Festa di San Corrado a Noto 2027 - La processione dell'arca argentea e il miracolo dei pani
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 01/09/2026.
La Festa di San Corrado si celebra a Noto, in provincia di Siracusa, due volte l'anno: il 19 febbraio, giorno della morte del santo, e l'ultima domenica di agosto, che ne ricorda la beatificazione. In entrambe le occasioni l'urna d'argento con le spoglie di Corrado Confalonieri, sorretta da quattro grifoni, esce dalla Cattedrale portata a spalla dai Portatori, preceduta dalle confraternite e dai cilii, i grandi ceri decorati montati su fusti di legno. Contando le ottave, cioè le domeniche successive, le processioni sono quattro; ogni dieci anni l'urna viene portata a spalla fino all'Eremo di San Corrado fuori le mura, a cinque chilometri dalla città.
Quattro processioni per un cavaliere piacentino
A Noto il patrono si festeggia due volte l'anno, il 19 febbraio e l'ultima domenica di agosto — e quattro, se si contano le ottave, cioè le domeniche successive. La prima data ricorda la morte del santo, avvenuta il 19 febbraio del 1351; la seconda la beatificazione, avvenuta il 28 agosto del 1515. Il 19 febbraio è considerato la vera festa patronale, perché segna il giorno della morte; ma è quella d'agosto la più partecipata, quella che i netini chiamano semplicemente la festa.
Il santo, però, netino non era. Corrado Confalonieri nacque a Piacenza nel 1290, da nobile famiglia, e la sua vita cambiò per un incendio: durante una battuta di caccia diede ordine ai suoi uomini di appiccare il fuoco a un bosco per stanare la selvaggina, e le fiamme sfuggirono di mano. Quando un uomo innocente fu condannato al posto suo, Corrado confessò pubblicamente la colpa e risarcì i danni fino a ridursi in miseria. La moglie prese i voti fra le clarisse, lui divenne terziario francescano e partì.
La grotta allargata a spallate
Arrivato in Sicilia per predicare, provò a fermarsi sul colle di Acre, ma ne fu cacciato dagli abitanti; si stabilì allora vicino a Noto antica, nella grotta dei Pizzoni, dove visse circa vent'anni: dal 1322, dice una delle fonti, fino al giorno della morte. Secondo la leggenda, poiché la grotta era piccola, la allargò a spallate.
Fra i prodigi che gli attribuiscono, il più famoso è il miracolo dei Pani, compiuto durante la terribile carestia che colpì la Sicilia negli anni 1348-1349, causata dalla peste nera: chiunque si rivolgesse a Corrado «non tornava a casa senza un pane caldo, impastato direttamente dalle mani degli Angeli». Per il Vescovo di Siracusa, sempre secondo la tradizione, estrasse del pane direttamente dalla roccia.
Morì nella grotta, col confessore al fianco, il 19 febbraio del 1351, e si tramanda che le campane della città si misero a suonare da sole. Nei pressi della grotta fu poi eretto il santuario detto San Corrado «di fuora», «proprio perché distante qualche km dal futuro centro cittadino ricostruito dopo il devastante terremoto del 1693».
Il feretro che gli avolesi non riuscirono a sollevare
Corrado morì «a giusto mezzo de' due territori», e Noto e Avola se lo contesero. Il racconto che Giuseppe Pitrè riporta nelle sue Feste popolari siciliane è rimasto nella memoria della città: si venne «al compromesso di scegliere quattro individui di ciascuna delle due parti, e lasciare che gli uni e gli altri si provassero a trasportare il feretro». Gli avolesi, cui la sorte toccò per primi, «nol poterono con ogni sforzo smuovere da terra, mentre poi divenne leggerissimo appena vi posero mano i quattro Netini»: il santo aveva scelto.
Nel 1515 papa Leone X permise che le reliquie fossero custodite in un'urna d'argento per essere venerate dai fedeli; la prima processione ebbe luogo a Noto antica nell'agosto del 1525; e nel 1643 il consiglio civico lo elesse protettore e patrono, con le due feste annuali che da allora si ripetono.
L'arca coi quattro grifoni
Al centro della festa c'è l'urna d'argento, opera cinquecentesca di oreficeria siciliana che contiene la cassa di legno con le spoglie. È sorretta da quattro grifoni d'argento, ha le facciate decorate con le immagini dei dodici Apostoli, di San Nicolò e di San Corrado, ed è sovrastata dal Cristo risorto. Dentro stanno sette sarcofaghi.
Durante l'anno resta in una cappella laterale della Cattedrale, e uno dei momenti più intensi della festa è la svelata dell'arca: l'urna viene rivelata ai fedeli e traslata all'altare maggiore, dove resta esposta fino alla fine dei festeggiamenti, tra canti in dialetto, applausi e preghiere. Per la processione viene sollevata sulla sommità dei quattro grifoni e fissata a una «vara», l'impalcatura di legno rifatta ex novo dopo il crollo della Cattedrale del 13 marzo 1996.
A portarla a spalla sono i Portatori, riuniti in confraternita: un antico privilegio, un onore «tramandato da padre in figlio» che richiede preparazione fisica e spirituale. Vestono di bianco — camice e fazzoletto in capo — e da qualche tempo esiste anche la figura del «portatore devoto», che permette a chi ne faccia richiesta di portare l'arca nelle processioni verso l'eremo e ritorno.
I cilii, e da dove vengono
Ai lati dell'urna sfilano i cilii: grossi ceri montati su un fusto di legno, sul quale sono dipinte scene della vita del santo. Non ci sono da sempre. Sono l'evoluzione degli «intorci grandi», voluti dal canonico netino Pietro Ansaldo nel 1620, che lasciò una cospicua rendita per abbellire la processione del 19 febbraio — quella che lui stesso definiva la vera festa. All'origine erano due, e ogni anno se ne aggiungevano altri due fino ad arrivare a dodici, con lo scopo pratico di illuminare l'urna.
Il nome, invece, compare tardi: il termine «cilii» viene menzionato per la prima volta nella descrizione della processione fatta da Giuseppe Pitrè in «Feste Patronali in Sicilia» del 1900. Nel frattempo le famiglie nobili avevano fatto a gara per possederne uno, e ancora oggi qualcuno porta il cilio per conto di una casata; la maggior parte, però, appartiene ai portatori stessi, che sono associati e vestono una divisa sola: giubbino verde a febbraio — lo stesso colore del drappo che adorna l'urna sotto i grifoni — e polo bordeaux ad agosto, il colore della bandiera di Noto, con pantaloni e scarpe neri.
I bambini, i piedi nudi e la lingua sui gradini
Il gesto più diffuso è il «viaggio scausu», il viaggio scalzo: i devoti percorrono a piedi nudi il tragitto dalla propria città fino al centro storico, per chiedere una grazia, sciogliere un voto o ringraziare. In testa alla processione sfilano i bambini col saio del santo, seguiti dalle donne a piedi nudi con una torcia accesa in mano; dietro vengono le confraternite, ciascuna col proprio costume e il proprio stendardo — quella dei cappuccinelli, composta dai contadini; la Confraternita di santa Caterina, dei muratori; la Confraternita delle anime sante, dei calzolai.
I genitori avvicinano i figli piccoli fino a toccarla, ed è per questo che la chiamano «vara d''i picciriddi», la vara dei bambini: un atto devozionale per invocare la guarigione, in particolare di chi soffre di ernia. Pitrè descrisse anche questo, e il luogo preciso in cui il miracolo doveva avvenire: «v'è un sito, un sito solo nel quale possono, anzi devono aversi: la piazza della chiesa del Crocefisso», dove le madri pregavano «così pietosamente che si spezzerebbero anche le pietre», finché il chirurgo osservava il bambino e «un urlo di viva San Currau! echeggia per la piazza».
Un'usanza più dura è invece scomparsa: la penitenza della lingua «a trasiniuni», per cui chi seguiva l'urna leccava i gradini dello scalone della Cattedrale, come atto penitenziale o per sciogliere un voto.
L'uscita, la corsa sulle scale e il rientro
La processione muove nel pomeriggio dalla Cattedrale, ed è preceduta dalle confraternite e dai cilii; seguono la banda musicale e la folla, che innalza grossi ceri accesi. L'uscita — «a sciuta i S. Currau» — è il primo dei momenti attesi, con le grida che si alzano dai portatori: «Nuticiani, chi siemu tutti muti? Evviva San Currau».
Il corteo attraversa il centro barocco, sosta davanti a Palazzo Ducezio, dove le autorità comunali si dispongono al seguito, e sale lungo il Corso Vittorio Emanuele; entra nelle chiese che incontra — la Chiesa di Sant'Andrea nel quartiere «Mannarazze», la Chiesa dell'Ecce Homo o Pantheon, che custodisce le salme dei caduti netini della prima guerra mondiale — e in ognuna si ripete lo stesso rito di ingresso, sosta, venerazione e uscita. In quella dell'Ecce Homo, davanti alla folla, i portatori dei cilii omaggiano il santo con una corsa che è quasi una danza, mentre qualcuno appoggia un neonato alla cassa.
Il finale è il momento più spettacolare. I portatori salgono di corsa le rampe di scale della Cattedrale per far rientrare le reliquie, incitati dagli applausi, mentre i cilii continuano la loro danza: è la «trasuta di S. Currau», l'entrata, e a segnarla arrivano i fuochi d'artificio.
Nella processione d'agosto il percorso è più ampio e comprende il piano alto della città, con le chiese del Crocefisso e del Sacro Cuore; in quella dell'ottava si ripete il giro. E c'è un punto in cui, secondo la tradizione, l'urna si fa pesantissima: davanti alla chiesa di Sant'Antonio, nonostante gli sforzi dei portatori, è impossibile spostarla da terra. La chiamano «l'arrigirata di san Currau», e rievoca proprio l'antica contesa con Avola.
Ogni dieci anni, di notte, fino all'eremo
Ogni dieci anni l'urna viene portata a spalla, sempre dalla confraternita, fino all'Eremo di San Corrado fuori le mura, cinque chilometri di salita fuori città, seguita da una folla immensa — e nell'edizione estiva si parte in piena notte, attraversando le campagne.
Accanto alle processioni ci sono la Fiera di San Corrado nella Villa Comunale con bancarelle, prodotti tipici e giochi, la musica nelle piazze, le luminarie artistiche e i fuochi d'artificio finali. Ci sono poi il cero votivo che l'amministrazione comunale offre al Santo, il pellegrinaggio notturno dei devoti che arrivano da altri paesi della diocesi, e la colletta alimentare delle due associazioni dei portatori, che in una sola giornata ha raccolto oltre duemila chili di prodotti destinati alla bottega solidale della Caritas diocesana.
I gesti sono codificati: sventolare un fazzoletto bianco al passaggio dell'urna, toccare l'argento e portarsi la mano al petto, far baciare la teca a un bambino. Sono rituali di passaggio, preghiere silenziose, richieste di intercessione.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Noto per la Festa di San Corrado non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Noto si trova a 1,4 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Avola dista 13 chilometri, cioè 13 minuti di strada.
Nei paesi vicini
Altri appuntamenti in provincia di Siracusa.
- Festa di San Sebastiano a Melilli — maggio
- Presepe Vivente ad Avola — dicembre
- Presepe Vivente a Lentini — dicembre