Festa di San Sabino ad Atripalda e il segno di croce con la Santa Manna 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: irpiniaworld.it, letta il 02/09/2026.
La festa di San Sabino Vescovo e San Romolo Diacono si celebra ad Atripalda, in provincia di Avellino, l'8 e il 9 febbraio. La sera dell'8 in città si accendono i Focaroni, grandi cataste di legna che ardono in piazza Umberto I e nei rioni; il 9, anniversario della morte del patrono, dopo la messa solenne e la processione con i simulacri, i sacerdoti tracciano sulla fronte dei fedeli un segno di croce con una piuma imbevuta della «Santa Manna». Sabino fu vescovo dell'antica Abellinum ed è sepolto nello Specus Martyrum, sotto la chiesa di Sant'Ippolisto.
Una croce tracciata con una piuma
Il 9 febbraio, anniversario della morte del patrono, al termine della messa pomeridiana, tre, quattro o cinque sacerdoti tracciano sulla fronte dei fedeli che sfilano davanti a loro un segno di croce con una piuma imbevuta del liquido chiamato «Santa Manna», mescolato con acqua benedetta.
Altri chiedono di bagnare di Manna un fazzoletto di stoffa o di carta, oppure un batuffolo di cotone idrofilo, per portarlo a casa della persona cara come segno e come pegno della protezione del santo. È un gesto semplice, ripetuto su file lunghissime di persone, vissuto come segno di protezione per l'anno che comincia.
Quattro dita d'acqua nel sarcofago
Secondo la tradizione più antica fu il diacono Romolo, custode dello Specus, a raccogliere in un'ampolla un liquido che prodigiosamente stillava dalla tomba del suo vescovo, e che operava guarigioni e rendeva fertile la campagna irpina. Ma il nome arriva molto dopo. Il 1º maggio del 1588 si procedette a una solenne ricognizione del corpo, e si racconta che, aperto il sarcofago, vi si trovò l'intero corpo ricoperto da circa quattro dita di acqua limpida e pura, che fu riposta nei Sacrari. Alcune gocce di quel liquido vennero applicate al piede di uno storpio, Sabino Farese, che divenne improvvisamente sano: da quel momento la linfa del patrono fu chiamata «la Santa Manna».
Quel liquido, trasudando dal corpo, è stato religiosamente raccolto ed etichettato fino al 1943, anno in cui il fenomeno si è interrotto definitivamente. Quella che oggi i sacerdoti usano, mescolata ad acqua benedetta, viene da lì.
Oltre 35 fuochi l'8 febbraio
La vigilia ha un altro carattere. Con il buio dell'8 febbraio in città si accendono i Focaroni: grandi cataste di legna e fascine che ardono all'aperto, benedette dai parroci.
Il focarone principale, il più imponente, viene acceso in piazza Umberto I, ma non è l'unico: sono oltre trentacinque i falò che nella serata illuminano Atripalda, accesi negli stessi minuti nei rioni e nelle contrade — dalla piazzetta di San Sabino a Capo La Torre a Contrada Santissima, Contrada Ischia, Contrada Alvanite, rampa San Pasquale, il mercatino rionale, piazza Di Donato, via San Giacomo, via Aversa, via Aldo Moro, via Nicola Salvi, via Appia, via Tiratore e la piazzetta degli artisti.
Il Comune e la Pro Loco garantiscono bracieri e legna, ma sono i residenti a fare la parte più importante, come accade da generazioni. Quando il falò comincia a spegnersi si arrostiscono alla brace salsicce e carne; ci sono panini, cotechino, vino, prodotti tipici irpini e i balli della tarantella di Montemarano. I Focaroni di San Sabino sono riconosciuti patrimonio culturale immateriale della Campania.
E la tradizione ha passato i confini del paese: gli atripaldesi che vivono altrove accendono i loro falò a Pratola Serra, a Montefalcione, ad Avellino, e anche fuori dai confini nazionali.
Il fuoco, del resto, non è solo scenografia. È simbolo di purificazione e rigenerazione, e richiama antichi riti di origine pagana legati al ciclo della natura, oggi reinterpretati in chiave cristiana: intorno a quelle fiamme i Focaroni diventano segno di speranza, protezione e rinnovamento, che illumina la comunità nel cuore dell'inverno.
La festa comincia il 16 agosto
È l'Alzata del Pannetto, il 16 agosto, in piazza Umberto I, a segnare ufficialmente l'inizio dei festeggiamenti in onore di San Sabino.
Il santo, del resto, si festeggia due volte l'anno: il 9 febbraio, anniversario della morte, e il 16 settembre, giorno in cui nel 1612 le ossa furono traslate dall'altare maggiore della collegiata di Sant'Ippolisto nello specus martyrum sottostante. Quella data non è casuale: fu il vescovo Muzio Cinquini, che aveva operato la ricognizione, a ordinare che il 16 settembre di ogni anno si celebrasse una solenne festività in onore del patrono, e ancora oggi la ricorrenza è preceduta da un triduo di preghiera.
Il 9 febbraio la chiesa di Sant'Ippolisto Martire, chiesa madre di Atripalda, apre già di primo mattino con celebrazioni che si susseguono; il momento centrale è la messa solenne della tarda mattinata, seguita dalla processione che attraversa il paese con i simulacri di San Sabino e San Romolo portati a spalla.
Il libro distrutto dall'arcivescovo
San Sabino è venerato in diverse città italiane — fra cui Canosa, Bari, Atripalda, Torremaggiore, Furci e Montemilone — e la sua festa si celebra il 9 febbraio sia a Canosa sia ad Atripalda. Gli storici atripaldesi sono sicuri che il vescovo di Abellinum sia morto e sepolto nello Specus Martyrum; i canosini sostengono di possedere reliquie del santo, come il cranio e un braccio, custodite nella loro cattedrale.
La polemica è stata anche violenta. Nel 1643 l'autore Scipione Bellabona sollevò tante di quelle discussioni sull'identità del santo, con i suoi «Raguagli della città di Avellino», che l'arcivescovo di Napoli fu costretto a distruggerne tutte le copie.
Il quadro si complica ulteriormente con alcuni scritti locali che collocano San Sabino nel I secolo come discepolo di San Pietro. Del patrono, in effetti, mancano atti veri e propri, tanto che perfino i padri Bollandisti si impigliano nella fitta rete di ipotesi e supposizioni per identificarne la figura e definirne la patria. Un convegno organizzato dal Comune e dalla parrocchia sul tema non è riuscito ad avvicinare le due posizioni.
«Nessun sepolcro può tenere chiusa la gloria»
Sabino fu vescovo di Abellinum, l'antica città romana che sorgeva vicino al castello dell'attuale Atripalda e da cui discende Avellino. Nacque probabilmente fra il 440 e il 460, in una famiglia che discendeva da Publio Catino Sabino, inviato come legato militare di Cesare Augusto a sovrintendere alla romanizzazione del territorio abellinate; morì verso il 520, in un tempo in cui gli Ostrogoti invadevano l'Italia e i vescovi dovevano compiere un'opera di supplenza anche civile, unendo al ministero l'esercizio del potere politico, amministrativo e giudiziario.
Fu sepolto nello Specus Martyrum, uno dei più insigni monumenti di archeologia cristiana dell'Irpinia, oggi ipogeo della chiesa di Sant'Ippolisto. Il sarcofago è di epoca romana, adattato e riutilizzato: alto 0,97 metri, lungo 2,19, con i lati larghi un metro e ciascuno con scolpita una bella figura di animale alato; l'epigrafe, come quella di Romolo, porta incisi due candelabri ardenti per lato, secondo un uso dei popoli della Campania e dell'Africa, ed è stata attribuita da Giovanni Battista De Rossi quasi al VI secolo.
L'iscrizione dice, fra l'altro: «Una coscienza santa non può morire, una volontà intemerata non può mai finire insieme al corpo, perciò tu, o sacerdote, dopo la morte vivi ancora in questo mondo per i tuoi meriti e nessun sepolcro può tenere chiusa la gloria. Tu assicuravi regolarmente un aiuto ai cittadini e sempre un soccorso ai poveri... La tua mano era sempre piena e aperta a tutti.»
Da quelle righe si capisce che Sabino esercitò anche l'incarico di giudice, con imparzialità e senza farsi corrompere. Accanto a lui riposa il diacono Romolo, che gli era molto legato e lo assistette fino alla morte: morì poco tempo dopo, si dice per il dolore della perdita della sua guida spirituale, e fu sepolto in una tomba a fianco. Anche la sua lapide è giudicata del VI secolo, e lo dice associato al vescovo «in quella terra benedetta dello Specus». Le reliquie hanno viaggiato più volte dentro la stessa chiesa. Al tempo del principe Marino Caracciolo I, duca di Atripalda (1576-91), durante i lavori per ampliare la chiesa di Sant'Ippolisto il corpo fu collocato presso l'altare maggiore; il 16 settembre 1612, dietro le insistenze del clero e dei magistrati del popolo, il vescovo Muzio Cinquini lo fece riporre nell'antico Specus. Nel 1728 il sarcofago con i sacri resti trovò decorosa sede nella cappella che ancora oggi si vede, e il 4 settembre 1996, per permettere i lavori di restauro dello Specus gravemente danneggiato dal terremoto del 23 novembre 1980, si è proceduto a una nuova ricognizione e traslazione.
Nella ricognizione del 1612 il capo del santo era stato separato dal resto delle reliquie e inserito in un mezzo busto d'argento, opera di un argentiere napoletano del XVII secolo. Lo si riconosce dalla barba fluente, dalla mitria, dal pastorale in una mano e dal libro su cui poggia un'ampolla — la stessa in cui il diacono Romolo avrebbe raccolto la Manna — mentre il capo leggermente inclinato e la destra sollevata a benedire lo fanno riconoscere come il padre presente in mezzo ai figli.
Come arrivare alla festa
Arrivare ad Atripalda per la festa non è complicato. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Avellino a un passo dal centro, 2,0 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Atripalda, e da lì restano 1,6 chilometri e 2 minuti.
Altre feste in zona
Nei paesi della provincia di Avellino, altre tradizioni.
- San Modestino ad Avellino — febbraio
- San Sebastiano ad Avella — gennaio
- San Bonito di Clermont — gennaio