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San Bernardo e Sant'Ilario di Poitiers a Parma e i biscotti a forma di stivaletto 2027

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Sant'Ilario di Poitiers è il patrono di Parma, in Emilia-Romagna, e si festeggia il 13 gennaio; la città ha anche un secondo patrono, San Bernardo, vescovo di Parma, la cui festa cade il 4 dicembre. Nei giorni della festa le vetrine dei panifici e delle pasticcerie si riempiono delle scarpette di Sant'Ilario, biscotti di pasta frolla a forma di stivaletto basso decorati con glasse colorate: ricordano il calzolaio che regalò un paio di scarpe al santo di passaggio e il giorno dopo ne ritrovò un paio d'oro. Il 13 gennaio il Comune consegna anche il premio Sant'Ilario, le medaglie d'oro e gli attestati di civica benemerenza.

Le scarpe d'oro del ciabattino

La festa più sentita di Parma nasce da un paio di scarpe consumate. La leggenda narra che un calzolaio, vedendo Sant'Ilario attraversare Parma scalzo durante una giornata di neve, impietosito gli regalò un paio di scarpe; il giorno dopo, l'uomo ritrovò un paio di scarpe d'oro proprio dove si trovavano quelle donate.

Il racconto ha una versione più distesa, che spiega anche il perché di quel passaggio. Sant'Ilario passa da Parma nel corso di un viaggio, forse nel 359, diretto a Rimini, dove si tiene un grande concilio per riportare pace fra cattolici e ariani: arriva a piedi dalla Gallia, stanco e sporco come tutti i pellegrini, e un calzolaio, vedendolo, lo invita a riposare nella sua bottega e gli regala un paio di calzari nuovi.

La partenza avviene prima dell'alba, e la scoperta al risveglio: all'apertura della bottega il ciabattino trova un paio di scarpe d'oro massiccio nel punto dove aveva riposto i vecchi sandali del vescovo.

Biscotti a forma di stivaletto

Da quella notte è nato il dolce che segna la data sul calendario dei parmigiani. Nei giorni della festa, nelle vetrine dei panifici e delle pasticcerie di Parma, appaiono biscotti di pasta frolla a forma di piccola scarpa, ricoperti di cioccolato o di glassa colorata.

Le scarpette di Sant'Ilario si formano da una pasta frolla tirata in uno spessore di mezzo centimetro, tagliata in forme di stivaletto basso da appositi tagliabiscotti in metallo che si trovano in alcuni negozi di alimentari a Parma — e in mancanza di quelli si utilizza una sagoma di cartone e un coltello. Una volta cotte vengono decorate con glasse colorate, granella e palline di zucchero colorate.

Le dolci scarpette, ogni anno, ricordano l'avvenimento del ciabattino.

Dalla Gallia all'esilio in Frigia

Dietro la leggenda c'è un uomo del IV secolo, e una vita tutt'altro che tranquilla. Ilario nacque a Poitiers all'inizio del IV secolo da una famiglia aristocratica pagana, gallo-romana; studiò i filosofi greci e cercò a lungo la verità con una ricerca che lo mise in contatto con varie correnti di pensiero, fra cui il neoplatonismo, ma fu la lettura della Bibbia a portarlo al passo decisivo della conversione. Fu battezzato verso il 345 e acclamato vescovo della sua città, Pictavium, nel 353.

Il conflitto che gli costò tutto era dottrinale. Ilario fu fedele all'insegnamento del Concilio di Nicea contro l'eresia ariana — quella che negava che Gesù fosse veramente Figlio di Dio — e nel 356 partecipò al sinodo di Béziers, dominato dai vescovi ariani. Furono loro a chiedere all'imperatore Costanzo la sua condanna: fu costretto a lasciare la Gallia nell'estate del 356 e mandato in esilio in Frigia, nell'attuale Turchia, e da allora è il protettore degli esiliati.

L'esilio, però, gli servì. Trovatosi in un contesto religioso totalmente dominato dall'arianesimo, avviò la stesura della sua opera dogmatica più importante, il De Fide adversus Arianos, poi chiamata De Trinitate: vi difende la consustanzialità del Figlio con il Padre e sviluppa la sua teologia trinitaria partendo dalla formula del Battesimo, «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». È un'opera basata su fonti greche che resta originale nel mondo latino. Sua è anche la prima opera, il commento al Vangelo di Matteo, il più antico commento in lingua latina di quel Vangelo giunto fino a noi; negli ultimi anni compose i Trattati sui Salmi, un commento a cinquantotto Salmi, e di lui restano alcuni inni di argomento dottrinale, ritrovati nel 1887. Le sue opere vennero pubblicate da Erasmo da Rotterdam a Basilea, fra il 1523 e il 1528.

Tornò dall'esilio nel 360 o nel 361 e riprese subito l'attività pastorale, ma l'influsso del suo magistero si estese ben oltre i confini della sua Chiesa: alcuni autori antichi pensano che la svolta antiariana dell'episcopato della Gallia sia stata in larga parte dovuta alla fortezza e alla mansuetudine del vescovo di Poitiers. Morì il 13 gennaio 367, e fu proclamato Dottore della Chiesa da papa Pio IX nel 1851.

Perché Parma scelse un vescovo di Poitiers

Resta la domanda che ogni forestiero fa: perché una città emiliana ha per patrono un vescovo francese. La risposta onesta è che si ignora quando e perché Ilario di Poitiers, uno dei maggiori teologi occidentali di sempre, sia divenuto patrono di Parma: le varie ipotesi fatte nel tempo lo legano sempre a qualche evento bellico, a battaglie vinte dai parmigiani dopo essersi votati a lui.

L'ipotesi più circostanziata ha una data e un alleato. Nel 1266 la società dei crociati di Parma, insieme a Carlo I d'Angiò, sconfisse il ghibellino Oberto II Pallavicino: secondo Ireneo Affò fu in quell'occasione che i parmigiani elessero a loro santo patrono Ilario di Poitiers, vescovo francese come il loro potente alleato, e che si era coraggiosamente battuto contro l'eresia di cui era tacciato il partito filoimperiale.

Le altre ipotesi non si escludono a vicenda: il culto sarebbe stato introdotto nel territorio dai vescovi carolingi del IX secolo, oppure assimilato dai francesi presenti in Italia nel XIII secolo per la devozione degli angioini, oppure la scelta di questo paladino della cattolicità contro le idee ariane sarebbe stata fatta in riparazione di una remota origine ariana della Chiesa di Parma. In ogni caso il racconto del suo transito per la città e del miracolo delle scarpe svolse un ruolo importante.

Medaglie d'oro nella sala del Comune

Il 13 gennaio a Parma non è solo una data religiosa: è il giorno in cui la città premia i suoi. Il premio Sant'Ilario fu istituito nel 1986 dalla Giunta guidata dall'allora sindaco Lauro Grossi, e in quell'occasione fu approvato il «Regolamento per la concessione delle civiche dichiarazioni di benemerenza».

Le candidature vengono dal basso e da tutte le parti. Le proposte sono formulate da singoli cittadini, da enti, dai membri del Consiglio comunale e della Giunta e dagli organi di decentramento, al fine di segnalare l'attività di tutti coloro che abbiano in qualsiasi modo contribuito a migliorare la vita dei singoli e della comunità e a elevare il prestigio della città. Le benemerenze premiano chi si è distinto nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell'industria, del lavoro, dello sport, dell'assistenza, delle iniziative filantropiche e della collaborazione all'attività della Pubblica Amministrazione, o per atti di coraggio e di abnegazione in nome dei valori di umanità e solidarietà.

I riconoscimenti hanno tre gradi e un tetto. I segni di benemerenza possono essere la medaglia d'oro, l'attestato di civica benemerenza e il sigillo della città di Parma, quest'ultimo solo per casi eccezionali; ogni anno si assegnano al massimo cinque medaglie d'oro e sette attestati. Dal 1987 al 2012 la cerimonia di consegna si è svolta presso la Sala Consiliare del Municipio, il 13 gennaio, giorno di commemorazione del patrono.

Un patrono senza chiesa

C'è un'anomalia che i parmigiani conoscono bene: pur essendo il patrono della città, a Parma Ilario non ha una chiesa dedicata, ma solo un piccolo oratorio. La chiesa c'era, poco fuori dalla porta di Santa Croce, fondata nel 1266 e poi più volte distrutta; nel 1557 il titolo venne portato all'interno della chiesa dell'ospedale — quello oggi detto Ospedale Vecchio — e quando questa fu ricostruita, nel 1663, ne mantenne solo il nome. Della più antica chiesa resta la statua lapidea del santo, scolpita probabilmente nel Quattrocento e oggi collocata nel presbiterio, a fianco dell'altare: rappresenta il santo in abiti vescovili e in atto di benedire, con ai piedi la figura di un devoto inginocchiato.

Quella chiesetta fuori le mura era il traguardo di un corteo laico. Già nei due secoli precedenti le massime magistrature cittadine, insieme ai rappresentanti delle Arti, avevano la consuetudine di recarsi in processione fino a lì; il profilo civile del patronato è dimostrato dal fatto che la chiesa venisse onorata dalla comunità riconoscendo al santo la protezione delle attività civili e delle corporazioni dei mestieri, come attestano documenti del 1526. La cerimonia è documentata dalla fine del Seicento, ma riprendeva un'usanza ancora precedente. La figura di Ilario — rigoroso con se stesso, ma paterno e comprensivo con i più bisognosi e fragili — è strettamente legata all'Oltretorrente, e solo dalla prima metà del Settecento, durante l'episcopato di Camillo Marazzoni, cominciò a essere solennizzata in Cattedrale. Il Museo diocesano conserva una presunta reliquia, il frammento di un osso della spalla, che solitamente viene esposto solo il 13 gennaio, nella cappella del Comune in cattedrale.

Il calendario di Parma, però, ha un secondo patrono, e quello in città ci visse davvero. San Bernardo, nato a Firenze intorno al 1060, fu vescovo di Parma per trent'anni e vi morì il 4 dicembre 1133: da monaco si dedicò sempre alla perfezione di vita, da cardinale al bene della Chiesa e da vescovo alla salvezza delle anime. La devozione dei fedeli circondò subito la sua tomba, i pellegrinaggi si susseguirono e molti miracoli si avverarono, al punto che il suo successore Lanfranco lo canonizzò a sei anni dalla morte. La sua festa, fissata al 4 dicembre, è già inserita nel più antico calendario di Parma, quello del XIII secolo — lo stesso secolo in cui la città sceglieva Ilario.

Come arrivare alla festa

Partecipare alla festa di San Bernardo e Sant'Ilario di Poitiers a Parma è davvero semplice. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Parma si trova a 2,2 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Aeroporto dista 5,2 chilometri, cioè 7 minuti di strada.

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