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I Fuochi di San Ciro a Grottaglie 2027 - La camera di legno dove si lasciano le lettere al santo

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 30 al 31 gennaio 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 02/09/2026.

I Fuochi di San Ciro si accendono a Grottaglie, in provincia di Taranto, il 30 gennaio, e la festa si chiude il 31 con la solenne processione e con la «Focaredda dei bambini». La Fòc'ra è una pira piramidale costruita con le fascine di ulivo e i tralci di vite offerti dai fedeli, e viene accesa dall'interno, dalla camera di combustione: è uno dei falò devozionali più grandi d'Europa. Dentro la piramide c'è una camera larga cinque metri per cinque e alta tre metri e mezzo, dove adulti e bambini lasciano lettere, biglietti e disegni indirizzati al santo, la cui memoria liturgica ricorre il 31 gennaio.

Una stanza dentro il falò

La cosa più insolita della fòc'ra di Grottaglie non si vede da fuori: sta dentro, e ci si entra a piedi. La pira, costruita con le fascine che i fedeli portano per devozione, ha una grande camera interna visitabile, grande cinque metri per cinque e alta tre metri e mezzo. Per arrivarci si passa da un corridoio, e già lì le pareti sono coperte dai disegni che i bambini delle scuole hanno dedicato a San Ciro.

Dentro si scrive. Adulti e bambini lasciano nella camera di legno messaggi, biglietti, disegni e letterine indirizzate al santo: richieste di guarigione, ringraziamenti, preghiere, speranze affidate al fuoco purificatore. Fino al 30 gennaio la fòc'ra si può visitare gratuitamente, e dentro ci sono i maestri dell'associazione, quelli che hanno innalzato la piramide a partire da ottobre, a spiegare le fasi della costruzione e i particolari della tradizione.

Quei messaggi, naturalmente, bruceranno tutti.

Il fuoco che si accende da dentro

Anche l'accensione non è quella che ci si aspetta. Non si dà fuoco alla base per veder salire le fiamme: il fuoco viene innescato dall'interno della camera di combustione. Il risultato è che per un po' la pira sembra intatta: l'effetto camino guida la fiamma lungo l'asse centrale fino alla sommità, svelando poco per volta alla folla una pira che, in realtà, sta già bruciando in silenzio dentro di sé. La camera, del resto, nasce proprio per questo: serve ad agevolare l'accensione e il tiraggio.

Il materiale della pira non si compra, si offre: fascine di ulivo e tralci di vite portati dai fedeli come gesto di devozione, e i maestri lavorano usando solo e soltanto quelli. Le descrizioni più antiche elencano una catasta più varia — tronchi enormi, ceppi e rami di ulivo e pino, sarmenti e altro materiale legnoso — che i devoti depositavano nel luogo indicato dagli organizzatori. La forma, invece, non è casuale: la piramide rimanda alle origini egiziane di San Ciro, la cui effigie campeggia sulla pira.

Costruirla richiede mesi: si comincia circa novanta giorni prima della festa, seguendo regole architettoniche tramandate gelosamente di generazione in generazione. A lavorarci sono mani esperte che conoscono il metodo, affiancate da qualche anno da giovani che si stanno accostando a quest'arte, e quello scambio fra gli antichi maestri della potatura e i ragazzi è considerato prezioso quanto la pira stessa. La struttura, infine, non sta ferma nemmeno nello spazio: è una pira itinerante da oltre cento anni, che per ragioni di spazio e sicurezza ha seguito l'evoluzione urbanistica della città, e oggi si costruisce in via Pasolini, nell'area 167 bis.

La pira si rifà da zero ogni anno, e le dimensioni cambiano di conseguenza: si va da una base di 23 metri per lato a una di 32, e da un'altezza di 22 metri a una di 29. Per costruirla servono almeno 100.000 fascine di tralci di vite. In ogni edizione resta fra i falò più grandi d'Europa. In cima c'è una grande punta piramidale, anch'essa di legno, decorata con opere d'arte realizzate da artisti grottagliesi e dedicate al santo: bruceranno anche quelle, in segno di devozione.

Il carbone che si porta a casa

Il rito, prima che nelle cronache, sta in una poesia in dialetto grottagliese, che lo racconta dall'inizio alla fine. Comincia con i carri: lu devotu vurtagghhjése, cu traìni e trainédde, porta lioni pi lla fòc'ra, il devoto di Grottaglie porta la legna con carri e carretti. Poi la catasta si alza verde e argentata dalle foglie d'ulivo — s'oza iérta, s'òza nciélu, totta verde e ttotta argiéntu pi lli fronni ti l'alìi — e si monta come si monta un pagliaio: tuttu po', comu si zzimpa nnu pagghiaru, si situèscia, cu lli fronni fòri fòri, e così la catasta si alza in mezzo alla piazza e poi la vestono di stuoie. A lla sera t'la fiscilia, sobbra mettunu curcata la figura ti lu santu: la sera della vigilia, sopra, mettono coricata l'immagine del santo.

L'accensione, nella poesia, è un crescendo: la fòc'ra pigghia fuécu a picca a picca; fumicannu, pigghia fuécu; e lu populu devotu luccla: «Viva santu Ggiru! Viva santu ggiru nuésciu!» E gli anziani leggevano le fiamme: dopo tanto fumo sparso fra la folla per l'umidità della legna, il falò cominciava a scintillare, e quando quella fiamma bruciava a luce piena sarebbe accaduto quello che ognuno stava dicendo in quel momento, o un desiderio nascosto, o una grazia chiesta al santo. Nella poesia le foglie d'ulivo crepitano e le faville salgono col fumo — scattarèsciunu li fronne ti l'alìii, e, cu llu fumu, li faciddi vonu nciélu — gli occhi splendono, la faccia si sente cotta cotta per le ondate delle vampe, ed è veramente fuécu bellu, robustoso e forte.

Il fuoco, poi, non si lasciava spegnere: durante la notte e il giorno della festa qualcuno lo alimentava con legna secca, perché i tanti devoti scalzi potessero scaldarsi dopo le cinque ore di processione. E quando la fòc'ra crolla arriva il gesto che chiude tutto: vene gente, ca priannu, porta a casa nnu craòne, e, dicennu gloria patri, lu craòne biniditto mette mmienz'a lla fracéra — arriva gente che, pregando, si porta a casa un carbone e, recitando il Gloria, lo mette dentro il braciere. Intorno alla pira ardente, intanto, si trattengono a passare la serata le famiglie che l'hanno costruita.

Cinque ore a piedi nudi

Il giorno dopo il fuoco c'è la processione, e dura quanto una giornata di lavoro: circa cinque ore. Parte da piazza Regina Margherita, davanti alla chiesa madre, attraversa il centro storico, sale oltre il castello, devia verso la zona orientale della cittadina, ripiega a nord-ovest e rientra dalla parte occidentale.

L'ordine del corteo è fissato. Aprono le confraternite — Preziosissimo Sangue o Nome di Dio, Rosario, Carmine e Sacramento — poi viene il clero, fra chierichetti, seminaristi e sacerdoti, e infine l'arciprete, in piviale rosso, che sorregge l'ostensorio con la reliquia di San Ciro. La statua la portano a spalla quattro uomini, e c'è un dettaglio che dice molto su come sono cambiate le cose: fino al 1978 quel posto si assegnava all'asta, poi l'asta fu abolita per evitare abusi e discussioni.

Accanto alla statua fanno bella figura, per tradizione, i carabinieri in alta uniforme, e la seguono le autorità cittadine, politiche e militari, che partecipano volontariamente. Dietro si dispone la città intera, elencata per mestieri: casalinghe, contadini, pensionati, operai, impiegati, professionisti, e in particolare i medici, che per consuetudine seguono immediatamente la statua — perché San Ciro era medico. Poi ci sono quelli che hanno promesso qualcosa: alcune centinaia di devoti scalzi con in mano grossi ceri accesi, gente che ha fatto un voto o una promessa, e che cammina senza curarsi del freddo di fine gennaio. Quando la statua esce in piazza la banda attacca un pezzo preciso: la marcia dall'opera «Mosè» di Rossini, mentre le campane della Collegiata suonano a distesa e i botti dei fuochi pirotecnici fanno sussultare la gente.

L'olio, la piuma e la veglia

Attorno alla novena ci sono tre riti, e il primo si fa con una piuma. Un sacerdote, in cotta e stola, ungeva con una piuma intinta nell'olio consacrato la fronte dei fedeli che gli si accostavano, recitando: «Per intercessione di S. Ciro e per questa sacra unzione, il Signore ti liberi dal peccato e da ogni male!» Il rito si celebra ancora, e in Chiesa Madre i fedeli possono ricevere l'antica unzione con l'olio benedetto di San Ciro.

Anche l'allestimento aveva le sue regole: accanto alla cappella dedicata al Cuore di Gesù si metteva un tavolino con piccoli fori sui quattro lati per le offerte, e sopra un vassoio d'argento con un'artistica brocca, sempre d'argento, contenente l'olio santo.

Il secondo rito è la recita delle Litanie di San Ciro. Il terzo ha un nome in dialetto — «La Varda a Santu Ggiru», la Guardia a San Ciro — e si fa l'ultimo giorno della novena, il 30 gennaio: per tutta la giornata moltissimi devoti, in prevalenza donne, pregavano senza interruzione e vegliavano la statua del santo medico alessandrino restando completamente a digiuno.

Un culto arrivato da Napoli nel Settecento

Il santo a cui tutto questo è dedicato ha una biografia breve. Ciro era originario di Alessandria d'Egitto, fece il medico e l'eremita fra il III e il IV secolo dopo Cristo, è venerato come taumaturgo e la sua memoria liturgica cade il 31 gennaio. Il fuoco non è un ornamento ma il racconto della sua morte: prima di essere decapitato subì torture col fuoco, e secondo una versione fu gettato fra le fiamme ardenti senza però morirne. Sotto il rito cristiano, però, ce n'è uno più antico, di chiaro sapore magno-greco, di quando il fuoco segnava il passaggio delle stagioni, bruciava i mali dell'anno trascorso e preparava la comunità a un nuovo inizio.

A Grottaglie, comunque, San Ciro non c'è da sempre: ce l'ha portato un altro santo del paese. Il culto fu introdotto nel 1707 da San Francesco De Geronimo, grottagliese, che da Napoli inviò un simulacro del martire e alcuni frammenti delle reliquie, istituendo ufficialmente la celebrazione annuale nel giorno del martirio, come attesta un suo manoscritto. Il gesuita fece costruire il rinomato «cappellone» nella Chiesa Madre, ordinò una statua a mezzo busto e avviò la devozione grazie al fratello Tommaso, arciprete della Collegiata. Ne è nata una situazione curiosa: il patrono principale della città è proprio San Francesco De Geronimo, ma il fulcro della venerazione popolare è Ciro, che ne risulta compatrono. Oggi in paese ci sono tre simulacri che lo raffigurano, ognuno con una storia e una collocazione diversa: il più antico è un simulacro in legno dorato del XVIII secolo, e ce n'è anche uno ligneo dei primi del Novecento, che si può vedere in mostra e sfila per le strade. A conclusione del novenario, tenuto da un frate cappuccino, si procede alla benedizione e all'accensione della fòc'ra. Attorno a quelle statue e durante la festa si organizzano visite guidate e itinerari storico-religiosi sulle due statue custodite nella Chiesa Madre e nella Chiesa di San Francesco da Paola.

La festa, infine, non finisce con la pira grande. Il 31 gennaio si accende la «Focaredda dei bambini», una piccola pira dedicata alle nuove generazioni, che insegna il valore della collaborazione e del rispetto per la storia del proprio territorio. C'è poi una sfilata che rifà il trasporto di una volta, con carri e cavalli d'epoca carichi di fascine per le vie cittadine, accompagnati dalla pizzica salentina, e nella stessa occasione si celebra il gemellaggio con il gruppo dei festeggiamenti della Focara di Castellaneta. A promuovere e organizzare è l'Associazione OdV Amici della Fòc'ra, sostenuta dal Comune e dalla Regione Puglia, e la manifestazione è riconosciuta fra quelle ufficiali del PACT, la Rete dei Fuochi di Puglia. Di falò come questo, del resto, se ne costruiscono a centinaia in tutto il Salento, soprattutto d'inverno: quelli originali sono due, a Novoli in provincia di Lecce e qui a Grottaglie.

Come arrivare alla festa

Raggiungere i Fuochi di San Ciro a Grottaglie è facilissimo. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Grottaglie a un passo dal centro, 1,9 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di San Giorgio Ionico - aeroporto Grottaglie, e da lì restano 1,6 chilometri e 3 minuti.

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