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Il Canto delle Uova a Roero e la cesta del fratucìn 2027

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
il 21 e 28 marzo 2026
Dove MONTICELLO D'ALBA - BORGO, MONTALDO ROERO

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: ecomuseodellerocche.it, letta il 20/09/2026.

Il Cantè J'Euv, il canto delle uova, si svolge nel Roero, nel Piemonte meridionale, nel periodo della Quaresima, fino a otto giorni prima della Pasqua. Di notte gruppi di giovani con fisarmoniche, clarini e tamburi raggiungono a piedi le aie delle cascine e intonano canti sotto le finestre, mentre il fratucìn, un falso frate elemosiniere, porta sulla schiena la cesta in cui i padroni di casa fanno scivolare le uova. Le uova raccolte si conservano fino al lunedì dell'Angelo, per preparare le frittate della «merendina» di Pasquetta.

La questua delle uova nelle notti di Quaresima

Il Cantè J'Euv, letteralmente «cantare le uova», è un'usanza quaresimale che si svolgeva nelle comunità contadine di tutto il Piemonte meridionale: Langhe, Roero, Monferrato, Alessandrino e Acquese. Il periodo stabilito, secondo le sequenze calendariali del cristianesimo, era quello della Quaresima, fino a otto giorni prima della Pasqua: si cantavano le uova dopo l'inverno, quando le giornate cominciavano ad allungarsi e il clima a farsi più mite. Nei mesi freddi si viveva spesso in isolamento a causa della neve, e solo con il ritorno della bella stagione si poteva uscire di casa e riunirsi.

Il rito comincia di notte. Gruppetti di giovani, al ridestarsi della natura e del nuovo ciclo vitale, prendevano nottetempo la via delle colline e raggiungevano le aie delle cascine più lontane; lì si improvvisavano musici e cantori e intonavano un canto sotto le finestre dei padroni di casa, aspettando che si destassero dal primo sonno per chiedere un dono in cambio dell'auspicio di nuova vita di cui erano portatori. I contadini, spesso svegliati dall'abbaiare dei cani, scendevano nei cortili e donavano uova fresche o altri generi alimentari.

I protagonisti erano i giovani da sposare del paese, che formavano un piccolo gruppo di musicanti. C'erano sempre la fisarmonica e il clarino, a volte il trombone o il tamburo. L'uovo è simbolo di fecondità e di rinascita, la vita che si rinnova insieme alla natura, e il canto è anche un rito propiziatorio per raccolti abbondanti.

Il fratucìn e la cesta sulla schiena

In mezzo al gruppo c'è una figura che non si può sbagliare. Il fratucìn è un falso frate elemosiniere, e si riconosce dal travestimento: porta sulla schiena la cesta in cui raccogliere le uova, ma anche altro cibo, vino e a volte soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta.

Il rituale è rimasto lo stesso da sempre. Prima il gruppetto di musicisti e giovani intorno al fratucìn saluta cantando gli abitanti della cascina; poi canta molte altre strofe per invitare il padrone di casa a uscire e a consegnare un po' di uova. Il padrone il più delle volte esce per davvero, magari assonnato, nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e fa scivolare una dozzina d'uova nella cesta portata a braccio dal fratucìn. Il padrone e la padrona stanno al gioco: dopo essersi fatti attendere un po', si affacciano all'uscio con le uova in mano. Allora i cantori ringraziano, sempre con il canto, e riprendono il cammino verso un'altra cascina. A volte il padrone li fa entrare in casa o in cantina, offre loro un buon bicchiere di vino e taglia il salame casalingo.

I gruppi hanno anche un abito riconoscibile, le mantelline nere e il cestino di vimini per raccogliere le uova, la mantlina e la caplina della tradizione.

Strofe galanti e maledizioni bonarie

Il canto è tramandato oralmente, non ha autore e si perde nella notte dei tempi: melodie e strofe cambiano da paese a paese, ma la struttura resta simile. All'inizio i cantori salutano la famiglia e rendono omaggio alla padrona di casa, figura centrale della cascina, chiedendo se vi fosse una figlia da maritare — in una società regolata da una morale rigida, non era scontato saperlo. Seguono i versi che spiegano la richiesta, spesso con riferimenti alle galline e alla loro generosità. Poi il congedo: se la padrona offre uova, pane o vino, i cantori ringraziano e proseguono.

Le strofe si adattavano di volta in volta alla famiglia che si stava visitando: una strofa galante per le ragazze da marito, un invito al capofamiglia a non essere avaro, una parola di conforto per la vedova, una lode alle doti culinarie della padrona di casa, e in generale auguri di prosperità per il futuro. Una filastrocca recita: «che i vostri vicini mi hanno detto tenete nella camicia… che canta tutto il giorno… se il prossimo anno siamo ancora vivi, noi ritorneremo».

E poi c'è il rovescio. Alle famiglie avare che non aprivano la porta erano riservate alcune strofe di «maledizione», che la comitiva intonava per castigare la casa e gli abitanti che non accoglievano di buon grado lo spirito benefico primaverile di cui si sentivano ambasciatori. Le maledizioni colpivano soprattutto gli animali e il raccolto, e riguardavano anche chi, fingendo di non svegliarsi, non accendeva il lume; se la risposta era negativa — andé a canté ant n'àtȓa cort! — il finale poteva ironizzare su presagi di sventura. Ma erano maledizioni scherzose, bonarie.

Uova per la frittata del lunedì dell'Angelo

Le uova non si mangiavano subito. Il gruppo di questuanti le conservava fino al lunedì dell'Angelo, per preparare le frittate durante la «merendina» di Pasquetta: una grande frittata da condividere, occasione di festa e convivialità che rinsaldava i legami tra gli abitanti e apriva simbolicamente la primavera. A volte le uova venivano vendute per pagarsi la festa dei coscritti.

C'era anche una funzione economica, e non è un dettaglio. Chi andava a «cantare le uova» era quasi sempre di modesta estrazione sociale, e il canto si rivolgeva soprattutto a quelle cascine dove c'era abbondanza di animali e di mezzi economici: l'usanza aveva una finalità di ridistribuzione del reddito. Era anche un gesto di cooperazione, che rafforzava i rapporti e aiutava ad affrontare le difficoltà delle campagne.

E ce n'era una terza, che i cantori non dichiaravano. La questua era un pretesto per corteggiare le ragazze, le figlie dei padroni di casa, a cui si rivolgevano complimenti nelle strofe: molti matrimoni nacquero così, permettendo alla comunità locale di perpetuarsi e di rimanere coesa. Il canto delle uova era vietato alle donne, sia perché tradizionalmente non dovevano partecipare a tempi di festa carnevalesca e profana, sia perché si svolgeva nelle ore notturne, quando le donne dovevano essere in casa. Con il tempo anche questo è cambiato: ragazzi e ragazze sono tornati a percorrere insieme le strade di campagna, cantando sotto la luna primaverile.

Antonio Adriano e la rinascita dal 2000

Il rito, fortemente radicato fino al periodo fra le due guerre e praticato con devozione ancora negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, stava per scomparire. A partire dagli anni Settanta molti gruppi locali hanno cominciato a riproporlo spontaneamente, e l'usanza si è trasformata in un'occasione di festa e goliardia.

La svolta ha un nome. La tradizione è stata riportata in auge dal 2000 grazie agli studi dell'antropologo maglianese Antonio Adriano, scomparso prematuramente nel 2006, artefice della riscoperta di molte usanze del Roero, insieme al gruppo spontaneo di Magliano e all'impegno del Comune di Guarene. Nel 2000 si è costituito un «Comitato Cantè J'euv», che ha fatto della questua un evento di vaste proporzioni, per recuperare la tradizione e insieme promuovere il territorio; e dal 2011 l'evento si fregia del riconoscimento «Meraviglia italiana».

La festa ha anche una coda solidale: i soldi raccolti dalla questua sono stati devoluti in gran parte a un progetto scolastico per bambini del Kenya, curato da suor Teresa Marcazzan delle Figlie di San Paolo di Alba, e in parte minore all'istituzione di una borsa di studio per conoscere la storia ultramillenaria della questua delle uova, che resta ancora oggi in gran parte sconosciuta. La sfilata attraversa il centro storico e prosegue tra le colline, passando per la chiesa di San Bernardo, dove la leggenda narra che i soldati di passaggio nel sedicesimo secolo posassero le armi e si concedessero serate di svago nel segno della questua delle uova.

Una notte sola per tutti i gruppi del Roero

Oggi il Cantè J'Euv si celebra in numerosi paesi del Roero, ed è lì che assume una dimensione collettiva. In tutto il territorio il rito si rinnova per circa un mese, di sera, con i gruppi di musicisti che si spostano di cascina in cascina fra i paesi e le frazioni.

Alla fine ci si trova tutti insieme. Ogni anno i gruppi di cantori spontanei dei Comuni del Roero si ritrovano per una grande festa, una nottata di folklore, musica, canti, goliardia e convivialità, con i banchetti enogastronomici delle Pro Loco; la festa si tiene ogni volta in una località diversa del Roero e raccoglie gruppi folcloristici non solo dalla Sinistra Tanaro, ma anche dalla Langa, dall'Astigiano e dal Monferrato. È il punto di raccolta di tutti i gruppi musicali e folcloristici della zona, per celebrare in una sera sola l'antico rito e l'arrivo della primavera.

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