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San Pietro e San Paolo a Roma 2027 - I palli imposti sulla tomba di Pietro e le catene di Paolo

15 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
29 giugno 2026
Dove Basilica dei santi Pietro e Paolo all’Eur, Roma

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: santipietroepaoloroma.it, letta il 19/09/2026.

Ogni anno il 29 giugno Roma, nel Lazio, celebra la festa dei patroni della città, i santi Pietro e Paolo, e in loro onore la città osserva una festa solenne, e dunque non lavorativa. Nella Basilica di San Pietro il Papa impone il sacro Pallio agli Arcivescovi Metropoliti presso la tomba dell'Apostolo; nella Basilica di San Paolo fuori le Mura esce in processione la catena che, secondo la tradizione, tenne legato Paolo al suo carceriere durante la prigionia a Roma. Entrambi i santi sono festeggiati singolarmente in due distinte occasioni, ma il 29 giugno la festa romana li celebra in coppia.

Due martiri, e due tombe

Chiunque conosce il legame della Città Santa con San Pietro, ma tanti non sanno che anche San Paolo fu martirizzato a Roma a soli tre anni di distanza. San Pietro fu crocifisso a testa in giù nel luogo dove ora sorge la Basilica di San Pietro; e anche se entrambi i santi sono festeggiati singolarmente in due distinte occasioni, il 29 giugno la festa romana li celebra in coppia.

L'imperatore Costantino fece fare degli scavi sui luoghi della cella memoriae, dove i cristiani veneravano la memoria dell'apostolo San Paolo, decapitato tra il 65 e il 67 sotto Nerone; è su questa tomba, situata sulla via Ostiense, a circa 2 chilometri fuori le Mura Aureliane che cingono Roma, che fece innalzare una basilica, consacrata da Papa Silvestro nel 324.

In quella basilica la lunga serie di medaglioni rappresenta tutti i Papi della storia, e fu iniziata sotto il pontificato di Leone Magno nel V secolo. Accanto c'è un'abbazia benedettina molto antica, edificata presso la tomba dell'Apostolo da Papa Gregorio II, restaurata da Odon de Cluny nel 936; l'intero complesso è extraterritoriale per Motu Proprio del 30 maggio 2005. Ed è lì che ogni anno si chiude solennemente, nel giorno della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio, la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani.

Il pallio preso dalla Confessione

Gli Arcivescovi Metropoliti ricevono dal Papa il sacro Pallio presso la tomba dell'Apostolo Pietro, e la loro presenza sottolinea i vincoli di comunione che uniscono le chiese locali sperse nelle diverse parti del mondo con il Successore di Pietro, cui il Signore ha affidato il compito di confermare i fratelli nella fede.

I diaconi latini, accompagnati dal cerimoniere, si recano in Basilica e prendono dalla Confessione di San Pietro il vassoio con i Palli da benedire, e li portano presso la Cattedra del Santo Padre.

Il Cardinale Proto-Diacono presenta al Santo Padre i Metropoliti che ricevono il Pallio e lo postula a nome dei Metropoliti assenti; i Metropoliti recitano «una simul» la formula di giuramento. Il Santo Padre, senza mitra e con le braccia stese, dice l'orazione di benedizione sui Palli, e terminata l'orazione riceve la mitra.

I Metropoliti, accompagnati dal cerimoniere, salgono uno alla volta e si inginocchiano sul cuscino davanti al Santo Padre, il quale impone a ognuno il sacro Pallio e scambia con essi un segno di pace. L'Arcivescovo Segretario della Congregazione per i Vescovi si avvicina al Santo Padre per ricevere i Palli destinati ai Metropoliti assenti, ai quali il Pallio sarà consegnato dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Nazione.

A una di queste celebrazioni ha partecipato il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, e quella volta il rito si è composto di gesti doppi: il Patriarca è entrato in Basilica e si è diretto verso la Cappella di San Sebastiano dove ha rivestito il mandyas; il Vangelo è stato proclamato in latino e in greco, e al termine il Papa ha usato il Libro dei Vangeli greco e il Patriarca il Libro dei Vangeli latino per benedire l'assemblea. Al momento della professione di fede i due hanno recitato insieme il testo in lingua greca del simbolo niceno-costantinopolitano, secondo l'uso liturgico delle Chiese bizantine; le intenzioni della preghiera dei fedeli erano in francese, greco, spagnolo, portoghese, tedesco e polacco; e alla fine il Papa ha usato la formula latina della benedizione, il Patriarca quella greca, mentre il coro ortodosso cantava alcuni tropari in onore dei Santi Apostoli.

Nove anelli di ferro che erano tredici

La Basilica di San Paolo fuori le Mura custodisce, silenziosa e maestosa, una delle reliquie più evocative del cristianesimo: la catena di San Paolo, quella che — secondo la tradizione — lo avrebbe tenuto legato al suo carceriere durante la prigionia a Roma, nei primi anni Sessanta del I secolo.

Secondo quanto narrano gli Atti degli Apostoli, quando Paolo arrivò a Roma gli fu concesso di vivere in una casa privata, ma sempre sotto custodia militare — «gli fu concesso di abitare per conto suo con un soldato di guardia» —, ed è in quel contesto che l'Apostolo, parlando ai Giudei di Roma, disse: «A motivo della speranza d'Israele sono stretto da questa catena».

Quella catena concreta, formata oggi da nove anelli di ferro che originariamente erano tredici, venne da subito considerata un oggetto sacro, tanto che già nel IV secolo alcuni testi patristici ne parlano come reliquia venerata: San Giovanni Crisostomo esclama «O beata catena! O beate mani che la catena ha ornato!».

Già nel VI secolo Papa Gregorio Magno conferma la venerazione della catena in una lettera alla consorte dell'imperatore Maurizio: racconta che ai devoti si donavano limature del metallo, anche se non sempre il ferro si lasciava scalfire, come a voler mantenere intatta la sacralità dell'oggetto.

Nel corso dei secoli la tradizione di toccare o baciare la reliquia divenne segno di intercessione, e nei casi più solenni la catena veniva portata in processione per le strade dell'Urbe, a invocare la protezione dell'Apostolo nei momenti di crisi, come pestilenze o guerre.

La processione delle catene fu istituita dai monaci benedettini di San Paolo nel 1949 come atto di pietà popolare, in un periodo in cui il quadrante Ostiense stava vivendo un forte incremento e sviluppo urbano. Il corteo con le reliquie — le catene di San Paolo Apostolo —, seguite dalle autorità presenti, percorre le vie della città e torna alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove la cerimonia si conclude.

La Via di Pietro e la Via di Paolo

La vigilia è una veglia di preghiera, con le fiaccole, articolata come una processione attraverso cinque stazioni, che ricordano cinque momenti salienti della vita di Pietro e di Paolo: la chiamata, il messaggio, la professione di fede comune.

Il 29 giugno vengono proposti due percorsi, la Via di Pietro e la Via di Paolo, che attraversano tappe significative della storia dell'uno e dell'altro apostolo, e si incrociano nella zona dei Fori Imperiali.

Si parte dall'Appia antica, la Regina Viarum, su cui Pietro e Paolo passarono per venire a Roma, o alternativamente dalla basilica di Santa Pudenziana, costruita sulla casa del senatore Pudente, che ospitò san Pietro, e si termina a San Pietro, di fronte all'obelisco dove l'apostolo fu crocifisso nel circo di Nerone.

Negli itinerari ci sono anche la basilica di San Paolo, costruita sul cimitero che accolse l'apostolo delle genti; la chiesa di San Pietro in Vincoli, dove si conservano le catene con le quali Pietro fu imprigionato a Gerusalemme, miracolosamente fuse con quelle della prigionia romana; e il Carcere Mamertino, dove gli apostoli furono reclusi. C'è poi il pellegrinaggio della pastorale giovanile a San Pietro, che vuole idealmente completare il cammino alle quattro Basiliche maggiori, in un momento semplice ma carico di significato, e si chiude con un momento di silenzio e contemplazione per affidarsi all'intercessione di San Pietro.

Il giovedì grasso di Filippo Neri

La visita alle Sette Chiese è il pellegrinaggio più famoso di Roma. Le prime testimonianze risalgono al VII secolo, ma è a partire dall'istituzione del Giubileo del 1300 che le Sette Chiese vengono indicate come i luoghi dove ottenere le indulgenze. Bisogna arrivare al 1360 per trovare un itinerario per pellegrini che chiama complessivamente le sette basiliche «chiese regali», perché papi e imperatori le avevano fondate e arricchite di tesori. Fra il 1484 e il 1487 Innocenzo VIII concedeva alle monache domenicane del convento di Santa Caterina di Augsburg, in Germania, il privilegio che i pellegrini che visitassero il loro convento potessero lucrare le stesse indulgenze delle sette chiese di Roma.

Cinque di esse (San Pietro, San Paolo, San Giovanni, San Lorenzo, Santa Croce) furono erette per iniziativa di Costantino o subito dopo, e quindi nella prima metà del IV secolo; Santa Maria Maggiore risale alla metà del V secolo, anche se la leggenda di papa Liberio ne anticipa la costruzione di cento anni; e quanto alle tombe dei martiri e al cimitero di San Sebastiano, il culto vi risale addirittura alla metà del II secolo.

Filippo Neri arrivò a Roma proprio come pellegrino, appena diciannovenne, nel 1534, e nei primi anni della sua permanenza si recò frequentemente ai luoghi santi: era solito andare solitario alle Sette Chiese, o ad alcuna d'esse, massime a quelle fuori della città. Le prime volte cominciò in solitaria; poi venne accompagnato da qualche suo amico. Lui e i suoi discepoli le chiamavano familiarmente «visite», proprio come andare a far visita alla casa di un amico, con l'unica differenza che le case visitate erano i luoghi cari alla memoria cristiana di Roma.

Si può indicare con assoluta precisione la data di inizio della visita alle sette chiese: il 25 febbraio 1552, che era appunto un giovedì grasso. Filippo lo fece per contrastare i festeggiamenti paganeggianti del carnevale romano con la devozione ai luoghi più santi di Roma e la meditazione sulla Passione. Ebbe successo perché, più che una processione, il pellegrinaggio delle sette chiese era un grande momento di convivialità, una vera e propria scampagnata, che univa attimi di preghiera ad altri di svago; da poche decine di partecipanti si arrivò in pochi anni a coinvolgere centinaia di persone, fino a cinque o seimila.

Il percorso, ripristinato da Filippo nel XVI secolo, è di circa 25 chilometri, e si snoda lungo tutta la Città Eterna, dalle antiche zone di campagna alle principali basiliche romane, passando per le catacombe. Partendo da San Pietro, ci si recava nell'ordine a San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni, Santa Croce, San Lorenzo e Santa Maria Maggiore; l'intero percorso veniva compiuto nella stessa giornata, oppure si dedicava il primo giorno a San Pietro e il giorno dopo alle altre.

I testi seicenteschi ricordano che ogni tratto di questo itinerario doveva rappresentare uno dei sette viaggi di Cristo durante la Passione, in una specie di anticipazione della Via Crucis: dal cenacolo al Getsemani, dall'orto alla casa di Anna, da questa alla casa di Caifa, da lì al palazzo di Pilato, da quello di Pilato a quello di Erode, di nuovo da Erode a Pilato, e infine dal palazzo di Pilato al Calvario. In ognuna delle sette basiliche si veneravano sette altari «privilegiati», cioè dotati di speciali grazie e indulgenze, e la basilica Vaticana fu la prima a possedere questo tesoro, poi esteso alle altre chiese; il numero sette poteva significare anche le sette effusioni del sangue di Cristo, le sette parole di Cristo in croce, i sette doni dello Spirito Santo, i sette sacramenti, le sette opere di misericordia.

La marcia, i bollettini e il pranzo alla Celimontana

Si partiva il mercoledì sera, dalla chiesa di san Gerolamo della Carità e poi, quando la Congregazione dell'Oratorio si spostò, dalla Chiesa Nuova o di Santa Maria in Vallicella. Nella chiesa il corteo si radunava: si recitava la preghiera dei pellegrini, o Itinerarium, quindi i fedeli venivano divisi in centurie, ognuna preceduta da uno stendardo rappresentante le varie opere di misericordia. Poi si formava il corteo, con davanti i Padri Cappuccini con la Croce, i giovani con i Padri dell'Oratorio e le donne, il tutto inframmezzato dalle fanfare, e attraversando ponte Sant'Angelo si arrivava alla prima delle sette basiliche, San Pietro; dopo la visita ci si fermava all'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove si visitavano i malati.

Il giorno dopo si ripartiva di prima mattina: da porta Santo Spirito si procedeva per via della Lungara, si attraversavano gli Orti di Trastevere e Porta Settimiana, si attraversava il Tevere all'Isola Tiberina fermandosi anche alla chiesa di San Bartolomeo; poi si prendeva la direzione per la Basilica di San Paolo, passando accanto al teatro di Marcello, la Rupe Tarpea, alle chiese di San Nicola in Carcere e di Santa Maria in Cosmedin, Circo Massimo, la salita del colle dell'Aventino, scendendo poi per la Via Ostiense.

Alla Porta Ostiensis ai pellegrini venivano consegnati i bollettini, foglietti di carta utilizzati per il conteggio dei partecipanti. Da San Paolo si percorreva un'antica via, che veniva chiamata via per San Bastiano e che poi ha preso il nome di Via delle Sette Chiese, e si giungeva sull'Appia alla Basilica di San Sebastiano, dove si celebrava la Messa e la maggior parte dei presenti prendeva parte alla comunione.

Inizialmente la refezione avveniva nella vigna Savelli nei pressi della Caffarella, sostituita in seguito da una sosta in quella che oggi è villa Celimontana al Celio, dove Ciriaco Mattei, con grande magnanimità, aveva concesso l'apertura del suo giardino al popolo romano in questa occasione. Il pranzo consisteva in una pagnotta, vino, un uovo, due fette di salame, un pezzo di formaggio e due mele per ciascuno, ed era allietato dalle musiche della fanfara di Castel Sant'Angelo e dei trombettieri del Senato.

La comitiva, in ogni chiesa tranne San Pietro e San Paolo, ascoltava dei sermoni, e lungo il percorso cantava inni e salmi, e in particolare il «Canto delle vanità» attribuito a Giovanni Animuccia, uno dei primi compagni del santo: «Vanità di vanità, / ogni cosa è vanità / tutto il mondo e ciò che ha: / ogni cosa è vanità».

Dopo la refezione la comitiva si dirigeva verso la Scala Santa e San Giovanni in Laterano e proseguiva per Santa Croce in Gerusalemme; attraverso Porta Maggiore usciva di nuovo dalla cinta muraria arrivando all'Agro Verano, dov'è la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura; e al tramonto si compiva l'ultima visita a Santa Maria Maggiore, principale tempio mariano cittadino, passando per Sant'Eusebio, San Vito, San Giuliano, Sant'Antonio Abate e Santa Prassede. Dopo l'ultima devozione all'icona della Madonna «Salus populi romani», la folla di pellegrini si scioglieva.

Col tempo il percorso si allungò, con l'aggiunta delle altre due chiese di San Paolo alle Tre Fontane, luogo del martirio dell'Apostolo, e della Santissima Annunziatella; e nella bolla Egregia populi romani pietas del 13 febbraio 1586 il pontefice diede ufficialità e centralità all'antica tradizione della visita alle Sette Chiese, che mai aveva interessato i pontefici dal punto di vista pastorale.

Gli uomini in rosso, e la basilica dell'Eur

Nel 1540, alcuni laici avevano iniziato a riunirsi informalmente presso la chiesa di San Girolamo della Carità, sotto la guida spirituale del padre Persiano Rosa. Tra di essi vi era anche il futuro santo Filippo Neri, non ancora sacerdote; nel 1548 il Vicario di Roma, monsignor Filippo Archinto, erigeva la Compagnia in Confraternita sotto il nome della Santissima Trinità.

Filippo volle per i Confratelli il caratteristico abito rosso, munito di cappuccio per nascondere il viso in pubblico e mantenere la carità anonima, ma nota a Dio, tenendo così a freno la vanità sempre in agguato.

La chiesa di San Benedetto in Arenula, concessa in uso perpetuo, venne prima restaurata e poi interamente ricostruita dai Confratelli, diventando l'attuale chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. L'opera dei confratelli aveva guadagnato tanta considerazione sia presso il popolo, sia presso le gerarchie civili ed ecclesiastiche, tanto da essere elevata dallo stesso Pio IV al rango di Arciconfraternita, assumendo il nome che porta ancora oggi: Arciconfraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti (Breve «Illius, pro Dominici Salvatoris gregis», 5 settembre 1562). Si vedevano Sommi Pontefici, cardinali, principi e nobili di ogni parte della cristianità indossare il sacco rosso e mettersi umilmente al servizio dei bisognosi, accogliendoli con la cerimonia della lavanda dei piedi e servendoli alla mensa dell'ospizio. Oggi l'Arciconfraternita promuove l'adorazione eucaristica ogni prima domenica del mese e l'esposizione solenne delle Quarantore, e celebra, oltre alle principali solennità dell'anno liturgico, le festività della Santissima Trinità, di san Filippo Neri e del confratello san Giovanni Battista de Rossi.

Una basilica moderna porta il nome dei due apostoli e festeggia lo stesso giorno: il tempio monumentale dei Santi Pietro e Paolo si innalza nel punto più elevato dell'Eur; il 29 giugno 1966 la chiesa viene consacrata, e il 29 giugno dell'anno seguente viene elevata alla dignità di Basilica. Per il 29 giugno vi è concessa l'indulgenza plenaria, e memorabile è rimasta l'infiorata sulla scalinata della Basilica fatta nel 1983 per la festa dei Santi Pietro e Paolo.

Nella nicchia della facciata è collocato un grande altorilievo, rappresentante Cristo nell'atto di consegnare le chiavi a San Pietro, opera dello scultore Giovanni Prini, che è anche l'autore del pregevole portone di bronzo diviso in dieci formelle, esaltanti le opere dei Santi Pietro e Paolo. Nei nicchioni stanno l'altorilievo in travertino «La crocifissione di San Pietro» di Alessandro Monteleone e quello con «La decollazione di San Paolo» di Carlo Pini, e sul fronte absidale Venanzio Crocetti è presente con la sua opera giovanile «La conversione di San Paolo»; in cima alla scalinata monumentale le statue di Domenico Ponzi e Francesco Nagni; sull'altare il Cristo trionfatore di Attilio Selva, inserito nel mosaico del figlio Sergio che rappresenta il martirio e la glorificazione degli apostoli; i due amboni gettati in bronzo da Duilio Cambellotti nel 1950, con la predicazione di Pietro davanti al Tempio di Gerusalemme e il discorso di Paolo sul «Dio ignoto» all'Areopago di Atene; i mosaici di Bruno Saetti e di Janos Hajnal nelle due cappelle; il battesimo di Gesù in bronzo di Andrea Spadini sul fonte battesimale; e gli angeli di Federico Papi ai lati della croce. La custodia della Basilica e la cura della parrocchia sono affidate ai Frati Minori Conventuali.

Come arrivare alla festa

La festa di San Pietro e San Paolo a Roma si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Roma Trastevere, a 3,6 chilometri dal centro, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Trastevere ha davanti un percorso di 7,6 chilometri che in 11 minuti porta a destinazione.

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