Sant'Antonio di Padova a Santa Croce di Magliano 2027 - La doma dei buoi e i carri a botte con la carregna
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: comune.santacrocedimagliano.cb.it, letta il 20/09/2026.
La festa di Sant'Antonio di Padova, patrono principale di Santa Croce di Magliano, comune del Basso Molise in provincia di Campobasso, si celebra il 13 giugno, preceduta dalla tredicina che parte dall'ultima domenica di maggio e dalla benedizione dei carri del 12. In processione sfilano i carri «a botte» trainati da buoi o vacche, coperti da lenzuola bianche e coperte all'uncinetto, e dentro l'intelaiatura ad arco i suonatori cantano la «carregna», canto dialettale dedicato al santo. La preparazione degli animali, «la doma», comincia spesso a marzo e dura fino a otto settimane.
Tredici giorni, un saio marrone e il pane portato di casa in casa
La festa non comincia il 13 giugno: comincia due settimane prima, con un gesto dentro la chiesa. Nella Chiesa Madre di Sant'Antonio, durante la messa pomeridiana dell'ultima domenica di maggio, si effettua l'esposizione della statua del santo, che viene tolta dal suo posto abituale e viene posta, adornata, accanto all'altare. Da quel giorno ai primi vespri del 13 giugno corre la «tredicina», scandita dalla messa pomeridiana quotidiana e da tre spari di fuochi d'artificio, in tre momenti della giornata: mattina, mezzogiorno e sera.
Molte donne, specialmente quelle in attesa di un figlio — secondo la tradizione Sant'Antonio è protettore, tra le altre cose, delle partorienti — vestono dell'abito votivo, il saio marrone tenuto dal cordone bianco.
L'altro gesto della tredicina è il pane: nei vari quartieri si preparano piccole pagnotte che poi si distribuiscono di casa in casa, in questo periodo illuminate con caratteristiche lucerne votive di varie forme e grandezza; la distribuzione del pane benedetto tinge la festa di un «rito di solidarietà», nel senso attribuito da Durkheim ai rituali collettivi. E al termine della messa vespertina, al culmine della recita della tredicina, si canta la «Canzone dei Gigli», canto di ringraziamento e affidamento al santo, scritto dal sacerdote don Cesare De Titta e arrangiato da Michele Colonna: «Padre Santo Santo bello / è passato il gran flagello / sono i gigli la purezza / sono i gigli l'allegrezza».
I carri a botte, e le mani che li vestono
Il segno distintivo della festa sono i carri, e hanno una forma riconoscibile. I carri che sfilano sono trainati da buoi, o vacche, sono tutti della forma cosiddetta 'a botte', coperti da lenzuola bianche e coperte all'uncinetto, finemente decorate da fiori di carta crespa e fiocchi, dall'icona del Santo e del bambinello, in alto, sulla parte frontale del carro.
Dentro l'intelaiatura c'è la musica, e davanti c'è il cibo. Elemento peculiare del carro è l'intelaiatura ad arco, rivestita e addobbata, all'interno della quale si trovano i suonatori e i cantori della «carregna»; davanti alla struttura trovano posto un'immagine e una statuina del santo e poi tante cibarie come caciocavalli, aglio e pagnotte di pane.
Il lavoro di preparazione è diviso: gli uomini del carro controllano che sia tutto pronto, rinnovano e ingrassano i finimenti, il giogo, le redini e la martellina, e rinnovano le decorazioni sul legno e le scritte; le donne si occupano degli aspetti decorativi — tendine, teli (le «tuagl'»), decorazioni vegetali e soprattutto i fiori di carta crespa, che sono un elemento cruciale e si realizzano secondo una pratica trasmessa di generazione in generazione. Le decorazioni con rami di ulivo, che si ritrovano anche nei carri di Larino e in altri carri cerimoniali del basso Molise, sono segno della vocazione agricola dell'area e insieme un augurio per i raccolti.
Accanto ai carri grandi ci sono quelli in miniatura: sono numerosi e accuratissimi i carri piccoli, in genere trainati da bambini vestiti con abiti degli stessi colori del motivo decorativo del carro, e non sono infrequenti carretti che riproducono anche piccoli buoi in legno con le rotelle, a simulare la trasmissione della tradizione verso le giovani generazioni. Nei giorni della tredicina molti bambini e ragazzi vanno in giro a fare la questua con carretti a due o a quattro ruote, di legno o ricavati da telai di carrozzine, adornati di coperte, fiori freschi o di carta, nastri, bandiere e immaginette del santo. L'intestazione del carro è solitamente familiare, e siccome l'ordine processionale non è rigidamente stabilito questo determina talvolta discussioni all'interno del comitato organizzatore: per questo il numero d'ordine di sfilata si assegna con un sorteggio in Chiesa Madre.
La doma: otto settimane di passeggiate per un giorno solo
Gli animali che tirano i carri non si presentano il 13 giugno senza preparazione. Questa attività che spesso inizia a partire da marzo e dura anche fino a otto settimane — per lo più nei fine settimana, seppur non esclusivamente — si chiama «la doma» e prevede una serie di passeggiate lungo le aree periurbane, meglio se con piccoli declivi e modificazioni del livello, per consentire agli animali di «fare il fiato», cioè allenarsi allo sforzo del camminare a lungo, e soprattutto per imparare a essere docili e in equilibrio con coloro che li maneggeranno in processione.
A svolgere un ruolo cruciale nel cerimoniale c'è l'animale, in una forma che la comunità definisce propriamente di cooperazione: «gli animali ci aiutano a festeggiare il nostro Santo». Sono rispettati e onorati come parte integrante del cerimoniale sacro, e le cure profuse nei mesi precedenti sono il segno di un'attenzione speciale verso il loro benessere e della costruzione di un rapporto di intesa con chi li condurrà. Alle vacche si intrecciano bende bianche fra le corna ricurve.
La carregna, e il rumore che fa questa festa
Nei carri viene cantata la «carregna»: un canto dialettale che prende origine dalla «Leggenda di Sant'Antonio», accompagnato dal suono della fisarmonica, di carattere monodico e modulare, che inneggia al santo patrono.
Forte è la presenza sonora sia delle campane sia del muggire degli animali e dello scalpiccio degli zoccoli dei bovini, a cui si aggiungono il tintinnio dei sonagli e dei campanacci legati al collo delle bestie, il movimento dei carri, le voci dei partecipanti, l'accompagnamento della banda e gli scoppi assordanti di mortaretti e fuochi pirotecnici. Sono rintocchi che segnano il passo degli zoccoli e rievocano i passaggi tratturali.
Il 12 e il 13: benedizione, stendardo, processione
La vigilia è la giornata dei carri. Dopo la messa dei primi vespri, il 12 giugno, ha luogo la benedizione dei carri e degli stendardi, preceduta dalla sfilata dei carri per le strade del paese accompagnata dal complesso bandistico «Città di San Severo»: i carretti dei bambini aprono la successione, e tutto si conclude sul sagrato della Chiesa Madre.
Lo stendardo si regge in modo particolare. È una struttura di legno a forma di doppia croce alta circa cinque metri, tutta rivestita con nastri, e sostenuta in modo particolare: un uomo regge in equilibrio l'asta, ai lati due persone tengono in tensione ognuna una corda legata alla sommità della croce, dietro una donna reca un lungo bastone utilizzato come sostegno nelle fasi di avvio-fermata.
Il 13 comincia con lo scampanio solenne e gli spari di mortaretti; in prima mattinata viene ripetuta la benedizione dei carri, poi c'è la Messa Solenne in Chiesa Madre e quindi la processione, con il seguente ordine: i carri, lo stendardo, la banda, il clero con il sindaco, la statua del santo e i fedeli. Durante il tragitto la processione interrompe la marcia per permettere le accensioni di spari e mortaretti pirotecnici, mentre dall'alto scendono nuvole di petali che ricoprono la statua — che porta in mano un bambinello ricreato dallo scultore santacrocese Antonio Giordano. Sui balconi e sulle facciate delle abitazioni, intanto, trionfa la prima lettera dell'alfabeto tutta illuminata in segno devozionale, e statuine del santo stanno all'ingresso delle vie principali, agli incroci e nei vicoli stretti del centro.
La questua nelle masserie, e l'asta del banditore
Il denaro della festa si raccoglie porta a porta e masseria per masseria. Dopo la benedizione, carri e carretti continuano la richiesta di offerte, iniziata già nei giorni precedenti anche per le contrade di campagna, dove i padroni delle masserie hanno donato, oltre al denaro contante, anche pollame, animali da cortile, formaggi, vino, salsa.
Il pomeriggio del 13 tutto quel raccolto torna in piazza e si vende. Il banditore, dall'alto di un carro, incita la gente, accorsa come sempre numerosa, ad acquistare i prodotti a suon di rilanci; l'incasso finale è importante per la riuscita della festa, e serve a finanziare le attività festive dell'anno successivo o a chiudere il consuntivo delle spese di quello in corso.
A tavola, invece, non c'è un piatto della festa: il pranzo del 13 giugno si consuma nelle case o nei fondi su strada delle famiglie proprietarie dei carri, lungo il percorso molti mangiano panini farciti con salumi e frittate, solitamente di cipolle, e resta l'usanza della colazione salata molto presto al mattino, prima che i carri si riuniscano — la stessa che un tempo sosteneva carrieri e bovari fino al rientro a casa. In serata uno spettacolo musicale in Piazza Crapsi allieta la popolazione, e i fuochi pirotecnici chiudono la giornata.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa di Sant'Antonio di Padova a Santa Croce di Magliano richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Bonefro-Santa Croce, a 15 chilometri da Santa Croce di Magliano, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: uscendo allo svincolo di Santa Croce di Magliano Sud si trova un percorso di 2,2 chilometri che in 3 minuti porta a destinazione.
Nello stesso periodo, poco lontano
Nella stessa provincia, altre feste da mettere in calendario.
- Festa della Madonna Incoronata / U Scarciacappe a Santa Croce… — aprile
- Misteri a Campobasso — giugno
- Sant'Adamo a Guglionesi — giugno