», le pertiche usate per il trasporto; si tira anche «u traviettë», una piccola trave di legno. Un comandante, in piedi sul tronco, indica a tutti i movimenti giusti, da eseguire con uno spericolato sincronismo, mentre due «timonieri» guidano l'albero.
Il percorso è lungo tre chilometri e mezzo e scende ripido fra gli alberi, completamente privo di ombra: in salita ci si impiega poco più di un'ora, ma la discesa dura svariate ore, e fra soste, sforzi e banchetti il viaggio arriva a otto o dieci ore prima che la pitë entri in piazza San Vincenzo. Ogni sforzo è sostenuto dalle zampogne e dagli organetti, che precedono, affiancano e seguono la Pita: si suona per tenere su gli animi durante lo sforzo, e si suona ancora più forte nelle pause, per festeggiare il successo di ogni spinta, mentre tutti ballano o si abbracciano.
A metà del tragitto, alla Difisella, arriva la cima, che fin lì ha viaggiato separata: a differenza del tronco, che viene fatto scivolare sul sentiero, la cima è portata a spalla da poco più di dieci persone — non viene trascinata, dicono in paese, ma delicatamente trasportata, come si conviene a una Regina. Da quel momento in poi precede la Pita e le apre la strada verso il paese. Alla Difisella, e prima alla sosta di «Timpone u' latrë», si imbandiscono le tavolate: capretto arrostito, misceruhë e pallaccë, stigliohë e gliommeriellë, accompagnati dal vino locale. Tutti contribuiscono in qualche modo: col vino, col cibo, con la forza, con l'affetto, con la musica.
Il matrimonio
Il pomeriggio del 2 maggio, al suono della campana della Chiesa di San Vincenzo, i volontari si ritrovano per pulire l'abete: gli tolgono la corteccia, lo piallano con accuratezza per rendere il fusto levigato, e lo strofinano con grasso di animale, «u sivë», in modo da rendere più erta l'arrampicata.
La mattina del 3 maggio si celebra quello che gli alessandrini chiamano il «matrimonio»: il ricongiungimento del tronco con la cima. L'innesto si fa con le funi ricavate da rami di pruno selvatico, i «tortë»; poi, con un trapano a manovella, si pratica un foro nel tronco, dove si infila a colpi di martello un grande cavicchio di legno. La cima viene adornata con prodotti tipici, giocattoli e vestiti, e così nasce un vero e proprio albero della cuccagna, alto circa sedici metri.
L'innalzamento avviene senza mezzi meccanici, solo con utensili tradizionali — scale, pertiche, funi e pali —, con la banda che suona senza fermarsi e la piazza che spinge con tutta la voce che ha, finché la pitë non svetta contro il cielo, addobbata di ogni bene, conficcata in una grossa buca.
La scalata e la caduta
Dopo la messa e la processione di Sant'Alessandro — in testa al corteo il parroco fra due chierichetti, poi gli uomini che sorreggono la statua benedicente e le bambine vestite con l'abito colorato della festa — arriva il pomeriggio della scalata. I giovani più coraggiosi tentano di salire sul tronco unto di grasso a forza di braccia e gambe, senza alcuno strumento, finché uno non arriva in cima fra gli applausi e il giubilo generale, e prende tutti i doni che vuole.
All'imbrunire la pitë viene abbattuta. La caduta è salutata da un applauso, i premi rimasti vengono raccolti da tutta la popolazione, e ognuno stacca un rametto da portare a casa, come ricordo di Sant'Alessandro e della sua festa e in segno di buon augurio; di quanto rimane dell'albero si farà legna da ardere. Il 4 maggio, giorno dedicato a San Francesco, dopo la messa e la processione si tiene «l'incanto», l'asta pubblica dei prodotti alimentari locali, i cui proventi vengono devoluti alla chiesa del paese.
Un rito più antico del santo
La tradizione orale alessandrina racconta che la Festa dell'Abete ebbe inizio nel Seicento, quando un boscaiolo, dopo aver abbattuto un abete bianco, trovò all'interno del tronco l'immagine di Sant'Alessandro Papa Martire, morto decapitato. Da quel giorno, ogni anno, fra l'ultima domenica di aprile e il 3 maggio, il paese si raccoglie in un momento comunitario scandito da lavori preparatori, riti collettivi, cerimonie religiose e momenti di festa.
Quello che si celebra qui, però, ha origini più lontane: i culti arborei primaverili — il taglio dell'albero, il trasporto, l'innalzamento, l'abbattimento finale — erano diffusi in tutto il Mediterraneo antico, e si sono mantenuti più o meno intatti in molte località del Sud, e particolarmente in Basilicata. La Pita nasce come festa tipicamente maschile; oggi anche le donne la vivono intensamente e aiutano a trasportare la pianta fino in paese, lungo un sentiero a volte molto scivoloso e tortuoso. La partecipazione della comunità è totale, e diverse generazioni di alessandrini si passano lo stesso gesto.
Come arrivare alla festa
Arrivare ad Alessandria del Carretto per la Festa della Pita chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Trebisacce, a 29 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di San Paolo Albanese - Cersosimo, e il tragitto è di 19 chilometri per 30 minuti di guida.
Eventi nei dintorni
Poco lontano, altre tradizioni dello stesso territorio.
- Carnevale di Alessandria del Carretto — febbraio
- U 'mmitu e San Giuseppe ad Orsomarso — marzo
- Madonna del Pilerio a Cosenza — febbraio