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San Biagio (su sessineddu) a Gergei 2027 - I bambini protagonisti della festa e il falò

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
3 febbraio 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: comune.gergei.ca.it, letta il 02/09/2026.

La festa di San Biagio, «Santu Brai», si celebra il 3 febbraio a Gergei, in provincia di Cagliari, in Sardegna, e rinnova ogni anno la tradizione de «Su Sessineddu».

A Gergei la festa più importante dell'anno la organizzano bambini che non hanno ancora dieci anni. Sono loro gli obrieri, e sono loro ad accendere il fuoco la sera della vigilia.

I bambini che comandano la festa

La festività più caratteristica e importante del paese è quella di San Biagio, «Santu Brai», che si celebra il 3 febbraio e che rinnova ogni anno la tradizione de «Su Sessineddu», unica in Sardegna e, forse, in Italia e in Europa. Anche questa festa ha carattere propiziatorio: con essa la tradizione popolare chiede al Santo una speciale protezione contro i malanni dell'inverno, e in particolare contro i mali della gola.

I protagonisti sono i bambini: essi sono gli «obrieri» e come tali parte attiva dell'intera organizzazione, ed è cosa alquanto inusuale che a ricoprire quel ruolo siano bimbi di età fino a dieci anni. La catena delle nomine guarda lontano: «su capobreri», nominato quattro anni prima da un suo predecessore, nomina a sua volta il suo successore, che quattro anni dopo sarà il responsabile e l'organizzatore della festa.

Su foghidoni, in sa pratza de cresia

Tutto comincia la sera della vigilia. Alle sette, con il rintocco dell'Ave Maria, l'officiante — solitamente il parroco — benedice una grande catasta di legna, e i giovanissimi obrieri accendono e alimentano su foghidoni, il falò, in sa pratza de cresia. La legna e le erbe aromatiche sono state raccolte in campagna alcuni giorni prima da is obriereddus, quasi come novelli sacerdoti di una cerimonia che affonda le radici nella notte dei tempi.

Al suono dei ritocchi festosi delle campane il falò viene acceso, tutti si fanno attorno e, illuminati dal bagliore delle fiamme, iniziano a suonare, cantare e ballare. I piccoli organizzatori e responsabili della festa distribuiscono ai presenti is piricchitteddus, accompagnati dal solito vino bianco e da tanta innocente allegria.

Su sessineddu, e la luna piena di san Giovanni

Intanto, in ogni casa, si prepara su sessineddu: una composizione di frutta e fiori tenuti insieme dalle foglie lunghe e piatte del sessini, pianta tipica dei luoghi caldo-umidi e palustri, che altre descrizioni chiamano scirpo palustre, falasco o semplicemente una specie di giunco.

La preparazione comincia mesi prima e richiede dedizione e tempo. Si comincia con la raccolta durante il solstizio d'estate, più precisamente il giorno di san Giovanni, quando la luna è piena, ripetendo gesti che appartengono ai riti precristiani: su sessini viene raccolto nel pieno del suo vigore, quando, secondo la tradizione, la pianta possiede il massimo della sua energia. Ha foglie lunghe e sottili, e dopo averlo essiccato lo si bagna per renderlo malleabile, così da poter realizzare con maggiore facilità resistenti lacci e corde.

Alcuni giorni prima della festa esperte mani iniziano a dare forma a su sessineddu: con quattro o sei resistenti fili di sessini si intrecciano e si annodano i frutti, principalmente tre, a scelta tra melagrane, arance, mele — in sardo melixedda — e melecotogne. Poi si arricchisce con fichi secchi, uva passa, foglie di alloro, rosmarino, nastri rossi, caramelle, cioccolatini, un rosario di pasta di pane cotto al forno insieme al pane, piccoli pani rituali detti cocoeddus e su cordonittu; non devono mancare pezzi di lardo, filetto di maiale secco, la mustela, la salsiccia, il grasso renale del maiale, s'ollubambu, e a completare arrivano i fiori freschi di narciso selvatico. Su cordonittu, un cordoncino di lana ritorta di diversi colori, sarà poi portato al collo per l'intero anno, come scapolare per proteggersi dalle disgrazie e dal mal di gola.

La processione, e i dolci saccheggiati per strada

Il giorno successivo, il 3 febbraio, dopo la santa messa e la benedizione de su sessineddu, sfila per le vie del paese la processione con il simulacro del Santo, accompagnata da sos gosos o gocius, le laudi cantate. Grandi e piccoli ostentano e portano con orgoglio, per tutto il percorso, l'emblema della festa: su sessineddu, tenuto al caratteristico cappio, che alla fine della messa viene solennemente benedetto dal celebrante insieme al pane.

I riti si chiudono con la benedizione della gola effettuata dal sacerdote mediante le candele incrociate e con la distribuzione ai presenti del pane e dei dolci benedetti: quegli alimenti, in virtù della benedizione ricevuta, acquistano un potere taumaturgico e vengono utilizzati nel corso dell'anno per curare il mal di gola. Ai grappoli sono appesi frutta fresca, frutta secca, caramelle e dolci che i bambini cercano di saccheggiare nel tragitto dalla chiesa a casa. E quando ormai il giorno lascia il posto alla notte e la processione si dissolve, è di nuovo il fuoco che riaccende la festa, con l'augurio di una felice prosperità.

Che cosa dicono i frutti

Ogni elemento appeso ha un suo significato, e messi insieme raccontano un'idea di abbondanza. Il fuoco è purificazione, luce, calore, e allontana il freddo invernale; il nastro rosso è energia, simbolo della seduzione e della tentazione. La melagrana è da sempre portafortuna; l'uva, fresca e secca, simboleggia la rinascita, l'amore, la pace, la gioia e la rivincita sulla morte; la cotogna è emblema dell'amore e della fertilità; il fiore del narciso, che già cresceva nei campi Elisi, è la raffigurazione dell'aldilà; il fico è l'emblema della vita e della forza; l'arancia, nel mondo antico, era segno di fecondità e d'amore; l'alloro era la suprema di tutte le piante e icona di nobiltà; il rosmarino è la metafora della fedeltà; e is cocoeddus pintaus rappresentano la sacralità del dono, frutto della terra che esprime devozione.

Aspergere e benedire is sessineddus significa conferire a tutti questi elementi una valenza taumaturgica, capace di prevenire e salvaguardare dai malanni del periodo invernale: mal di gola, della voce, raffreddore e tosse.

Da Tebe, o da Gergei

Sull'origine del rito della benedizione de su sessineddu non si hanno precise notizie, se non quelle che lo possono accomunare agli usi della religiosità popolare tipica delle società con economia a carattere prevalentemente agricolo e pastorale. Le ipotesi, però, non mancano.

Una prima ipotesi parte dalla sorprendente somiglianza de su sessineddu con il grappolo di giunchi e di melagrane tenuto in mano da un giovinetto raffigurato nella parete di una millenaria tomba ritrovata a Tebe, nell'alto Egitto, e fa pensare a un rito propiziatorio venuto da lontane regioni del Medio Oriente; una seconda lo attribuisce ai frati Trinitari, che lo avrebbero portato a Gergei; una terza coinvolge gli antichi popoli della Palestina, dai quali potrebbero essere originari i gergesi.

Una studiosa mette però in guardia: su sessineddu fa parte di un rito unico che si perpetua solo a Gergei e potrebbe non avere origini lontane. «Riconoscere che su sessineddu è un prodotto culturale autoctono e non importato significa prendere coscienza del fatto che la comunità gergese ha avuto una sorta di “ingegno etnico”», espressione, in un determinato momento, di fantasia e di creatività elaboratasi in loco. Il rito ha ottenuto il riconoscimento del Ministero della Cultura come simbolo identitario, e quei piccoli capolavori di architettura vegetale, una volta benedetti, vengono regalati.

Il santo che guarì una gola

San Biagio visse tra il III e il IV secolo a Sebaste, in Armenia, nell'Asia Minore: era medico e venne nominato vescovo della sua città. A causa della sua fede fu imprigionato dai Romani e durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana; per punizione fu straziato con i pettini di ferro, quelli che si usano per cardare la lana, e fu martirizzato nel 316 d.C. Il suo culto, di probabile origine bizantina, è legato alla sua fama di taumaturgo.

Il miracolo che gli ha dato il patronato è noto: mentre veniva portato al martirio, con la sola benedizione guarì un bambino che stava per soffocare a causa di una lisca di pesce. Da lì le usanze rituali che lo accompagnano — l'imposizione sulla gola di due candele incrociate, l'unzione della gola con olio benedetto, la distribuzione di dolci benedetti — e da lì, a Gergei, anche i piricchittus. Ma la festa mostra pure un fondo legato alla propiziazione del ciclo agrario e del nuovo corso solare dopo il solstizio d'inverno: in molti paesi dell'Europa meridionale si usava portare in chiesa un pugno di cereali benedetti, poi mescolati a quelli della semina perché assicurassero un buon raccolto.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa di San Biagio (su sessineddu) a Gergei richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Serri, a 5,2 chilometri da Gergei, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Sanluri Sud ha davanti un percorso di 32 chilometri, trentuno minuti di guida.

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