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Corteo Storico di Santa Lucia a Siracusa 2027 - La consegna del grano rievocata allo Sbarcadero
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: siracusa2000.com, letta il 20/09/2026.
Il Corteo Storico di Santa Lucia si tiene a Siracusa, in Sicilia, la prima domenica di maggio, per la Festa del Patrocinio. Il corteo parte dallo Sbarcadero, attraversa il centro in costume d'epoca e culmina nella rappresentazione della consegna del grano al porto, in ricordo della carestia del 1646. La rievocazione in costume si fa da quindici anni, promossa dall'associazione «Il gozzo di Marika».
Che cosa si rievoca
Nel maggio del 1646 la Sicilia moriva di fame: l'annata agraria era stata segnata da scarse piogge invernali e da una prolungata siccità primaverile, il raccolto fu «molto misero» e nel Messinese praticamente nullo. A Siracusa la carestia si interruppe con l'arrivo in porto di navi cariche di grano — e da quel giorno la città lo rimette in scena.
La cronaca dell'episodio la scrisse un testimone oculare, il canonico della cattedrale Antonino De Michele. Nel duomo il simulacro argenteo era stato esposto alle pubbliche preghiere insieme alle reliquie, per implorare l'intercessione della patrona; e mentre il vescovo cantava la messa votiva, «videsi entrare nel duomo, e portarsi sulla cima del trono vescovile una colomba», che non se ne andò finché non giunse l'avviso che era arrivata in porto una nave carica di frumento e di legumi.
Il racconto più diffuso oggi parla di quaglie — coerente col nome stesso della festa, «Santa Lucia re quagghie» — con uno stormo piovuto direttamente sulla folla affamata raccolta nella «Platea magna». Il dato che non cambia, fra la testimonianza scritta di De Michele e la tradizione popolare, è l'arrivo del grano.
Accanto al prodigio, i documenti registrano anche i canali concreti del soccorso: una fornitura dei Cavalieri di Malta, il frumento inviato dalla vicina Augusta — il Senato li ringraziò dicendosi «obbligatissimi» — e la mobilitazione religiosa promossa dal vescovo Francesco d'Elia e Rossi, che fece esporre il simulacro e proclamò un ottavario di preghiera, invitando i cittadini al digiuno.
Subito dopo, il Senato cittadino formulò un voto perpetuo: celebrare ogni prima domenica di maggio una festa di ringraziamento. Nella contrada detta della Turba, in un angolo di casa che guarda l'imboccatura del porto maggiore, fu posta un'immagine della Santa con ai piedi il bastimento, «in memoria dell'ottenuto beneficio».
Il corteo in costume
La rievocazione vera e propria è recente, e mette insieme gruppi in abiti d'epoca e sbandieratori. Gli abiti della nobiltà e del popolo sono curati da Lucia Caccamo e Franca Mormina.
Il percorso attraversa alcune delle principali arterie del centro storico — largo Gilippo, viale Regina Margherita, corso Umberto I, il Ponte Umbertino, piazza Pancali, largo XXV luglio, corso Matteotti, piazza Archimede, via Roma, piazza Minerva — fino a piazza Duomo: per alcune ore la città diventa «un palcoscenico a cielo aperto». Il momento centrale è la rappresentazione della consegna del grano da parte dei velieri spagnoli, messa in scena al porto.
Le quaglie, i colombi e una delibera del 1854
La festa che il corteo accompagna ha un nome dialettale antico: «Santa Lucia re quagghie», documentato fin dalla seconda metà del XVII secolo. E per secoli il gesto che la definiva è stato il lancio dei volatili.
Storicamente erano le monache cistercensi del monastero di Santa Lucia alla Badia a gettare dalle grate della clausura colombe vive — talvolta accompagnate da quaglie e piccioni — insieme a petali di rosa, al passaggio del simulacro. La pratica, però, causava vere risse fra i fedeli, che si contendevano ogni volatile incapace di riprendere il volo. Le autorità intervennero a più riprese, e la deliberazione decurionale del 4 aprile 1854, conservata all'Archivio di Stato di Siracusa, lo dice senza giri di parole: si voleva «levarsi l'uso e limitarlo solo al lancio di una colomba per evitarsi lo strapazzamento e lo smembramento di essi uccelli, che si fa dal popolo».
Dalla seconda metà dell'Ottocento le quaglie sono state sostituite da colombi viaggiatori, e il punto di lancio si è spostato dalle grate della Badia al balcone del giardino dell'Arcivescovado, che dà su piazza Duomo. Oggi il rilascio è affidato alla Società Colombofila Siracusana «Dionisio», che addestra gli esemplari al volo di ritorno: gli uccelli, cioè, tornano a casa.
Perché proprio le quaglie, poi, ha una spiegazione stratificata. C'è un piano biblico — il libro dell'Esodo racconta che Dio inviò agli Ebrei nel deserto manna e quaglie — e uno greco-pagano: il toponimo Ortigia deriva da ortyx, quaglia, e nelle feste primaverili di Artemide si liberavano quaglie e colombi, poi consumati in banchetti sacri. Su quel sostrato si è innestato il significato cristiano locale, con la quaglia come segno di abbondanza e voce che annuncia la fine della carestia.
La Sciuta, e gli otto giorni alla Badia
Attorno al corteo si dispone la liturgia della festa. Il venerdì precedente si tiene la cerimonia della consegna delle chiavi al Maestro di Cappella e l'apertura della nicchia che custodisce il simulacro; il sabato la traslazione dalla Cappella all'altare maggiore.
A mezzogiorno della prima domenica avviene la Sciuta: il simulacro argenteo esce dal portale principale del Duomo per una processione breve ma sentita, che nella stessa piazza raggiunge l'attigua chiesa di Santa Lucia alla Badia. Prima di arrivarci sosta sotto il balcone del Palazzo Arcivescovile, dove l'arcivescovo ricorda il miracolo del 1646; subito dopo vengono liberate le colombe.
Lì il simulacro resta esposto per l'ottavario, otto giorni di celebrazioni quotidiane, nella chiesa che l'architetto Luciano Caracciolo ricostruì fra il 1695 e il 1703, dopo il terremoto del Val di Noto. La seconda domenica c'è la processione di rientro, che attraversa le vie storiche di Ortigia: la Fonte Aretusa, il Castello Maniace all'estrema punta sud dell'isola, il lungomare, i rioni della Cannamela e della Giudecca — l'antico ghetto ebraico — e poi via Roma, via del Teatro, piazza San Giuseppe, via della Maestranza, piazza Minerva e il ritorno in Cattedrale.
Due soste, lungo quel tragitto, hanno un significato particolare. In via Roma 125, davanti all'edicola votiva, avviene il cambio di turno dei portatori e la Santa «saluta» il luogo che commemora il miracolo del 1646. In via delle Maestranze, davanti alla chiesa dell'Immacolata, il fercolo è accolto dallo scampanio festoso e si ferma un momento.
Chi porta la vara
Il simulacro non è leggero. È opera dell'argentiere palermitano Pietro Rizzo, commissionata dal Senato siracusano fra il 1588 e il 1599: il contratto fu firmato a Palermo il 12 settembre 1598 dal deputato Giuseppe Landolina, e l'anticipo di 280 once versato il 21 gennaio 1599. La statua è alta fra 1,54 e 1,57 metri e pesa circa 80 chilogrammi di argento massiccio, pari a 190 libbre dell'epoca; con la cassa-base e lo zoccolo il complesso arriva a circa 3,70 metri. Il viceré Cárdenas la definì «la più bella opera che sia in Italia».
A portarla sono i berretti verdi, così chiamati dal copricapo di velluto verde, il colore associato alla Santa e alla città. Quanti siano non è un numero fermo: quarantotto, oppure cinquantasei. Storicamente il privilegio era riservato ai mastri lignarii — i falegnami e i mastri d'ascia — come conferma un atto del Senato siracusano del 5 gennaio 1789; oggi l'Albo dei Portatori è aperto ai devoti dai sedici anni in su.
Il fercolo è sostenuto da due lunghe travi flessibili di legno, con due timonieri, anteriore e posteriore, che fanno da contrappeso e danno al simulacro «un'andatura danzante». Il corteo è guidato dal clero e dall'arcivescovo, seguiti dal campaniddaru, il maestro di cerimonia che con un campanello impone il ritmo e segnala le fermate, il sollevamento e la deposizione; dietro viene la vara, e chiudono le autorità civili con il gonfalone verde della città e le portatrici delle reliquie. A ogni fermata esplodono le grida rituali: «Sarausani, viva santa Lucia!» e l'antichissima «Sarausana jè!».
Gli scalzi, e la cuccìa
La devozione luciana ha una sua parte silenziosa. Sono gli scauzi, gli scalzi: fedeli, soprattutto donne, che seguono la processione a piedi nudi come adempimento di un voto, spesso vestiti di scuro o con gli abiti tradizionali del lutto, con i ceri accesi. E ci sono portatori che scelgono di marciare scalzi sotto la vara, per ringraziamento o per ottenere una grazia, sopportando lividi e dolori alla schiena. I fedeli osservano anche i cambiamenti d'espressione del volto del simulacro al passaggio in certi luoghi, e li leggono come segnali di approvazione o di tristezza.
A tavola il legame col miracolo resta intatto: la cuccìa è grano bollito, condito con ricotta dolce, canditi, miele o vincotto e talvolta cioccolato. Nasce dal fatto che i siracusani, troppo affamati per macinare, consumarono il frumento appena arrivato senza trasformarlo in farina. Essendo quella di maggio una festa di ringraziamento, il resto è più leggero: granite alla mandorla tostata e alla mandorla bianca, gelati, e la frutta di stagione delle bancarelle lungo il percorso — ciliegie, fragole, i primi meloni gialli.
Al Patrocinio si lega anche un secondo episodio: il 9 gennaio 1763, durante un'altra carestia, sei navi cariche di grano raggiunsero il porto, e a quel fatto fu probabilmente dovuta l'aggiunta, nel 1768, di quattro vasi di fiori in argento con mazzetti di spighe alla cassa-base del simulacro. Fra il 1798 e il 1815 la dominazione napoleonica e le riforme borboniche portarono alla sospensione del culto e alla confisca di parte dei beni della Deputazione; la festa tornò a celebrarsi con la Restaurazione, e conobbe nuovi ridimensionamenti durante le due guerre mondiali.
L'organizzazione è affidata alla Deputazione della Cappella di Santa Lucia, che esiste dal 1541 e dal 1647 gestisce ininterrottamente questa festa insieme a quella di dicembre. Che il rito sia rimasto simile a se stesso lo attesta un viaggiatore: nel 1625 Pietro Della Valle assistette alla festa e ne descrisse processione e usanze «che non si differenziano troppo» da quelle di oggi — con una sola eccezione, scomparsa: allora «un certo uomo, a ciò preparato, si lasciò volar dall'alto del campanile giù per una corda, venendo a cadere in mezzo alla piazza».
Come arrivare alla festa
Arrivare a Siracusa per il Corteo Storico di Santa Lucia chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Siracusa, a 3,7 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Siracusa sud, e il tragitto è di 9,1 chilometri per 11 minuti di guida.
Che altro succede in provincia di Siracusa
Nella stessa zona, altre feste con una loro storia.
- Festa di San Sebastiano a Melilli — maggio
- Palio dell'Ascensione a Floridia — maggio
- Festa di San Corrado a Noto — febbraio