Festa di Sant'Artema a Pozzuoli e il martirio con gli stili 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: parrocchiasantartema.it, letta il 02/09/2026.
La festa di Sant'Artema si celebra a Pozzuoli in gennaio: il martirologio ne fissa la memoria liturgica al 27, mentre il 25 è il giorno del martirio. Chi cerca una chiesa intitolata a questo santo non ha molte strade davanti: l'unica chiesa al mondo che venera sant'Artema martire si trova a Pozzuoli, e precisamente nel quartiere di Monterusciello. Artema è il secondo patrono della città dopo San Procolo, per decreto della Congregazione dei riti del 1º dicembre 1967.
Il secondo patrono di Pozzuoli
Nel calendario della città il suo nome viene subito dopo quello del diacono, e il Martirologio Romano lo registra con una riga scarna, che dice il luogo e la condizione e nient'altro: Sant'Artema è il secondo patrono della città di Pozzuoli dopo San Procolo, e nel martirologio si legge «A Pozzuoli in Campania, sant'Artema, martire»; la festa liturgica è al 27 gennaio, mentre il 25, giorno del martirio, compare a sua volta come data della festa.
Il patronato, però, è cosa molto più recente della devozione, e nasce da un atto amministrativo preciso: su richiesta dell'amministratore apostolico Salvatore Sorrentino, la Congregazione dei riti con decreto del 1º dicembre 1967 confermò san Gennaro e san Procolo patroni principali della diocesi, e vi aggiunse come patroni secondari san Paolo e sant'Artema.
Un ragazzo nobile messo a capo dei compagni
La città dove nacque era già antica quando lui ci mise piede: Pozzuoli, a ovest di Napoli, antico centro greco e poi porto romano, dove nel III secolo nacque e visse la sua breve vita il giovane Artema. La sua epoca si misura sul martirio più famoso di quella terra, ed è di poco anteriore: Artema visse qualche decennio prima che san Gennaro, vescovo di Benevento e veneratissimo patrono di Napoli, subisse il martirio proprio a Pozzuoli.
La famiglia era agiata e già cristiana, e a scuola il ragazzo andò meglio di tutti: nato da nobili e cristiani genitori e avviato agli studi letterari, si distingueva per l'acutezza dell'ingegno, al punto che il suo maestro, certo Cathigate, lo nominò capo degli studenti e suo collaboratore, affidandogli anche l'educazione dei condiscepoli per metterlo alla prova.
Di quella cattedra improvvisata Artema fece un uso che non era previsto: non si fece soltanto maestro di lettere, ma anche di fede cristiana, e approfittò della carica fra gli studenti per tentare di condurre a Cristo i suoi compagni.
L'accusa di proselitismo e gli stili da scrivere
Erano anni in cui quella scelta si pagava, e i compagni andarono ad accusarlo da Cathigate: in quel periodo però i cristiani erano perseguitati, e Artema fu accusato di proselitismo e quindi denunciato al suo maestro.
Il maestro tentò di farlo tornare indietro, senza riuscirci: chiamò il ragazzo e lo invitò ad abbandonare la religione cristiana, ma non vi riuscì, anzi il giovane difese brillantemente le sue convinzioni in materia di fede.
Dopo quel colloquio la faccenda uscì dalla scuola: Artema venne deferito, con l'accusa di proselitismo, davanti al prefetto di Pozzuoli, la Puteoli romana, che lo condannò a essere ucciso dai suoi stessi compagni a colpi di stilo, lo strumento che utilizzavano per scrivere sulle tavolette cerate.
La sentenza fu eseguita da chi aveva studiato con lui, con gli attrezzi delle loro lezioni: venne trafitto con gli stili che usavano per scrivere. Il giorno si sa, l'anno no: il martirio avvenne il 25 gennaio di un anno non conosciuto, ma compreso fra la fine del III secolo e l'inizio del IV.
La sepoltura si fece al buio e lontano dall'abitato: i puteolani seppellirono di notte il corpo martoriato di Artema in un luogo detto Campana, distante da Pozzuoli tre miglia.
Dal catalogo dei martiri al decreto del 1959
Il nome entrò presto negli elenchi ufficiali della Chiesa, e ne resta traccia in un'opera che non esiste più: sant'Artema è inscritto nel catalogo dei martiri almeno dal V secolo, come testimoniava la sua figura nei mosaici, ora distrutti, che decoravano la cupola della chiesa di San Prisco presso Capua.
La venerazione dei puteolani durò cinque secoli: fu venerato a Pozzuoli fino al X secolo. Proprio in quel secolo la cronotassi episcopale della città riprende con il vescovo Stefano, e a lui il suddiacono napoletano Pietro, suo contemporaneo, dedicò la Passione di Sant'Artema di Pozzuoli.
Poi il culto si spense per moltissimo tempo, e a riaccenderlo fu un vescovo del Novecento: dopo un lungo periodo il culto fu ripreso e autorizzato per la diocesi puteolana dalla Sacra Congregazione dei Riti il 10 luglio 1959, grazie alla tenacia dell'allora vescovo di quella sede, il cardinal Alfonso Castaldo.
Del martirio esiste anche un'immagine dipinta, e sta nella chiesa madre della diocesi: nel duomo di Pozzuoli si conserva un dipinto a olio su tela di Giovanni Lanfranco che raffigura il suo martirio, indicato come opera del secolo XVII e altrove come settecentesca.
I sette martiri e la decapitazione alla Solfatara
Artema non è un nome isolato in quel calendario, ma il primo di una lista che la diocesi tiene stretta: il martirologio di Pozzuoli, insieme a quello di Capua, è tra i più prestigiosi delle antiche diocesi campane, e comprende sant'Artema e il cosiddetto «gruppo dei sette martiri», in cui un posto di rilievo assume san Gennaro, vescovo di Benevento.
Tre di quei sette erano di Pozzuoli, e finirono nel processo per solidarietà: Procolo, diacono di Pozzuoli, Eutiche e Acuzio, laici, protestarono contro la condanna inflitta dall'autorità romana a Gennaro, a Sossio diacono di Miseno, a Festo e Desiderio, rispettivamente diacono e lettore di Benevento; per questo furono incarcerati anche loro e, avendo professato di essere cristiani, condannati alla medesima pena: l'esposizione alle belve nell'anfiteatro maggiore di Puteoli.
Nell'arena, però, la condanna non si compì: a seguito della preghiera che i sette condannati rivolsero al Signore avvenne il miracolo, e le belve, che il racconto descrive ora come leoni ora come orsi, invece di sbranarli si inginocchiarono ai loro piedi.
Davanti a quella scena l'autorità romana cambiò strumento: decise di commutare la pena in decapitazione, cosa che avvenne nell'anno 305 nei pressi del vulcano Solfatara.
I corpi restarono senza tomba finché il rischio non passò: probabilmente, cessato il pericolo delle persecuzioni con l'editto di Costantino dell'anno 313, i tre santi puteolani furono sepolti nel pretorio del Falcidio, nei pressi della basilica di Santo Stefano, su un'altura tra Cigliano e la Solfatara, a poca distanza dal luogo della decapitazione.
Di due di loro, Acuzio ed Eutiche, si conosce anche il modo in cui vengono raffigurati, fin nei dettagli del vestito: sant'Acuzio stringe nella mano destra una croce, entrambi calzano pianelle allacciate alle caviglie, hanno una folta capigliatura racchiusa dall'aureola e indossano una tunica col pallio fermato sull'omero da una fibbia, e sulla tunica compare il laticlavio, segno distintivo della nobiltà. Nella mano sinistra recano un oggetto non ben identificato: probabilmente simboli del martirio o della loro estrazione sociale.
Le reliquie ritrovate e la processione di maggio
Alcuni frammenti non hanno mai lasciato la città: nella diocesi puteolana, sulla rocca denominata Rione Terra, tra il Museo Diocesano e la Basilica Cattedrale, sono conservati reliquiari contenenti frammenti ossei dei due laici martiri puteolani, probabilmente resti prelevati prima della traslazione avvenuta nel 770 o donazioni successive che la chiesa di Napoli ha fatto a quella di Pozzuoli.
Nel Settecento un cardinale volle vedere di persona che cosa restasse: il cardinale di Napoli Giuseppe Spinelli (1734-1754), nel compiere la santa visita pastorale nel 1744, fece la ricognizione dei resti ossei dei santi puteolani e mise a verbale che le ossa grandi di sant'Acuzio erano riposte su carta di papiro, mentre le ossa minori e le ceneri stavano in una cassettina; di sant'Eutiche affermò che si trattasse di ossa minori e di parte del cranio con frammenti di sangue coagulato, deposti anch'essi su carta di papiro.
Lo stesso cardinale decise poi dove sistemarle: durante i lavori di restauro al duomo di Napoli, per suo volere le sacre reliquie furono incastonate in un'arca dietro l'altare.
Il ricordo di quella vicenda ha prodotto anche un corteo che si ripete ogni anno: in ricordo di questo avvenimento, nel 1845, per volere del vescovo Raffaele Purpo, fu istituita la solenne processione della seconda domenica di maggio.
Le reliquie sono tornate alla luce in tempi vicini, e per caso: poco dopo l'anno 2000, durante alcuni lavori di restauro, quelle dei santi puteolani Eutiche e Acuzio furono rinvenute nel duomo di Napoli e lì sistemate nella cappella del Succorpo, sotto l'altare maggiore, vicino alle ossa di san Gennaro. In quell'occasione alcuni frammenti ossei furono donati alla Diocesi di Pozzuoli, che li collocò in un reliquario esposto nella chiesa dei Santi Luca, Eutiche ed Acuzio, nella frazione di Arco Felice.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Pozzuoli per la festa di Sant'Artema non è complicato. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Arco Felice è a 2,5 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Cuma: da lì bastano 2 minuti di guida (1,3 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Feste vicine, in altri paesi
Altre feste della provincia di Napoli.
- San Ciro a Portici — gennaio
- San Felice a Pomigliano d'Arco — gennaio
- Patto con San Gennaro a Napoli — gennaio