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Sant'Antonio Abate a Novoli e la focara di trentamila fascine di tralci di vite 2027

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
17 gennaio 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: fondazioneterradotranto.it, letta il 02/09/2026.

La festa di Sant'Antonio Abate si celebra a Novoli, in provincia di Lecce, dal 16 al 18 gennaio, e la focara si accende la sera del 16. Il paese costruisce ogni anno una montagna di legna e poi la brucia, e la misura dice tutto: è uno dei più grandi falò rituali tradizionali del mondo, vero e proprio monumento d'arte e artigianalità contadina, unico per dimensioni — 20 metri di altezza per 20 di diametro — e perché interamente in legno naturale, con oltre 30mila fascine di tralci di vite (sarmenti) abilmente poste una sull'altra. La costruzione comincia all'alba del 7 gennaio e si chiude a mezzogiorno della Vigilia.

Il santo scelto perché fermava gli incendi

A Novoli Sant'Antonio non è un patrono generico ma fu scelto per una competenza precisa: il Santo fu proclamato patrono del paese principalmente «perché custodisse le case dal fuoco che distrugge e le persone dal fuoco d'artificio che lacera le carni».

La supplica con cui il paese lo chiese al vescovo è ancora leggibile, e argomenta con i fatti: la Terra, si scrive, "ne riceve gratie infinite, particolarmente in occasione di molte case incendiate, con la sola invocatione del detto Santo detta Terra n'ha esperimentato effetti meravigliosi con essere subito cessati l'incendij«, e ancora in occasione di »armature di foco, che nel giorno della festa di detto Santo da molte persone devote di detta Terra si sono sparate e crepate in mano di quelli senza ricevere nocumento alcuno".

Il ragionamento che il sindaco portò in assemblea è rimasto a verbale: "Sappiate, homini da bene e fratelli miei cari, come in detto loco v'è la Chiesa del glorioso Santo Antonio del foco, per la cui intercessione n'havemo, ogni giorno, mille gratie e favori, sarà bene che lo pigliassimo per nostro Avocato e Protettore" — parole pronunciate il 20 gennaio 1664 al Parlamento riunito.

Per i novolesi, del resto, la questione è tutta lì: fondamentalmente, Sant'Antonio è il Santo del Fuoco e la Fòcara è il simbolo esclusivo, impareggiabile, della nostra antica devozione.

Dal sacellum del Seicento al decreto del 1737

Il culto è antico e viene da oriente: la venerazione di Sant'Antonio eremita a Novoli, come nell'intera Puglia, ha senza dubbio radici profonde e può essere ricondotta all'influenza bizantina nel Mezzogiorno italiano, quando nel Salento si diffuse il culto per i Santi orientali — come sant'Antonio abate, san Nicola, san Biagio, santo Stefano e sant'Andrea — che fu probabilmente importato dai monaci orientali in fuga dalla lotta iconoclastica.

I documenti raccontano un edificio che cresce per gradi: dai documenti conservati presso la Curia Arcivescovile di Lecce si evince che a Novoli, già agli albori del Seicento, esisteva un «sacellum», cioè un tempietto dedicato al santo proprio lì dove oggi sorge il santuario, e nel 1640 si inizia a erigere una nuova chiesa in onore di Sant'Antonio Abate, completamente a spese dei fedeli, completata nel 1662.

Poi arriva l'atto ufficiale: la devozione crebbe gradualmente sino ad acquistare carattere ufficiale il 28 gennaio 1664, giorno in cui il vescovo di Lecce, monsignor Luigi Pappacoda, dichiarò Sant'Antonio Abate protettore della comunità novolese.

Roma però se la prese comoda: la Sacra Congregazione dei riti di Roma diede il suo parere favorevole solo settant'anni dopo, precisamente il 3 agosto 1737, dopo una nuova e incalzante richiesta del popolo, e la Curia di Lecce rese esecutivo il decreto della Congregazione il 23 agosto dello stesso anno, una volta accertato che Novoli non avesse altri protettori. Da quel momento il 17 gennaio a Novoli diventò giorno festivo a tutti gli effetti e pertanto valido per le pubblicazioni matrimoniali.

La reliquia, invece, è arrivata da poco: giunse a Novoli da Tricarico, paese in provincia di Matera, precisamente il 27 luglio del 1924, e fu posata su un altare sovrastato da un grande baldacchino eretto sul sagrato della chiesa.

Carbonai: la familiarità col fuoco viene da lontano

C'è un documento che spiega perché questo paese abbia un rapporto così stretto col fuoco, e non parla di feste: è una sorta di quaderno, datato 1462, in cui vengono registrati i nomi dei carbonai autorizzati a rifornire la Zecca di Lecce.

Quei nomi vengono quasi tutti da qui: in moltissimi sono originari del casale di Santa Maria de Novis, cioè di Novoli, che all'epoca poteva contare poco più di un centinaio di abitanti. La conclusione è netta: questo significa non solo che la produzione del carbone era l'attività lavorativa più diffusa tra i nostri antenati, ma anche che, è innegabile, la familiarità dei Novolesi con il fuoco parte davvero da molto lontano.

Sull'origine del falò le ipotesi restano aperte: il più antico documento che attesta l'esistenza del falò è un articolo apparso nel 1893 su una testata locale, la Gazzetta delle Puglie, mentre la prima Focara di cui si abbia notizia sarebbe stata accesa nel 1905, quando una forte nevicata coprì il falò la notte precedente la festa. Altre testimonianze scritte sul falò sono del 1912, del 1926, del 1928 e del 1938, e un documento del 1868 attesta la presenza di un comitato eletto dall'amministrazione comunale. Un'altra lettura la fa venire da nord: alcune teorie vedrebbero la focara come una tradizione originata e importata nel Salento dal territorio veneziano, data la similitudine con alcuni riti del fuoco e la massiccia presenza in passato di nuclei di veneziani in tutto il Salento leccese.

Come si costruisce

Il materiale arriva dai campi e bisogna aspettare la stagione giusta: bisogna aspettare la potatura delle vigne per recuperare il materiale necessario alla costruzione della fòcara; le fascine, legate nei campi, vengono trasportate nella grande piazza alla periferia di Novoli, dove saranno sapientemente accatastate una per una.

Il lavoro è lungo e collettivo: l'operazione dura oltre un mese e coinvolge alcune decine di operatori volontari, e per la costruzione di una focara occorre un centinaio di persone abbastanza abili per restare ore in piedi sui pioli delle lunghe scale e passarsi l'uno sull'altro al di sopra della testa i fasci, che poi giunti in cima vengono sistemati perfettamente dal costruttore.

La forma non è mai la stessa, e cambia per ragioni tecniche: la forma è un'elaborazione del pignone conico in cui sulle aie venivano affastellati i mannelli di grano e varia negli anni: una sorta di torta a più strati concentrici, un cono con un oblò in alto, si può realizzare una galleria alla base; negli ultimi anni sono state costruite focare piramidali, a torta, con la galleria — un tunnel nel centro del falò, in cui il giorno della processione passa anche la statua di Sant'Antonio Abate — con oblò e pinnacoli.

E c'è un vincolo che non è estetico ma statico: è indispensabile che la struttura cresca in modo simmetrico, perché deve resistere al proprio peso e alle intemperie ed essere prova della competenza dei costruttori e del lavoro ben fatto.

Anche il posto è cambiato: fino al 1949 la pira si costruiva sulla piazza davanti al Santuario. Il calendario è fisso: la costruzione della focara inizia all'alba del 7 gennaio, per essere conclusa a mezzogiorno della Vigilia, momento salutato da una roboante salva e da rintocchi di campane. Un tempo cominciava prima: la raccolta delle leune, termine con cui si indicano i fasci donati per la costruzione del falò, iniziava il 17 dicembre, e per i vicoli girava il carretto, condotto da un ragazzo che giornalmente raccoglieva legna secca, rami d'alberi, tralci di vite legati in fasci, ma anche oggetti combustibili in disuso, rovinati o rotti — tuttu è buenu pè la focara.

In cima ci va un segno, e anche quello è cambiato: sulla cima, la mattina della Vigilia, viene issata un'artistica bandiera, sulla quale c'è un'immagine del santo, che successivamente brucia insieme al falò; anticamente invece era usanza issare sulla cima del falò un ramo di arancio con diversi frutti pendenti (la marangia te papa Peppu), il quale era colto dal giardino di un prete del luogo.

La sera del 16: le fasciddre

L'accensione tocca a chi ha organizzato o a chi amministra: l'onore dell'accensione del falò spetta al presidente del comitato o al Sindaco, e l'accensione avviene attraverso una batteria-fiaccolata.

Lo spettacolo sale lungo i fianchi della pira: accensione della fòcara con uno splendido spettacolo di fuochi d'artificio, provocato da numerose batterie pirotecniche che si arrampicano lungo i crinali del falò fino in cima, con effetti molto suggestivi.

Poi la fòcara resta accesa per giorni: arde come un enorme cero fino a consumarsi, per tutta la notte e il giorno dopo, e quello che la gente aspetta sono le scintille: una volta accesa, la focara arde per tutta la notte tra le migliaia di persone che, tra musica popolare e fumi di arrosti delle bancarelle presenti in piazza, assistono allo splendido spettacolo delle fasciddre, le caratteristiche faville che si librano nell'aria creando una «pioggia di fuoco».

Il chiarore si vede da lontano: il chiarore delle sue fiamme e delle sue «fasciddre» che si alzano nel cielo è visibile da tutti i paesi circostanti.

Gli animali, il maialino, i panini

Prima del fuoco c'è il rito che riguarda le stalle: la benedizione degli animali avviene ogni anno nel primo pomeriggio della Vigilia, prima della processione, e nel piazzale antistante la Chiesa sono molti i novolesi che portano i loro animali domestici — cani, gatti, uccelli, cavalli — per ricevere la protezione di Dio, ma soprattutto del Santo Patrono.

Il legame col maiale viene dall'iconografia e da una leggenda: il Santo, secondo la leggenda, fu un porcaro, e nell'iconografia è rappresentato con accanto un porcellino e con in mano un bastone con un campanello, utile per richiamare gli animali.

C'era anche un maiale vero, che girava libero per il paese: nei giorni di festa, negli anni Quaranta, nel paese girava lu 'ntunieddru, diminutivo dialettale di Antonio, un maialino con un fiocco rosso al collo che qualche devoto acquistava generalmente alla Fiera di Campi e che girovagava indisturbato nel paese e tra le campagne, mangiando e facendo ciò che voleva. Lu 'ntunieddru veniva poi generalmente vinto a estrazione durante la festa.

E c'era un pane che serviva da medicina: un'altra manifestazione importante era la distribuzione da parte del parroco dei «panini di Sant'Antonio», che avveniva sul sagrato della chiesa; i panini, consegnati ai contadini e agli allevatori, venivano fatti mangiare agli animali malati, i quali, nella maggior parte dei casi, guarivano.

L'intorciata, la strascina, e il giorno in cui non si 'ncammara

La processione della statua era accompagnata da un corteo di ceri enormi: in passato migliaia di uomini e di donne percorrevano, forse per una grazia ricevuta, l'intero percorso della processione scalzi e tenendo in mano dei grossi ceri, formando la lunghissima intorciata ('nturciata). Il peso di quei ceri era serio: i «candelotti» avevano un peso di non meno di dieci libbre, anche se alcuni, particolarmente grandi, i sugghi, pesavano oltre cinquanta libbre.

La statua, ancora oggi, la portano quelli che pagano per farlo: è portata a spalla da devoti, i quali offrono somme abbastanza alte per avere questo onore, e dietro di essa si formano due ali interminabili di folla.

C'era poi un rumore che doveva arrivare puntuale: durante questa processione veniva sparata la strascina, una lunghissima batteria che terminava con uno sparo più potente e fragoroso, il quale doveva coincidere con l'arrivo della statua in piazza Mercato, antistante la Chiesa Matrice. Oggi non viene effettuata più la fragorosa strascina, ma durante la processione vengono sparati dei colpi isolati con cadenza regolare.

Il 17, infine, si mangia in un modo solo: tra i novolesi ricorre l'usanza di non 'ncammarare, cioè bisogna astenersi dal mangiare carni e latticini — proprio gli animali che il santo protegge — e i piatti del giorno sono gnocchi in zuppa di baccalà o di pesce, scapece (pesce condito con zafferano, pangrattato e aceto), frutti di mare, pittule, purciddhruzzi e cartiddhrate, accompagnati dal moscato o dal rosolio locale.

Di tutto questo resta anche una cronaca a stampa: dal 1947 vengono stampati dei numeri unici, giornali dalle diverse testate e dalla diversa longevità, che raccontano e testimoniano anno dopo anno l'evoluzione del culto di Sant'Antonio e della focara a Novoli.

La festa comincia molto prima e finisce dopo la fòcara: inizia il 7 gennaio, con il Novenario, per terminare il 18 gennaio, con la festa di tutti i cittadini (festa te li paisani) — il giorno in cui i novolesi, liberi dalla massa di visitatori e pellegrini, si godono gli ultimi momenti della festa.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Novoli è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Novoli è a 700 metri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Surbo: da lì bastano 12 minuti di guida (7,9 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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