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La Festa dello Spirito Santo – La Pasqua di sangue a Melfi 2027 - I corni di terracotta e le statue portate da sole donne

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
28 marzo 2027

Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.

La Festa dello Spirito Santo si celebra a Melfi, in provincia di Potenza, il giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua. La notte precedente la comunità sale nei boschi del Vulture al richiamo dei corni di terracotta, fino alla cripta rupestre dello Spirito Santo, e le statue della Trinità e di san Michele sono portate a spalla da sole donne. La festa ricorda la «Pasqua di sangue» del 1528, quando i soldati francesi saccheggiarono la città, e il rientro dei superstiti cinquanta giorni dopo, con l'esercito imperiale.

La salita al monte, di notte

In modo assai suggestivo, la notte di Pentecoste la comunità si riunisce al richiamo di corni di terracotta per salire nei boschi del Vulture, in preghiera, con torce, dalla chiesa di Santa Maria fino alla cripta rupestre dello Spirito Santo.

E chi porta il peso è stabilito: le statue della Trinità e di san Michele sono portate a spalla da sole donne.

La meta è una chiesa minuscola: la chiesetta dello Spirito Santo, composta di una sola nicchia scavata nella roccia e da un solo altare.

Il culto ha una radice precisa, ed è di lingua albanese: grazie alla comunità arbëreshe, riunita intorno alla chiesa di Santa Maria ad Nives, si sono sviluppati nei secoli il culto dello «Spirito Santo» e la venerazione per l'immagine della SS. Trinità, che si accompagna a quella dell'Arcangelo Michele.

Il giorno della presa

Il fatto che si ricorda è l'avvenimento storico del 23 marzo 1528, giorno di Pasqua, che ha visto Melfi al centro di un sanguinoso saccheggio per opera dei soldati francesi in lotta con gli spagnoli in quell'anno per la conquista del regno di Napoli.

Il primo assalto, però, era fallito: i primi attacchi alla Città, il 22 di marzo 1528, ebbero esito negativo per le armi francesi che contarono più di un centinaio di morti. La breccia era troppo stretta: la crepa era troppo piccola e gli assalitori che vi si infilavano venivano trucidati. Morirono circa cento tra mercenari delle bande nere e guasconi, insieme con alcuni capitani, e a sera un secondo assalto fallì.

Nella notte arrivarono uomini e artiglieria: durante la notte arrivarono i rinforzi richiesti, tra cui le famigerate Bande Nere guidate da Orazio Baglioni, e diversi pezzi di artiglieria che risultano determinanti per la presa della Città. All'alba tornarono con oltre tremila fanti armati di archibugi e bombarde di Pedro Navarro, aprendo una lunga breccia nelle mura.

A quel punto i difensori si ritirarono e lasciarono la città a sé stessa: i difensori, chiusi tra il tumulto popolare e l'assalto esterno, decidono di abbandonare la difesa e rifugiarsi nella ridotta del castello. Solo il popolo rimane a difendere la città.

Un tagliaboschi solo nella breccia

L'eroico tagliaboschi «ronca» Battista Cerone si oppone da solo all'assalto dei nemici, nel varco delle mura, ma viene sopraffatto.

Tra storia e leggenda è in questo frangente che si colloca la figura eroica di Giovan Battista Cerone, al secolo Ronca Battista, che combatté fino alla morte.

Dopo di lui la città cadde: inizia il saccheggio, è la «pasqua di sangue», e gli scontri proseguirono nelle vie cittadine, fino all'assedio del castello, dove il Principe Caracciolo era rinchiuso con i soldati superstiti. Alla fine le truppe francesi costrinsero il principe di Melfi, Giovanni III Caracciolo, che si era asserragliato nel Castello con i suoi fedelissimi, ad arrendersi per aver salva la vita.

Chi comandava l'assedio era un maresciallo di lungo corso: l'esercito francese era al comando di Odet de Foix, Visconte di Lautrec, già maresciallo di Francia dal 1511, e a lui si attribuisce il massacro di oltre tremila persone.

Cinquanta giorni nei boschi

I sopravvissuti non tornarono subito: la Città, saccheggiata e bruciata, fu abbandonata dai circa seimila superstiti che si rifugiarono nella selva dello Spirito Santo, sul Monte Vulture, e qui rimasero fino all'arrivo degli spagnoli liberatori.

Il rientro avvenne alla data che dà il nome alla festa: rientrarono in città dopo cinquanta giorni, il giorno di Pentecoste, accompagnati dall'esercito spagnolo che aveva conquistato il centro lucano, e furono le truppe imperiali guidate dal viceré Hugo de Moncada, dopo aver difeso vittoriosamente Napoli, a entrare a Melfi.

Il termine Pentecoste deriva dal greco antico e significa «cinquantesimo (giorno)», perché cade esattamente cinquanta giorni dopo la Pasqua e celebra la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti nel Cenacolo. Nella tradizione ebraica la Pentecoste si chiamava Shavuot ed era una festa agricola in cui si ringraziava Dio per i doni offerti dalla terra; con il tempo la celebrazione si è arricchita del ricordo del giorno in cui Dio consegnò a Mosè le Tavole della Legge sul Monte Sinai.

I fatti stanno tra la notte del 22-23 marzo e l'11 maggio, giorno di Pentecoste.

Al ritorno arrivarono anche due documenti imperiali, e la festa li porta ancora in testa al corteo: la sfilata era aperta da due paggi con pergamene dell'imperatore Carlo V, l'una conferiva a Melfi il titolo di «fedelissima», l'altra la esentava per dodici anni da tutte le contribuzioni fiscali e invitava gli abitanti dei paesi vicini a ripopolarla.

Il carro dei buoi

La mattina della domenica la statua scende dal monte e cambia mezzo di trasporto: dopo la messa celebrata in montagna, il corteo ridiscende a valle dove trova un carro trainato da buoi su cui si colloca la statua della SS. Trinità che, preceduta da quella di san Michele portata a spalle dalla Confraternita, attraversa l'intera città scortata dall'esercito imperiale di Carlo V Asburgo, sopraggiunto come liberatore.

Ad attenderla c'è l'altra processione: in un'edizione, giunti alla stazione ferroviaria, i pellegrini sono stati accolti dalla popolazione che attendeva con la statua di san Michele, protettore dei boschi del Vulture. I fedeli scendono agitando verdi rami di castagni.

Il corteo storico è grande e vestito da vincitori: circa cinquecento figuranti negli sfarzosi costumi spagnoli d'epoca, con cavalieri, in testa il capitano spagnolo Consalvo Fernandez da Cordova, il «generalissimo» come viene chiamato dal popolo melfitano, che avanza fiero nella sua robusta armatura, con cimiero piumato, sul bianco focoso destriero, soldati da parata, alfieri con le bandiere delle sei porte di Melfi, alabardieri, paggi, nobili e dame, sbandieratori e battitori.

Nel pomeriggio si gareggia con le bandiere: in piazza Duomo si tiene il palio delle bandiere con l'esibizione degli sbandieratori arrivati da più città, e in serata, al castello, si rifà la fine di quei giorni: la rievocazione storica della presa e dell'incendio del maniero.

Il programma ripercorre i luoghi veri dello scontro: l'assedio, l'incendio della Porta Venosina e la presa della Città da parte delle truppe francesi, poi la partenza verso la chiesa dello Spirito Santo, la processione di san Michele, il corteo storico e, in cattedrale, la celebrazione eucaristica e il giuramento del sindaco al Cardinale Francesco Doria. I luoghi, del resto, ci sono ancora: quelli del massacro francese sono i protagonisti indiscussi dell'evento.

Una festa che non ha uguali

La Rievocazione Storica della Pentecoste a Melfi si annovera tra le più antiche del sud Italia, ed è l'unica in onore dello Spirito Santo.

È anche tra le rievocazioni storiche e religiose più longeve d'Italia, e ha ricevuto il marchio di qualità da Ente Pro Loco Italiane.

A organizzarla sono la Pro Loco «Federico II» con il Comune, mentre la Confraternita Santa Maria ad Nives della Parrocchia Santa Maria Assunta di Melfi cura la parte religiosa.

È una giornata molto cara ai cittadini melfitani: dopo i fatti del 1528 la città si ritrova e si riconosce in un momento di rinascita che chiude un periodo triste.

Come arrivare alla festa

Farsi avvolgere dalle atmosfere della Festa dello Spirito Santo – La Pasqua di sangue, a Melfi, è alla portata di tutti. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Melfi a un passo dal centro, un chilometro dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Zona industriale - Lavello - Matera, e da lì restano 4,5 chilometri e 5 minuti.

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