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San Costanzo a Perugia 2027 - L'occhiolino del santo alle nubili e il torcolo di consolazione

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
29 gennaio 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 01/09/2026.

La festa di San Costanzo si celebra a Perugia, capoluogo dell'Umbria, dal 28 al 29 gennaio di ogni anno, in onore del primo vescovo della città e suo patrono insieme a san Lorenzo e sant'Ercolano. La vigilia la processione della «luminaria» scende dal palazzo dei Priori alla basilica di San Costanzo lungo la «via sacra», e davanti all'urna con le reliquie vengono offerti cinque doni votivi: il cero, la corona d'alloro, il torcolo, il vin santo e l'incenso. Il giorno della solennità le ragazze nubili vanno nella chiesa a cercare l'occhiolino del santo: a chi non lo riceve, per consolazione, il fidanzato regala il torcolo, la ciambella incisa da cinque tagli.

Il primo vescovo di Perugia

Costanzo fu il primo vescovo di Perugia, eletto «appena trentenne», e la tradizione lo descrive «già prudente, saggio nell'apostolato, maturo nella carità, saldo nell'autorità». Fu vittima delle persecuzioni contro i cristiani dell'imperatore Marco Aurelio e morì martire a Foligno nel II secolo, in un anno sconosciuto.

Il consenso degli studiosi non riguarda la data ma la persona: la tradizione che fa di Costanzo «l'eroe della cristianità perugina, l'effettivo fondatore di questa Chiesa» è giudicata «antica e seria, confermata da molti solidi argomenti, tra cui la diffusione del culto, come dimostrano le chiese erette ab antiquo in suo onore».

È venerato come patrono di Perugia insieme a san Lorenzo e sant'Ercolano, con l'aggiunta, in una delle fonti, del «meno ricordato Ludovico da Tolosa». La commemorazione liturgica cade il 29 gennaio, e i perugini riconoscono «la loro festa naturale in quel San Costanzo, dalla gran freddura».

Le terme, i carboni, la spada

Secondo la tradizione, Costanzo fu condotto per mano di alcuni soldati davanti al console Lucio e barbaramente flagellato, quindi rinchiuso nel calidarium delle terme romane, portato alla temperatura di un forno, «da dove uscì miracolosamente illeso». Ricondotto in carcere, convertì i suoi custodi, che lo aiutarono a fuggire.

Arrestato e processato una seconda volta, fu condannato a camminare sui carboni ardenti, «ma anche stavolta il fuoco non ebbe potere su di lui», e riuscì di nuovo a scappare. Rifugiatosi in casa di Anastasio, cristiano, fu con questo di nuovo arrestato e decapitato «con la spada» nella città di Foligno, in una località denominata «il Trivio» — probabilmente Trevi — che al tempo dello storico Ludovico Jacobilli si chiamava ancora «campagna di San Costanzo». Lì sorse in seguito una pieve intitolata al vescovo perugino.

Alla sua intercessione sono attribuite due guarigioni: una donna cieca che, ricevuta la benedizione, «riacquistò del tutto la vista», e un nobile perugino di nome Crescenzio, paralizzato agli arti inferiori, che dopo la benedizione «riacquistò la sensibilità delle gambe».

Una tomba nell'areola fuori le mura

Tutte le redazioni della Passio affermano che il corpo del santo, dopo il martirio, fu portato a Perugia. Fu identificato «per indicazione d'un "angelo"» e riportato da un certo Leviano, «forse un funzionario imperiale», che lo seppellì fuori del pomerium, in una parte dell'area cimiteriale del colle «Capraro» o «Calvario», detta anche areola — dal nome greco di «capra» — e collocata «fuori Porta S. Pietro».

Su quella sepoltura la città costruì la sua prima cattedrale. Nel luogo esisteva una pieve già prima del 1027 e, dopo un rifacimento, fu consacrata nel 1205 dal vescovo Viviano, «secondo un'iscrizione esistente nell'antico altare». I resti del martire furono collocati in un sarcofago romano sotto l'altare maggiore, e proprio lì le reliquie vennero ritrovate nel 1781. La chiesa e lo spazio che la circonda «costituiscono tradizionalmente uno dei luoghi più cari ai perugini».

L'editto del 1310 e i lumi

Nel 1310 la civica autorità rese ufficiale il culto di san Costanzo come patrono della città e fondatore della diocesi, e nello stesso atto stabilì «alla sera della vigilia, una grandiosa "luminaria"» con l'offerta del cero votivo a nome della città. È il documento che ancora oggi il podestà legge davanti a Palazzo dei Priori durante la festa, «antico editto» che «testimonia l'inscindibile legame tra le istituzioni municipali e l'autorità ecclesiastica».

Il 27 gennaio 1313 i magistrati che governavano il Comune, chiamati Demeviri, ordinano al Maggiordomo di consegnare una candela a tutto il clero cittadino, ai «Rettori dei 44 Collegi della città» e a quanti avessero una rappresentanza civica, per la «Processione dei Lumi» della vigilia, il 28 gennaio al vespero. Il giorno della solennità le autorità cittadine «solevano graziare dieci detenuti nelle carceri del luogo».

Il percorso ha un nome: la «via sacra». Dal palazzo comunale la processione scende per via Fani, piazza Matteotti, via Oberdan, le scalette di Sant'Ercolano, corso Cavour, borgo XX Giugno, Porta San Pietro e via San Costanzo, fino alla basilica, toccando le basiliche di Sant'Ercolano, San Domenico e San Pietro. Davanti a Palazzo dei Priori si benedice il fuoco e si accende il braciere per torce e fiaccole, al suono della campana della torre civica; lungo la strada chiarine e tamburi scandiscono l'incedere della processione, al canto delle litanie dei santi. Sfila il corteo storico dei figuranti dei cinque rioni medievali, quelli di «Perugia 1416» — Porta Sole, Porta Sant'Angelo, Porta Santa Susanna, Porta Eburnea e Porta San Pietro — guidati da capitani, alfieri e nobili famiglie, insieme alle confraternite del Santissimo Sacramento, di San Giuseppe e del Sant'Anello.

Dentro la basilica, davanti all'urna con le reliquie, si consegnano cinque doni, e ciascuno ha il suo significato dichiarato. Il cero lo offre il sindaco, «segno della disponibilità degli amministratori pubblici ad essere attenti ai bisogni dei più deboli e indifesi»; la corona d'alloro la polizia municipale, «segno di devozione e testimonianza di dedizione al bene comune»; il torcolo gli artigiani, segno di «quanti si impegnano ogni giorno a migliorare le condizioni dei lavoratori»; il vin santo due giovani sposi, «perché la famiglia sia fondamento del vivere sociale»; l'incenso il Consiglio pastorale, «segno della forza della fede nell'annuncio del Vangelo». A chiudere, la corale della Polizia municipale intona l'antico inno al santo, il «canto delle scolte», il «coprifuoco», «che invoca la protezione dei santi sulla città degli uomini». Per tutto questo esiste un'espressione precisa: la festa dell'«unità perugina».

Nubili davanti a una statua scomparsa

La tradizione vuole che ogni anno le ragazze nubili vadano nella chiesa di San Costanzo «per chiedere se si sposeranno entro l'anno»: si mettono davanti all'immagine del santo e osservano «il gioco di luci riflesse». Se hanno l'impressione che il santo abbia fatto l'occhiolino, le nozze ci saranno entro l'anno. Altrimenti, «per consolazione, il fidanzato regalerà alla ragazza il tipico dolce, il "Torcolo di San Costanzo"». La regola aveva una clausola: «per tradizione medievale, "l'occhiolino" può essere visto solo da ragazze nubili vergini» — nel dialetto perugino, la giovane doveva essere «a posto».

La formula si recitava, e ne circolano tre versioni: «San Costanzo dall'occhio adorno, famme l'occhietto sennò non ce artorno»; «San Costanzo dall'occhio rotondo famme l'occhietto sinnò n'ciartorno»; «San Gostanzo da l'occhio adorno, famme l'occhiolino sinnò n ciartorno». Gostanzo, con la G, è il nome del santo in perugino.

L'oggetto del miracolo non esiste più: il segno «veniva immaginato da una scultura lignea ormai deteriorata e scomparsa», si sperava di coglierlo «tra la luce tremolante delle candele», e «molti dubitavano della sua esistenza». Il responso, annota una delle raccolte di tradizioni popolari, «era quasi sempre l'occhiolino»: le ragazze tornavano a casa «con infilato al braccio il tradizionale torcolo donato dal fidanzato», dove le attendeva l'interrogatorio di madri e parenti, ridotto a due parole, «Tla fatto?». Alle deluse restava la battuta contro il santo: «San Gostanzo, amò tel dico, quand'artorni ho preso marito!». Chi non riceveva l'occhiolino, per giunta, «poteva aspettarsi scherzi e beffe sulla sua moralità».

Cinque tagli sulla ciambella

Il torcolo è una ciambella di farina, acqua e lievito, con anice, pinoli, canditi e uvetta, e sulla superficie porta cinque tagli obliqui. Quei tagli rappresentano «le porte di accesso ai cinque rioni del centro storico di Perugia»: Porta Sole, Porta San Pietro, Porta Santa Susanna, Porta Eburnea e Porta Sant'Angelo. Sono «un rito individuale che diventa grande rito collettivo», «poiché riguarda il luogo della sua fondazione, ne consolida la memoria e ne propizia anche il benessere e l'abbondanza futura».

La forma a ciambella «si presta a numerose interpretazioni»: la corona di fiori posta sul corpo del santo dopo la ricomposizione; la testa mozzata, o il collo decapitato; la collana di pietre preziose caduta dal collo, di cui i canditi colorati sarebbero il ricordo; un anello di fidanzamento. Un'ipotesi diversa lo legge come «un pane devozionale per celebrare la sacralità di questo passaggio dell'anno che porta alla Candelora, ricorrenza che sancisce la prima manifestazione della vita che rinasce nella natura», col cerchio che «rappresenta l'elemento ciclico dell'eterno divenire». Nella stessa direzione va la nota sull'ingrediente: già Dioscoride Pedanio, medico e botanico del I secolo dopo Cristo, scriveva che i latini attribuivano all'anice, fra le altre qualità, quella di combattere l'impotenza — «una pianta perfetta quindi, per propiziare la fertilità e la nascita».

Il dolce era preparato «un tempo solo in occasione della festa patronale». Nel Cinquecento le ricche congregazioni ne acquistavano grandi quantità da distribuire ai poveri, e da allora i fornai della città «istituirono una seria competizione tra di loro», offrendo poi i torcoli ai passanti.

Il 29 gennaio i festeggiamenti proseguono in Borgo XX Giugno con la fiera, «la storica mostra-mercato tra prodotti tipici e artigianato», che raduna operatori commerciali su area pubblica «provenienti da molte zone dell'Umbria e da altre regioni», organizzata da L'Arte e la Terra con il patrocinio del Comune. Al centro della giornata torna il torcolo, realizzato in formato gigante e offerto in degustazione gratuita, mentre in corso Vannucci, davanti a Palazzo dei Priori, se ne distribuiscono fette a tutti i passanti insieme al vin santo, con la collaborazione di Confartigianato, Cna, Confcommercio e Ais Umbria. I torcoli offerti da panetterie e pasticcerie arrivano anche «agli ospiti di istituti civili e religiosi e a case di cura per anziani e disabili». La festa prevede anche visite guidate alle iconografie delle opere conservate alla Galleria Nazionale dell'Umbria e al Museo del Capitolo.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Perugia per la festa di San Costanzo non è complicato. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Perugia Sant'Anna a un passo dal centro, 2,9 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Perugia - Prepo, e da lì restano 3,7 chilometri e 6 minuti.

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