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Festa di San Ciro a Portici 2027 - Processione del patrono che protesse la città da carestia ed epidemia

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 31 gennaio al 3 maggio 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 30/08/2026.

La festa di San Ciro si celebra a Portici, in provincia di Napoli, in Campania, in due date: il 31 gennaio, ricorrenza liturgica, e la prima domenica di maggio, quando la statua del patrono esce in processione per le strade della città. Il colore della giornata è l'amaranto, «colore del saio di San Ciro», e la statua passa sui tappeti di petali composti durante la notte precedente. Il culto nacque dopo la carestia del 1763 e l'epidemia di peste del 1764, e nel 1776 papa Pio VI proclamò San Ciro patrono della Real Villa di Portici.

Due feste, e una sola statua

A Portici il patrono si festeggia due volte. San Ciro è tra i Santi più amati e invocati a Napoli e patrono di Portici, dove si festeggia con due ricorrenze in suo onore: la prima il 31 gennaio e la seconda la prima domenica di maggio, in cui avviene la famosa processione della statua lungo le strade grandi e piccole della città. Il 31 gennaio ha un significato prettamente liturgico.

La statua viene sistemata nel Santuario sul lato destro dell'altare, di modo che tutti i fedeli possano ammirarla e portare dei fiori, e per tutto il giorno i devoti si avvicendano per pregare o intonare canti; fuori, la piazza è illuminata a festa e le bancarelle si snodano per le stradine adiacenti, come vuole l'antica tradizione. «Addirittura in passato, al centro di Piazza San Ciro, si appiccava un grande falò, un po' come per altre festività paesane; questa usanza però a Portici, per motivi di ordine pubblico è stata abolita».

La seconda festa aveva la processione alla terza domenica di maggio, ma si sovrapponeva spessissimo alla solennità dell'Ascensione del Signore, per cui, nel 1985, con decreto del cardinale Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli, fu portata alla prima domenica di maggio.

La carestia del 1763 e la peste del 1764

Il culto decollò del tutto all'indomani dell'abbattersi sul Napoletano dell'ennesima tremenda carestia, propagatasi nell'autunno del 1763 per il cattivo raccolto, e della successiva cruenta epidemia di peste bubbonica, che dall'aprile all'ottobre del 1764 seminava lutti in ogni dove; e a quelle calamità «si aggiungevano a pubblica sventura e delitti e rapine innumerevoli». Si parla di oltre 20.000 morti.

I porticesi si rivolsero al «protettore degli ammalati». «Gli infermi fedeli porticesi, avuta l'immaginetta del Santo taumaturgo, l'applicavano sulle parti del corpo maggiormente offese da bubboni supporanti dovuti all'infezione di peste», e insieme si recavano più volte in chiesa a pregarlo, esprimendo voti perché loro e il casale tutto fossero liberati dalla calamità.

A guidarli fu il parroco. Giuseppe Moscatelli, «zelantissimo parroco della suddetta Real Villa di Portici, morto nel 1774 in buon odore di virtù», era stato «anni avanti liberato da un grave pericolo di morte per la intercessione di S. Ciro», e da allora si diede tutto a propagare il culto del martire nel suo distretto parrocchiale, invitando la popolazione a rivolgersi a San Ciro «medico» per ottenere la fine del flagello. Fu lui a chiedere alle autorità ecclesiastiche di portare a Portici parti delle reliquie, allora ospitate nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli.

Dalla chiesa del Gesù Nuovo «alcuni pezzi del cranio del Santo venivano portati nella Real Villa di Portici». Furono deposte in un'artistica teca, nella cappella dedicata al Santo. Ottenuta la grazia, i porticesi vollero anche una statua. Il 1° luglio 1776 la Real Camera di Santa Chiara inoltrava alla Sacra Congregazione dei Riti la richiesta, e il 16 luglio 1776 papa Pio VI proclamava San Ciro Patrono principale e tutelare della Real Villa di Portici. Era l'episcopato dell'arcivescovo di Napoli Serafino Filangieri (1776-1782). Già nel 1767 il parroco, scampato alla peste, si era fatto promotore del patronato, e nel 1770, «sorretto dalla petizione generale di tutto il popolo porticese», aveva inoltrato all'autorità ecclesiastica una regolare istanza.

Un monaco misterioso nello studio dello scultore

La statua che ancora oggi esce in processione è del 1770, la fece «il grande scultore napoletano Ferdinando Sperandeo» e fu commissionata dal parroco Moscatelli, «con l'appoggio di casa Reale».

«Si racconta che Sperandeo non riuscisse ad accontentare i committenti; sennonché un giorno si presentò nel suo studio un monaco misterioso e gli disse: "Se vuoi soddisfare tutti, riproduci il mio volto e vedrai che saranno contenti". Sperandeo così fece, realizzando la statua che tuttora si venera nella Chiesa Madre di Santa Maria della Natività e San Ciro.»

Nella stessa chiesa c'è anche un'immagine dipinta: l'artista fissa su tela l'intera figura del medico eremita Ciro nell'atto di esaltare la Croce e proteggere il casale di Portici, posto ai piedi del fumante Vesuvio, da una sua possibile eruzione.

Amaranto, il colore che indossa la città

«Il colore che prevale è l'amaranto, colore del saio di San Ciro: moltissimi devoti portano un abito o una sciarpa dello stesso colore.» Il corteo si apre col rintocco a festa delle campane, e la statua viene posta sulla porta centrale del santuario, ai piedi della scalinata, dove i portantini l'hanno sistemata in attesa della liturgia; poi il carro con la statua viene portato a spalla per le vie della città.

«Tutte le Arciconfraternite di Portici sono presenti e sfilano con ordine prestabilito: la prima è l'Arciconfraternita dei Pellegrini, detta di San Luigi; poi quella di San Ciro; l'ultima, la più antica, è quella dell'Immacolata Concezione» — ognuna rappresentata da un grande stendardo di seta colorata, un pesante damasco sormontato da un pennacchio di piume bianche di struzzo, e ognuna accompagnata da una banda musicale. Dietro la statua vengono le autorità cittadine, con a capo il sindaco con la fascia tricolore dietro il gonfalone istituzionale.

Il Comitato Medici per San Ciro, costituito nel 2008 e istituito insieme alla cittadina pugliese di Grottaglie e a quella siciliana di Marineo, accomunate dallo stesso Santo patrono, segue la processione, e i clinici «pregano, dispensano saluti e consigli a chi li avvicina durante le pause del corteo sacro».

Gli abitanti dai balconi stendono coperte ricamate — di modo che il santo, passando, possa benedire l'unione del matrimonio e dei loro letti — e lanciano coriandoli; si espongono preziose coperte di seta, si lanciano petali e coriandoli colorati, specie dai bambini, mentre le campane suonano a distesa e i petardi e i mortaretti accompagnano il passaggio. Alla fine, in piazza San Ciro, la folla si riunisce davanti alla chiesa per le celebrazioni conclusive, e la statua con la reliquia resta fino a tarda sera nel santuario aperto.

I tappeti nati dalla polvere dei fiori

Francesco De Gironimo, gesuita che introdusse in paese il culto del santo medico, nelle sue adunanze «faceva baciare la reliquia di San Ciro, distribuiva l'acqua benedetta, l'olio della lampada votiva posta innanzi al reliquario, la polvere dei fiori offerti al santo»; e «da quest'ultima abitudine nacquero i tappeti di fiori, allestiti con petali ed erba nelle vie di Portici, attraversate dalla processione del Patrono».

Oggi si allestiscono soprattutto in via Michelangelo Naldi, «strada del centro storico porticese meglio conosciuta come 'o vico ranne», e nel II viale Melina, e sono un lavoro di una notte intera: «veri e propri capolavori artistici composti da petali di fiori… realizzati da mani esperte che lavorano tutta la notte che precede la processione affinché la statua possa sostare per alcuni minuti su di essi e raccogliere le donazioni».

Una volta sono stati usati petali di 20.000 garofani di diverso colore — giallo, giallo screziato, rosa, rosso granato, rosso carminio e verde — e fronde di cipresso, nonché alluminio tritato, canapa, crusca, riso, sabbia, torba acida, tritello di cereali, trucioli di legno diversamente colorati. Per il solo volto del santo: capelli e barba di canapa pettinata e sfumata con colore spray; pelle di crusca, tritello di cereali e segatura di castagno; contorno degli occhi di torba; iride di riso; labbra di terra rossa per campi da tennis; aureola di trucioli di alluminio, contornata da fagioli neri, riso e mais colorati d'oro e sfere di polistirolo glitterato.

I temi cambiano ogni anno: un candido giglio macchiato di sangue ispirato al passo «…ero malato e mi avete visitato»; un quadro intitolato «Unione e Famiglia» steso su una superficie di circa 30 metri quadri; un orologio le cui lancette ricordano i chiodi della Croce; e, più semplice, una cornice di petali di rose attorno alla scritta «Viva San Ciro». Allo speluccamento dei garofani partecipano anche le scolaresche del territorio.

Da Alessandria a Portici, quattro traslazioni

Ciro nacque nel secolo III ad Alessandria d'Egitto, esercitò la professione medica — «ad Alessandria fino al sec. VII era ancora presente l'ambulatorio dove egli esercitava» — e divenne noto con l'appellativo di medico «anargiro», ovvero senza argento, grazie alla totale disponibilità nel prestare cure a tutti, in special modo ai poveri, ai quali non chiedeva alcun compenso.

Nel 299 i medici alessandrini, accusati di magia e stregoneria, divennero bersaglio di una violenta sommossa popolare e, poiché gravava su di essi il sospetto di cospirare contro l'impero, l'imperatore Diocleziano decise di perseguitare chiunque svolgesse attività «curative». Ciro si rifugiò in Arabia e visse da eremita, dedicandosi alla preghiera e alla penitenza, continuando però ad accogliere chi si rivolgeva a lui: non potendo più curare con gli strumenti della medicina, «ricorreva alla forza dell'intercessione». A lui si unì Giovanni, un soldato romano convertitosi al Cristianesimo.

Tornati ad Alessandria, i due furono riconosciuti a Canopo e uccisi il 31 gennaio del 303, e «secondo la tradizione tramandata San Ciro sarebbe stato immerso nella pece bollente sopravvivendo incredibilmente e che, pertanto, sia stato poi decapitato».

Da lì comincia un viaggio lungo secoli: il cammino delle reliquie fino a Portici è scandito da quattro traslazioni: da Alessandria a Menuthis, da Menuthis a Roma, da Roma a Napoli e da Napoli a Portici. A Menuthis nacque una pratica singolare, l'incubatio, «secondo la quale i fedeli attendevano dormienti l'apparizione del Santo che in sogno avrebbe indicato i rimedi ai loro mali»; là il monaco Sofronio raccolse personalmente settanta miracoli, e ancora oggi quella regione si chiama Aboukir in onore di Ciro. A Roma la colonia alessandrina eresse in loro onore il tempio detto Santa Passera, con un'iscrizione che dice: «Qui rifulgono i santi corpi di Ciro e di Giovanni, che un tempo la grande Alessandria diede a Roma». A Napoli le reliquie arrivarono grazie al cardinale Francesco Sforza e furono collocate nella chiesa del Gesù Nuovo, dove il culto crebbe soprattutto dalla seconda metà del Seicento.

A Portici, oltre al santuario, c'è un centro diagnostico «che ha come obiettivo quello di commemorare l'attività medica e religiosa del patrono».

Come arrivare alla festa

Arrivare a Portici per la festa di San Ciro chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Portici-Ercolano, a 3,1 chilometri da Portici, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce al casello di Portici-Ercolano ha davanti un percorso di 1,2 chilometri, due minuti di guida.

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