San Biagio di Sebaste a Maratea 2027 - Il miracolo del liquido giallastro e la benedizione della gola
Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.
Fonte: patrimonioculturale.regione.basilicata.it, letta il 20/09/2026.
Le reliquie non dovevano fermarsi qui. Erano dirette a Roma, e una bufera le costrinse ad approdare: da allora Maratea festeggia il suo patrono due volte l'anno, il 3 febbraio e per otto giorni di maggio, quando la statua d'argento scende dal monte e torna indietro.
Le reliquie arrivate con una bufera
Le reliquie di San Biagio, vescovo di Sebaste, martire e medico, sono custodite sul monte San Biagio, dove si trova l'antica Maratea Castello. Vi arrivarono nel 732, all'interno di un'urna marmorea, con un carico che da Sebaste doveva giungere a Roma: il viaggio fu interrotto a Maratea a causa di una bufera. Che cosa contenga l'urna fu accertato in una ricognizione ufficiale il 3 maggio 1941: condotta dal parroco Domenico Damiano e dal vescovo Federico Pezzullo, stabilì che vi giacciono le ossa del torace, un frammento del cranio, un femore e un osso del braccio.
La basilica è il cuore religioso della comunità cristiana locale e la tradizione vuole sia sorta sul sito di un tempio pagano dedicato a Minerva; era originariamente intitolata alla Madonna delle Grazie, e quando nel 732 ricevette le reliquie divenne il santuario del santo. Il 10 agosto 1940 papa Pio XII le concesse il titolo di basilica minore.
La manna che stilla dai marmi
Si racconta che dalle pareti della Basilica stillarono una specie di liquido giallastro che i fedeli raccolsero e usarono per curare i malati. «Nel Santuario di San Biagio la manna sgorga dai marmi e dalle colonne del suo trono. È un umore acqueo leggermente tinto di giallo: è il sudore del Martire che, rivelando il vero eterno, prega il Signore per noi.» Nella cappella si conserva una coppa d'argento in stile gotico che raccoglieva la cosiddetta manna, un liquido acquoso di color biondo gocciolante dall'urna, ma anche dalle colonne e dalle pareti della cappella, e talvolta persino dagli altari e dai muri di tutta la chiesa.
Il fenomeno è antico e riconosciuto: il 4 marzo 1562 papa Pio IV concesse alla chiesa un tesoro d'indulgenze e riconobbe quello che per i cattolici è il miracolo della Santa Manna, e nella bolla comparve il riferimento al prodigio: «In ecclesia S. Blasii, terrae Maratheae Cassanen Diocesis, in qua eiusdem S. Blasii Corpus quotidie Manna scaturiens et continuis coruscans miraculus devote custoditur». Per via di quella indulgenza plenaria l'antica celebrazione di maggio divenne popolarmente nota come festa plenaria. Il fenomeno della Manna avviene saltuariamente, in seguito alla ricollocazione della statua nella Basilica.
Di quella manna i marateoti hanno fatto anche una prova. Nel 1588 un vescovo di Cassano, giunto a Maratea per la canonica visita episcopale, chiese ai fedeli del Castello come potessero essere certi che nella cassa — la quale non aveva aperture — ci fossero realmente le reliquie. La risposta, tramandata dal cronista Domenico Lebotti, fu che «i nostri Maggiori... vi diranno, che quì in questa Urna riposano le sacre ossa del nostro caro Protettore, poiché noi, che abbiamo veduto con proprj occhi distillare dal marmo il sacro liquore, ben possiamo con tutta verità annunciare a nostri Posteri».
Il 3 febbraio, e le due candele incrociate
Il santo era un medico di origine armena, vescovo di Sebaste — oggi Sivas, in Turchia — dove operò numerosi miracoli. Arrestato dal preside Agricolao durante la persecuzione ordinata da Licinio, fu imprigionato, lungamente picchiato e sospeso a un legno, dove con pettini di ferro gli fu scorticata la pelle e quindi lacerate le carni; dopo un nuovo periodo di prigionia fu gettato in un lago, dal quale uscì salvo, e infine subì il martirio per decapitazione, insieme con due fanciulli e dopo l'uccisione di sette donne, arrestate perché raccoglievano le gocce di sangue che scorrevano dal suo corpo durante il supplizio. Il martirio è datato al 3 febbraio 316.
Il miracolo che gli ha dato il patronato è quello della gola: lungo la strada incontrò una madre disperata con il figlioletto in braccio che stava soffocando a causa di una spina o una lisca di pesce incastrata nella gola; il vescovo lo benedisse e quello guarì all'istante. Per questo, il 3 febbraio, è tradizione introdurre nel mezzo della celebrazione liturgica una speciale benedizione alle «gole» dei fedeli, impartita dal rettore incrociando due candele.
Otto giorni di maggio, per la traslazione
L'altra festa è quella dell'anniversario della traslazione delle reliquie, e dura un'intera settimana, dal primo sabato di maggio fino alla seconda domenica del mese: commemora l'arrivo delle reliquie nella cittadina lucana, che una consolidata tradizione colloca nel 732, e non il martirio del santo.
Il culto è testimoniato sin dal tardo Medioevo: nel 1489, durante una visita nelle province del regno, il duca di Calabria e futuro sovrano Alfonso II di Napoli fu condotto a Maratea in adorazione delle reliquie conservate nel piccolo santuario al Castello, e già a quell'epoca esisteva una festa durante la prima domenica di maggio e nel sabato precedente. Nel 1676 la città inferiore, liberata dall'assalto notturno di centinaia di fuorusciti venuti a saccheggiarla, istituì per voto una processione di penitenza da tenersi il 21 maggio di ogni anno; e il 23 dicembre 1629 il re Filippo IV d'Asburgo aveva posto il sacello delle reliquie sotto tutela della curia, tanto che da allora è detto popolarmente Regia Cappella.
La festa moderna nasce da un terremoto. Qualche mese dopo il catastrofico sisma dell'8 settembre 1694, che mieté migliaia di vittime nelle vicine province ma lasciò Maratea sostanzialmente illesa, i fedeli e il clero concepirono l'idea di una nuova e più grande celebrazione in onore del patrono: il sindaco Federico Riccio indisse un pubblico parlamento per deliberare «una Processione solennissima colla Statua del Santo, da calarsi dal Castello di Maratea superiore il giorno antecedente alla Processione», e l'atto deliberativo, insieme al carteggio con l'autorità diocesana, fu registrato il 3 maggio in un lungo rogito del notaio Giovan Pietro Lombardi, scritto secondo la consuetudine del tempo parte in latino e parte in italiano. Il protocollo della manifestazione fu istituito nel 1695, con il consenso del vescovo della diocesi di Cassano allo Ionio, e da allora è stato conservato con alcune modifiche.
Attorno alle reliquie crebbe anche la fabbrica: nel 1618 — o nel 1619 — la confraternita fece costruire una cappella per ospitare l'urna, e intorno allo stesso anno la cappella fu abbellita con decorazioni baroccheggianti. E crebbero i privilegi liturgici: il 5 marzo 1725 papa Benedetto XIII accordò la celebrazione dell'officio della messa di san Biagio «semel in mense»; il 5 marzo 1738 la Sacra Congregazione dei Riti estese il privilegio a tutta la diocesi di Cassano allo Ionio, accordando la messa approvata per la Repubblica di Ragusa, di cui Biagio era patrono; il 19 settembre 1883, per interessamento del prelato marateota Casimiro Gennari, fu deliberato di poter celebrare anche a maggio la messa votiva approvata per il 3 febbraio; e lo stesso Gennari, divenuto cardinale a capo della Congregazione dei Riti, procurò con decreto del 23 marzo 1900 ufficio e messa propri per la seconda domenica di maggio.
Che la data di maggio coincida davvero con la traslazione, però, non è certo: lungo il XIX secolo si cominciò ad associare la ricorrenza al periodo in cui poté avvenire l'arrivo delle reliquie, anche se gli agiografi marateoti non esclusero si potesse trattare semplicemente di una preferenza dovuta alla bontà climatica del mese.
Chi ha studiato la festa ci legge due trasformazioni: quella evidente, da pellegrinaggio penitenziale a processione celebrativa, e una più sottile, per cui la discesa dell'immagine del santo nella Maratea inferiore — dove si era ormai stabilita pressoché tutta la nobiltà della cittadina — fosse una ostentazione del patriziato locale, che per pochi giorni portava a sé il simulacro.
Le quattro processioni
Negli otto giorni di celebrazioni il simulacro viene portato in processione per quattro volte.
La prima, «San Biagio va per la terra», si tiene il sabato che precede la prima domenica di maggio e si svolge fra i ruderi dell'antica Maratea, in cima al monte: probabilmente rappresenta l'ultima sopravvivenza della festa antica. Originariamente si teneva al mattino, ma a partire dalla festa del 1965 si svolge al tramonto, perché, essendo rimasta disabitata l'antica Maratea, si era arrivati al punto di non trovare più portatori per trasportare il simulacro; sempre da quel periodo, un momento della processione porta la statua sotto il Cristo Redentore, dove avviene la prima benedizione del mare.
La seconda, «San Biagio scende dal Castello», ha luogo la mattina del giovedì successivo alla prima domenica e trasporta la statua dal Castello al Borgo, lungo un antico sentiero che si snoda sulle pendici del monte San Biagio, in gran parte ricoperto da bosco. La terza, il secondo sabato di maggio, porta il busto argenteo per le strade del Borgo; la quarta, la domenica seguente, è «San Biagio torna al Castello», e ripercorre all'indietro l'antico sentiero fino alla Basilica.
Il panno rosso e la lite fra i due parroci
Nel XVII secolo, e per tutto il successivo, Maratea fu amministrata da due municipalità, dette Maratea superiore e Maratea inferiore, popolarmente Castello e Borgo, che costituivano anche due distinte parrocchie: il santuario di San Biagio e la chiesa di Santa Maria Maggiore. Dal 1695 al 1780 il passaggio della statua fra i due nuclei si teneva come processione solenne; in base alle disposizioni del 1781, prese dopo una lite tra i due parroci, avviene invece come trasporto informale — da una parte il parroco di Maratea superiore, da sempre custode delle reliquie, dall'altra quello di Maratea inferiore, guida di una comunità in continua crescita, che aveva anche prodotto la prima statua di San Biagio, di legno e d'argento —, e il sacerdote che porta la statua non indossa né cotta né stola.
La forma non processionale viene resa evidente coprendo il simulacro con un panno di colore rosso. Non sono certe le ragioni della scelta del colore: gli storici locali hanno ipotizzato possa essere un richiamo alla natura di martire del santo, mentre, una volta scomparsa dalla memoria collettiva la ragione reale, la voce di popolo ha razionalizzato l'usanza tramandando una leggenda secondo cui la statua si copriva in antico per paura che dei pirati potessero cogliere, dal mare, il luccichio dell'argento sotto i raggi del sole.
Dal 1781 al 1931 la consegna della statua al sindaco e al parroco di Santa Maria Maggiore avveniva a metà del percorso, nel luogo detto Muriceddi, dove oggi si celebra la seconda benedizione del mare; a partire dalla festa del 1932 è stata spostata nei pressi della località Capo Casale, all'ingresso del paese, dove il cittadino Biagio Vitolo fece costruire a proprie spese un poggio monumentale per rendere più solenne il momento della svestizione. Lì la statua viene spogliata del panno rosso e consegnata alla responsabilità del sindaco, e dalla festa del 1989 il primo cittadino consegna al santo le chiavi della città, rassegnandogli simbolicamente la massima autorità civile su Maratea; poi il simulacro procede verso la chiesa madre, dove resta in adorazione dei fedeli.
Fuochi, luminarie e cinte votive
Attorno alle processioni si sono depositate altre abitudini, e la contabilità della festa dice da quando. L'abitudine di accompagnare le processioni con spari e fuochi artificiali è testimoniata sin dalla festa del 1728; alla contabilità della festa del 1795 risale invece la prima menzione dell'addobbo del paese con luminarie, anche se è probabile che la pratica sia precedente; e almeno dai primi decenni del XIX secolo sono segnalate le cinte votive.
Anche il finale è cambiato di recente: a partire dalla festa del 2003 si è presa l'abitudine di concludere la processione solenne riponendo la statua non di nuovo nella chiesa madre, ma nella chiesa dell'Annunziata, posta nella piazza.
La statua d'argento, caduta in mare e rubata
Non è nota l'epoca in cui venne scolpito il primo simulacro del patrono. Si sa che in principio era di legno, con «la testa e le mani, a color di carne: il busto a mettà: vestito di Camice color bianco, e piviale color rosso; e la mitra in testa di varj colori». Nel 1699 il domenicano Luigi Pascale di Napoli, giunto a Maratea come predicatore quaresimale, lanciò l'idea di abbellire la statua cesellando almeno la testa in argento: l'opera fu commissionata all'artista Giacom'Antonio Parascandolo di Napoli e consegnata nei primi mesi del 1700. Nel 1706 il simulacro raggiunse l'aspetto definitivo, venendo cesellato interamente in argento dall'artista napoletano Domenico De Blasio.
Poi vennero le disavventure. Nel 1806, per gli eventi connessi con l'assedio francese di Maratea, il simulacro fu requisito dai fedeli borbonici e portato sull'isola di Santo Janni prima e sull'isola di Dino poi, per evitare che venisse trafugato dai soldati napoleonici; ma la notte del 27 ottobre una tempesta affondò la nave che lo custodiva, e la statua finì in mare. Fu ripescata da un ragazzo di Maratea, mancante di alcuni pezzi, sul momento sostituiti con toppe di rame e nel 1813 ripristinati in argento. La notte del 28 ottobre 1976 la statua fu sottratta definitivamente al santuario da ignoti ladri: con una sottoscrizione che arrivò a coprire pressoché l'intera popolazione di Maratea, un nuovo simulacro, esatta copia di quello settecentesco, venne cesellato sempre in argento dall'artista veneziano Romano Vio nel 1979.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Maratea per la festa di San Biagio di Sebaste non è complicato. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Maratea è a 2,9 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Maratea: da lì bastano 13 minuti di guida (12 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Nello stesso periodo, poco lontano
Chi passa di qui a maggio trova anche questi appuntamenti.
- Rievocazione del Miracolo a Maratea — maggio
- San Mauro martire a Lavello — maggio
- San Vito a Castelgrande — giugno