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Falò invernali a Pontremoli e la sfida tra i rioni di San Nicolò e San Geminiano 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: visittuscany.com, letta il 02/09/2026.
I falò di Pontremoli, in provincia di Massa-Carrara, ardono nel cuore dell'inverno, in gennaio: il 13 quello di Sant'Ilario, il 17 quello di San Nicolò e il 31 quello di San Geminiano, patrono della città. I due rioni storici — San Nicolò, dalla bandiera bianca e azzurra, e San Geminiano, dalla bandiera bianca e rossa — si sfidano nella realizzazione del fuoco più grande e meglio riuscito, e i fuochisti lavorano per mesi ad affinare le loro tecniche. Le pire ardono nei greti dei corsi d'acqua, il Magra sotto il ponte Pompeo Spagnoli e il torrente Verde sotto il ponte della Cresa, e secondo la tradizione il falò che raggiunge l'altezza maggiore decreta la parrocchia vincitrice, alla quale viene predetto un anno di raccolti abbondanti.
Due parrocchie, due bandiere
Nel cuore della Lunigiana, all'estremo nord della Toscana e in provincia di Massa-Carrara, Pontremoli celebra a gennaio un'antica rivalità con due grandi fuochi, e i contendenti sono due pezzi di paese. I protagonisti della disfida prendono il nome dalle due parrocchie del borgo: San Nicolò, dalla bandiera bianca e azzurra, e San Geminiano, dalla bandiera bianca e rossa.
La gara è dichiarata e ha un solo criterio. I due gruppi si sfidano nella realizzazione del fuoco più grande e meglio riuscito, e attorno a ciascuna pira si raduna la sua tifoseria, che fa il tifo a suon di canti e motti goliardici.
Non è sempre stato un affare a due. I primi falò documentati risalirebbero al 1529, e le testimonianze attestano la pratica dell'accensione di falò parrocchiali fin dal Cinquecento: in passato i fuochi pontremolesi dovevano essere molti di più, e quelli rimasti sono i due che hanno resistito.
Il 17 sul Magra, il 31 sul Verde
I due falò non si accendono la stessa sera, e ognuno ha la sua data e il suo greto. Il primo a essere acceso è quello di San Nicolò, il 17 gennaio, sulle sponde in secca del Magra, nei pressi di Porta Parma, sotto il ponte Pompeo Spagnoli: quel giorno è la ricorrenza di Sant'Antonio Abate.
Poi si aspettano due settimane. Il 31 gennaio è il turno del falò di San Geminiano, che brucia lungo il torrente Verde, sotto il ponte della Cresa, in occasione del patrono della città.
E da qualche tempo c'è anche un antipasto, così la manifestazione si articola in tre serate distinte. Il 13 gennaio torna ad accendersi il falò di Sant'Ilario, presso la chiesetta ai piedi del Castello del Piagnaro: una pira che non vuole competere con i due falò maggiori, ma solo ricordare una tradizione avviata dalla fine del XIX secolo accanto al tempietto costruito in stile neoclassico fra il 1880 e il 1887.
Fuochisti che lavorano per mesi
Chi costruisce quelle pire ha un nome e un mestiere. Sono i «fuochisti», esperti nell'arte di comporre fascine, che lavorano per mesi per affinare le loro tecniche e rendere il falò più suggestivo.
Il lavoro vero è di accatastamento, e va fatto in modo che il fuoco salga. Volontari laboriosi preparano imponenti cataste di legna e sterpaglie, ammucchiate in modo strategico perché le fiamme possano innalzarsi: le due pire, dicono le cronache, sono alte quasi trenta metri.
Una volta acceso, il resto lo fa la sera. Migliaia di persone arrivano a Pontremoli per le due date, fra cittadini e visitatori, e anche in caso di maltempo la manifestazione si tiene comunque.
Dal dio del fuoco ai guelfi
L'origine dei falò è più vecchia dei santi a cui oggi sono intitolati. I festeggiamenti del «dio del fuoco» venivano celebrati all'inizio dell'anno per invocare la sua presenza vitale contro i freddi mesi invernali, e si ricollegavano ai remoti culti che celebravano il dio Sole: si accendevano fuochi per propiziarne la vittoria contro il freddo e sterile inverno, e per augurare una buona stagione di raccolto.
C'era anche un significato di congedo. I roghi simboleggiavano la volontà di abbandonare tutto ciò che apparteneva ai mesi passati, per iniziare al meglio l'anno venturo. Quando il culto pagano finì, i falò furono collegati alle celebrazioni dei santi patroni.
La spiegazione che i pontremolesi si raccontano, però, è medievale. Una tradizione locale lega i falò all'antica ostilità fra la fazione dei Guelfi e quella dei Ghibellini, sostenitori rispettivamente del Papato e dell'Impero: il loro antagonismo è giunto fino a noi mitigato e in guisa di gioco, sotto forma della competizione fra i due fuochi. È una rivalità che ha lasciato un segno anche nella pianta della città: obbligò Castruccio Castracani a dividere Pontremoli in due con una fortezza, di cui oggi rimane solo il Campanone.
Chi vince, e chi lo decide
Il vincitore si decide senza giuria, ed è il bello della gara. Non esiste una giuria ufficiale: è il pubblico a decretare quale falò sia stato il più alto e il più bello, il che crea un clima di sana competizione fra i due rioni senza che nessuno debba proclamare niente. Secondo la tradizione popolare, alla parrocchia vincitrice viene predetto un anno di raccolti abbondanti.
Il risultato, in ogni caso, è la stessa immagine per due sere: la lingua di fuoco che si alza verso il cielo sopra il letto di un fiume in secca, il centro storico illuminato, e due metà di paese che si guardano da una riva all'altra.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa a Pontremoli è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Pontremoli è a 800 metri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è il casello di Pontremoli: da lì bastano 4 minuti di guida (3,3 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Nello stesso periodo, poco lontano
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