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Folklore e Rievocazioni

I Focaracci della Venuta a Loreto 2026 - I nove salti sulle braci e i lumi a ogni finestra

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
9 dicembre 2026
Dove località Renaccio, Loreto

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 01/09/2026.

I Focaracci della Venuta si accendono a Loreto, in provincia di Ancona, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre, e si ripetono da più di quattrocento anni. Al tramonto del 9 le comunità accendono grandi falò per ricordare la traslazione della Santa Casa da Nazareth, e il giorno dopo, il 10 dicembre, migliaia di fedeli raggiungono la Basilica della Santa Casa. Quando la catasta ha finito di bruciare i ragazzi si sfidano nell'attraversare le braci saltando, tradizionalmente per nove volte.

Quando il fuoco si abbassa, cominciano i salti

C'è un momento preciso, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre, in cui la festa cambia di mano e passa ai ragazzi. Succede quando la catasta ha finito di bruciare: quando i focaracci sono ormai bassi i ragazzi lanciano petardi e miccette, e poi si sfidano nell'attraversare le braci saltando, tradizionalmente per nove volte.

Non era un gioco, o almeno non solo: quando le fiamme erano oramai basse, i ragazzi erano usi saltarci sopra per ben nove volte. Era un atto di purificazione.

Un lume a ogni finestra, per far vedere la strada

L'altro gesto della notte si fa in casa e non richiede coraggio: ogni casa metteva almeno un lumino alla finestra o sul davanzale.

Il motivo è letterale, ed è la ragione di tutta la festa: è tradizione durante la Venuta mettere fuori dalla finestra di casa dei lumi accesi per indicare in maniera simbolica agli angeli trasportatori la strada per la Basilica di Loreto. In dialetto marchigiano il senso è ancora più diretto: si esponevano «lumī e cannele» per «fa' compagnia all'angili e 'nzengaje la strada», cioè per fare compagnia agli angeli e indicare loro la via.

Lo stesso vale per i fuochi accesi fuori: i falò servivano a ricordare «la strada che gli angeli fecero nel portare la piccola Casa di Maria da Nazareth a Loreto», e nascono per «rischiarare idealmente il cammino della Santa Casa».

Colpi di fucile, campane alle tre e mezza

La notte della Venuta era, ed è in parte ancora, una notte rumorosa.

C'era un obbligo per chi era armato: chi disponeva di un'arma da fuoco doveva sparare un colpo in aria, in segno di festa, e molti capifamiglia sparavano diversi colpi di fucile dalle finestre per accogliere la Venuta.

E c'era un orario, che è il dettaglio più preciso di tutta la tradizione: alle tre e trenta della notte — ora in cui la Santa Casa avrebbe toccato terra — suonavano a distesa le campane delle chiese.

Dopo, la notte finiva in chiesa e a tavola: di seguito veniva celebrata la “Messa della Venuta”, e in alcune zone, al termine di tutto, era in uso anche mangiare e bere.

Sul digiuno, però, le abitudini cambiavano di provincia in provincia: ad Ancona durante la vigilia si digiunava, mentre la popolazione della provincia di Ascoli e di Fermo consumava un'abbondante pasto battezzato con il nome di «Nataletto» (Natalitte).

Un nome diverso per ogni valle

Questo fuoco ha così tanti nomi che la loro lista è di per sé una piccola mappa linguistica delle Marche. Il falò assume nomi diversi a seconda della zona: focaraccio, fogaró, faone, foghèra, faore, focone, favore o anche semplicemente fuoco della Venuta.

La distribuzione geografica è precisa: «focaracci» nel maceratese e fermano, «fugarò» nell'anconetano e «fochère» nell'ascolano, con la variante «faóri» (favori) nel maceratese-fermano.

E proprio quel nome ha una spiegazione affettuosa: la denominazione, forse, più curiosa è quella di «faori» (favori), che sembra rievocare l'aiuto di Dio sui suoi fedeli.

Come si faceva, raccontato in dialetto

Una fonte maceratese descrive il rito con le parole di chi lo faceva, e vale la pena riportarle: i contadini, «lu dopo magnato (pomeriggio) de lu jornu che pricidia l'appuntamentu, cuminciava a 'mmucchià' fascine, frasche, potature de piante e de spi' (rovi), canne e quant'atro c'era da bbruscià', po' tra lume scuro (sera) cuminciava a daje focu e a guidà', fino a la fine, lo arde.»

Il risultato riempiva la campagna: «tutta la cuntradia (contrada) e le cuntradie vicine se rimpjia de 'ste luci che 'lluminava la notte», ed era «u' spettacoli per granni e picculi», con la gente ferma «a guardà' le lute ji per ardo (verso il cielo), finamènde a che non se smorciava» — fino a che non si spegneva.

C'era anche la gara: «che orda c'era anche la gara a chj lu facia piu grossu e a quillu che mantinia (durava) de più», cioè a chi lo faceva più grande e a chi lo teneva acceso più a lungo. E infine la preghiera: «tutta la fameja se riunia 'ttunno e dicia lo 'razió'».

La stessa gara si fa ancora nelle città: i fuochi si accendono alle prime ombre della sera nelle campagne, nei paesi e anche nel capoluogo, Ancona, dove i vari rioni gareggiano per allestire il fuoco più alto e bello. La Venuta è fra le feste che compongono la raccolta di folklore e rievocazioni.

Il rosario e le litanie

Intorno al fuoco si prega, e si prega con un testo preciso: la gente si radunava attorno al falò, recitava il Santo Rosario e cantava le litanie lauretane, aggiungendo canzoni e inni mariani di devozione popolare. Le Litanie Lauretane invocano la protezione della Madonna, «Porta del Cielo» e «Stella del mattino». In alcune contrade ci si organizzava insieme: ognuno portava il suo sgabello.

L'ordinanza del 1624

La festa non è nata per decreto — all'inizio tale festa dei “fuochi” per la “venuta” nacque spontaneamente — ma a un certo punto è diventata materia di delibera comunale, e il testo si è conservato.

Prima c'era stata la spinta dei frati: dal 1617, grazie all'iniziativa del frate cappuccino anconitano fra' Tommaso, l'usanza si diffuse capillarmente in tutte le Marche, con la predicazione e l'opera dei cappuccini padre Bonifazio di Ascoli e fra Tommaso di Ancona.

Poi, sette anni dopo, arrivò l'atto ufficiale: nel 1624 il comune di Recanati (cui Loreto allora apparteneva) dispose che la sera del 9 dicembre «con lo sparo dei mortari e col suono di tutte le campane, si faranno fuochi sopra la terra del comune e si metteranno i lumi a tutte le finestre della città e si accenderanno fuochi da' contadini di tutte le campagne».

Quelle prescrizioni ci sono arrivate anche per un'altra via: al momento della definitiva ufficializzazione della festa, nel 1624, queste erano le prescrizioni, descritte dallo stesso Monaldo Leopardi, padre del celebre poeta.

Da lì la festa prese anche un peso civile: il comune ordinò che si accendessero fuochi, si sparassero i mortai e si suonassero le campane, dando al rito una risonanza anche civile.

Gli angeli che erano un cognome

Il racconto tradizionale è noto: la leggenda vuole che la Santa Casa di Maria sia stata portata via da Nazareth dagli angeli quando la Palestina cadde in mano ai Turchi, e che il viaggio abbia toccato prima Tersatto — Trsat, oggi quartiere della città di Fiume, in Croazia — poi il territorio di Recanati, dove posero la Santa Casa prima in un bosco che apparteneva a una gentildonna di nome Loreta — da cui viene il nome del paese — poi sul campo di due fratelli, e infine sulla sommità del Monte Prodo.

Le tappe sono cinque: almeno cinque «traslazioni miracolose» avvenute tra il 1291 e il 1296: a Tersatto, ad Ancona (località Posatora), nella selva della signora Loreta, poi sul campo di due fratelli sul colle lauretano (o Monte Prodo) e infine sulla pubblica strada, ove ancor oggi si trova, sotto la cupola dell'attuale Basilica.

Accanto a questo, però, c'è la spiegazione degli studiosi, ed è una di quelle che fanno tornare i conti: la storiografia moderna propone un'interpretazione più terrena: il trasferimento via mare delle “sante pietre” sarebbe avvenuto per iniziativa della nobile famiglia bizantina Angeli (Angelos), legata all'Epiro e ai regni angioini. Una parentesi asciutta lo dice così: i fuochi si accendevano per rischiarare il cammino degli angeli, «poi accertato trattasi di famiglia Angeli».

Le pietre coi graffiti

Ci sono anche prove documentarie e materiali: documenti medievali, come un atto del 1294, menzionano la donazione di pietre sacre in occasione di un matrimonio dinastico; e sul piano archeologico, diversi studi confermano la provenienza mediorientale dei materiali: le pietre mostrano graffiti giudeo-cristiani e tecniche di lavorazione tipiche della Palestina.

Quel che si vede oggi, dentro la basilica, sono i tre muri senza fondazioni, ancora custoditi come reliquia, circondati da una splendida cornice rinascimentale.

Prima degli angeli, i fauni

Sulle origini del fuoco in sé, una fonte marchigiana va più indietro del cristianesimo: questa tradizione ha origini pagane che si perdono nella notte dei tempi, e deriverebbe dai fauni, che secondo la mitologia romana erano divinità minori campestri, mortali ma dall'esistenza lunghissima, con un corpo umano e zampe di capra, protettori dei campi e delle greggi.

Lo scopo era lo stesso di oggi: l'accensione del fuoco, simbolo di forza, di vita e di gioia, aveva lo scopo di chiedere protezione; poi con l'arrivo del Cristianesimo tali manifestazioni cominciarono ad assumere i connotati di feste religiose, così dalla consacrazione agli dei campestri si passò a quella dei santi e della Madonna.

Un poeta e ricercatore dialettale maceratese li ha definiti in due parole: «li focaracci», fuochi di gioia.

In che anno, esattamente?

Su una cosa le date tramandate divergono, ed è l'anno del fatto che si celebra.

Si legge che la Santa Casa arrivò nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294; che i fatti risalgono al 1296, anche se il misterioso viaggio iniziò già nel 1291; che i fuochi ricordano quelli che nel 1291 servirono a illuminare la strada; e che l'arrivo sul Monte Prodo avvenne nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1296.

La spiegazione sta nelle cinque tappe: il viaggio, secondo la tradizione, sarebbe durato dal 1291 al 1296, e ogni fonte data la festa a un momento diverso di quel percorso. Su ciò che conta, invece, vanno tutte d'accordo: la notte è quella tra il 9 e il 10 dicembre, la festa si celebra da più di quattrocento anni, e il 10 dicembre, nel calendario cattolico, è la festa della Madonna di Loreto.

Il giorno dopo

Passata la notte dei fuochi, il centro si sposta nella basilica. Il 10 dicembre Loreto diventa il cuore spirituale della regione, e migliaia di fedeli raggiungono la Basilica della Santa Casa per partecipare alle celebrazioni dedicate alla Madonna di Loreto.

A Loreto la notte si vive in piazza: in Piazza della Madonna si accendono dei falò, le campane suonano a festa e si prega invocando la protezione della Madonna.

E la tradizione, dopo un periodo di calo, sta tornando: le festività natalizie marchigiane cominciano proprio qui, con la festa della venuta della Santa Casa di Loreto e la tradizione dei “fuochi”, oggi per fortuna in ripresa — con molti comuni che propongono itinerari tematici e accensioni sincronizzate dei falò, e con qualcuno che, in quella notte, continua a invitare i bambini ad alzare il naso all'insù, per scorgere tra le stelle gli angioletti con le pietre sacre.

Come arrivare alla festa

Raggiungere i Focaracci della Venuta a Loreto è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Loreto è a 2,9 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Villa Musone: da lì bastano 3 minuti di guida (3,2 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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