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Gioco del Ponte a Pisa 2027 - Corteo storico con 709 figuranti in costumi d'epoca
Fonte: giocodelpontedipisa.it, letta il 20/09/2026.
Il Gioco del Ponte si disputa a Pisa, in Toscana, l'ultimo sabato di giugno, e chiude il Giugno Pisano. Sul Ponte di Mezzo le due rive dell'Arno — la Parte di Tramontana e la Parte di Mezzogiorno, sei Magistrature ciascuna — si sfidano spingendo lungo circa 50 metri di rotaie in acciaio un carrello di ferro che pesa circa 7 tonnellate; la bandierina che cade a un capo della rotaia segna l'istante esatto della vittoria. Prima della battaglia sfila per i Lungarni il corteo storico, 709 figuranti in costumi realizzati nel 1935.
Sette tonnellate su cinquanta metri di rotaia
Il Ponte di Mezzo divide Pisa in due, fra Lungarno Pacinotti e Lungarno Galilei, e l'ultimo sabato di giugno diventa un campo di battaglia. Al centro del ponte vengono montati circa 50 metri di rotaie in acciaio, e su quelle corre un carrello: una struttura di ferro che pesa circa 7 tonnellate. Fino alla battaglia del 2008 compresa il Gioco si teneva l'ultima domenica di giugno; oggi chiude il Giugno Pisano, dopo la Luminara e il Palio di San Ranieri.
Il modo di spingere è codificato. Non si usano le braccia: si usa la forza delle gambe, delle spalle e della schiena, con i combattenti disposti su più file che trasmettono la spinta a chi sta in prima linea, a contatto con la macchina. La posizione — «frutto di anni di esperienza e raggiunta per approssimazioni successive» — si ottiene poggiando il collo e le spalle sui bracci del carrello e spingendo all'indietro. Le uniche dotazioni ammesse sono tre: un cuscino fra le spalle e il tubo del carrello; una cintura di cuoio pesante, simile a quelle da sollevamento pesi, con un bastone attaccato per poggiarvi le mani; e scarpe modificate, con una sorta di tacco sulla punta che mantiene l'angolo retto fra caviglia e gamba, altrimenti impossibile in quella posizione.
Poi si comincia. La squadra chiamata si dirige sul ponte, le viene aperto il canapo, i combattenti vengono punzonati per essere riconosciuti; schierati ai due lati del carrello bloccato al centro, ricevono dal Capitano l'ordine di esercitare la massima spinta possibile. Quando i capitani ritengono che la pressione sia adeguata danno il consenso al giudice, che spara un colpo a salve e sgancia il carrello. A ciascun termine della rotaia c'è un'asta con uno stendardo: la bandierina che cade segna l'istante esatto della vittoria.
Un duello può durare pochi secondi o superare i venti minuti di spinta continua. I combattimenti sono sei; chi ne vince quattro o più conquista il Palio della Vittoria, e in caso di parità sul 3 a 3 si corre uno spareggio fra due selezioni di Parte, le cosiddette «nazionali». Dal 2015 il Palio è un'opera dipinta ogni anno da un artista diverso; al termine di ogni singolo combattimento, invece, i Giudici consegnano il Paliotto al Capitano della squadra vincente.
Dodici Magistrature, due rive
Le due fazioni sono le due metà della città. La Parte di Tramontana è la riva nord e raccoglie Santa Maria, San Francesco, San Michele, Mattaccini, Satiri e Calci: storicamente associata alle famiglie nobiliari e ai grandi mercanti. La Parte di Mezzogiorno è la riva sud — detta anche Austro — e comprende Sant'Antonio, San Martino, San Marco, Leoni, Dragoni e Delfini: radicata nella tradizione degli artigiani, dei pescatori e dei lavoratori.
Ogni Magistratura schiera venti combattenti guidati da un Capitano e da un Caposchiera, che è «l'allenatore in campo, quello che durante il combattimento trasmette le sensazioni al capitano». Nella Marcia, ogni Magistratura è rappresentata dalla Comparsa: due tamburini, un alfiere sbandieratore, un paggio porta insegna, il Magistrato, il Capitano e i venti combattenti.
L'Anziano Rettore, massima autorità del Gioco, è il Sindaco di Pisa; sotto di lui il Consiglio degli Anziani e il Comandante Generale; ogni Parte ha un Generale, che presiede l'organizzazione civile, e un Luogotenente Generale, massima autorità militare, che elabora le strategie della battaglia; entrambi assistiti da un Consigliere e da un Cancelliere. Il lavoro dura tutto l'anno, e per i pisani l'appartenenza a una Magistratura è un orgoglio tramandato di generazione in generazione. Al Gioco si partecipa fino ai settant'anni: è il limite d'età fissato dal regolamento per chi viene reclutato.
I settecentonove del corteo
Prima della battaglia c'è il corteo, e i figuranti sono 709 secondo il Comune di Pisa e il sito ufficiale della manifestazione: sfilano due cortei distinti di 314 figuranti ciascuno, più il corteo dei Giudici, che ne conta 81.
Il percorso è fisso. Il corteo si snoda sui quattro Lungarni contigui al Ponte di Mezzo, in senso antiorario, fra il ponte Solferino e il Ponte della Fortezza, ed è aperto dai valletti comunali con il Gonfalone del Comune di Pisa; il Corteo dei Giudici si mette in testa a quello di Mezzogiorno. Parte nel tardo pomeriggio e dura oltre un'ora, così che la gara cominci dopo il tramonto. Sfilano dame, cavalieri in armatura, musici con trombe e tamburi, araldi, artigiani, nobili e soldati.
I costumi sono del 1935: furono realizzati per quell'edizione su bozzetti del critico d'arte Fortunato Bellonzi, ispirati a stampe d'epoca medicea, e sono stati in gran parte rinnovati negli ultimi anni grazie a investimenti dell'amministrazione comunale; seguono «la moda spagnola di fine Cinquecento e inizio Seicento». Di quelli antichi, invece, resta poco a Pisa: alcuni elmi, targoni e armature d'epoca sono oggi conservati ed esposti al Metropolitan Museum of Art di New York e all'Art Institute di Chicago, mentre il Museo di Palazzo Reale, in città, custodisce la più grossa raccolta di armature originali d'epoca.
Il Gallo e la Gazza in Piazza degli Anziani
Il Gioco nasce da un altro gioco. Al tempo della Repubblica di Pisa si praticava il Mazzascudo, una battaglia simulata che serviva ad addestrare gli uomini alla guerra e che si teneva nell'antica Piazza degli Anziani, oggi Piazza dei Cavalieri. Si svolgeva d'inverno, dal giorno di Sant'Antonio Abate, il 17 gennaio, fino alla Quaresima.
Le regole precise non sono pervenute, tramandate per lo più oralmente. I singoli combattenti, equipaggiati con corazze, mazze e scudi di legno o vimini, si misuravano l'uno con l'altro per tutta la giornata; nel finale gli scontri individuali lasciavano posto a una battaglia generale fra due schiere, quella del Gallo, con gli elmi dorati, e quella della Gazza, con gli elmi color cinabro, così da distinguersi nella mischia. Lo scopo era conquistare un grande spazio delimitato da catene. Di quel gioco parla un poemetto anonimo del XV secolo, «Il Giocho del Massa-Schudo».
Sulle origini più remote sono state avanzate diverse ipotesi, dichiarate tali: i greci, probabili fondatori della città; la storia romana, con le feste volute da Nerone e da Adriano; un episodio del 1005, quando Pisa fu assalita dai saraceni guidati dal re Musetto e salvata dall'allarme dato da una giovane donna di nome Chinsica. L'interpretazione più seguita è però quella medievale: il Gioco sarebbe stato istituito nel XII secolo per finalità politiche dai governanti della Repubblica pisana, per tenere allenati i giovani alle arti militari.
I forti, la Buca e i Celatini
Con l'istituzione del Granducato, i Medici inventarono una disputa nuova e la collocarono sul Ponte di Mezzo. Alle mazze e agli scudi fu sostituito il Targone, una tavola di legno coi colori delle squadre cittadine, larga a un'estremità e stretta all'altra, e la città fu divisa in due fazioni separate dall'Arno. È nel Cinquecento che il Gioco prende la veste ancora oggi rievocata, con le sue nuove caratteristiche strategiche e organizzative: una finta battaglia armata da disputarsi sul Ponte di Mezzo. La prima edizione conosciuta e certa porta la data del 22 febbraio 1568, l'anno in cui «si giocò al Ponte e a forza di sassate la vittoria fu de' cavalieri di Mezzo Giorno», e in cui il Gioco servì a celebrare il battesimo di Eleonora dei Medici.
Come si combattesse lo racconta il trattato che sta alla base di tutta la storiografia del Gioco, l'«Oplomachia Pisana» di Camillo Ranieri Borghi, del 1713. Ogni Parte disponeva due «Forti», o «Affronti», di 60 soldati ciascuno, piazzati in mezzo al ponte a fare da torri per impedire l'accesso al proprio campo; fra i due restava uno stretto corridoio, la «Buca», dove venivano inviati altri gruppi affiancati dai «Celatini», combattenti leggeri incaricati di sgretolare i forti avversari, catturare i nemici e trascinarli nel proprio campo. Da lì nacquero gli stratagemmi: far indietreggiare un proprio forte per invitare avanti il nemico e prenderlo di fianco, oppure impostarne uno falso scambiando le sopravvesti dei soldati. La durata, che in origine era di due ore, fu poi fissata in 45 minuti, al termine dei quali si cercava di «far Bastione» con tutte le truppe disponibili. Col tempo i due forti si trasformarono in un'unica falange, protetta da altre truppe che facevano da «fodera», con l'ingresso di rinforzi ridotto a sei uomini ogni due minuti.
Le squadre erano di 50 o 60 soldati, distinte per colori e insegne, e prendevano il nome dall'armatore o dal costume di fantasia; sopra le imbottiture e le armature si portava una camiciola di tela larga, con mezze maniche, lunga fino alle ginocchia e aperta sul davanti. Il numero delle squadre si fissò poi a dodici, sei per fazione. A giocare era la città intera: navicellai, legnaioli, funaioli, scalpellini, fornai, calzolai, materassai, e squadre che portavano il nome del mestiere — i Cuoiai nel 1618 e nel 1623, i Pescatori nel 1618, l'Arsenale nel 1623, i Contadini di San Michele nel 1624. Nel 1661 si presentarono al combattimento circa 600 combattenti per parte. E dal 1672, accanto alla battaglia ufficiale, si praticava la «battagliaccia», volgarmente detta «a chi monta monta»: una battaglia ordinaria nel giorno di Sant'Antonio, che poteva essere promossa da chiunque ottenesse di battere il tamburo, ordinata a spese della «novella gioventù» e istruita dai soldati veterani, fra i quali venivano poi scelti i più valorosi per la battaglia generale.
Nei componimenti poetici i Leoni diventano «tante pecoracce» e i Dragoni «sputano fiele»; e una testimonianza d'epoca racconta che nei giorni fra la disfida e la battaglia «i piccoli fanciulli con pugni, con calci, con morsi, con sassi si percuotono per il Viva del loro partito». «Pochissimi sono quei pisani che non abbiano giocato o che non giochino», scriveva lo stesso autore. Nel 1732 si istituzionalizzarono perfino le «contribuzioni» di albergatori, osti, bottegai e postieri, regolate in proporzione all'utile ricavato, che si aggiungevano alle collette e agli appalti per la costruzione e l'affitto dei palchi per gli spettatori.
«Per gioco è troppo, per guerra è poco»
Il 24 aprile 1589 Cristina di Lorena entrò a Pisa, e per lei «una Battaglia del Ponte fu ordinata e messa ad effetto con tanta pompa, e splendore, quanta non si vedde giammai in questa città»: i signori pisani rifiutarono il denaro che il Granduca offriva e si risolsero a fare ciascuno la propria squadra a proprie spese. Capitava che a comandare le Parti fossero i Medici in persona — Don Cosimo e Don Antonio nel 1604, ancora Don Cosimo nel 1605, Francesco nel 1606, Don Lorenzo nel 1618 — e che Cristina di Lorena e Maria Maddalena d'Austria armassero squadre «dalla parte del Palazzo».
Nel 1778 passò da Pisa Vittorio Alfieri, e ne rimase stupito al punto da scrivere: «Io dell'Arno in riva / sovra olimpico ponte in finto Marte / Vedea prodigi di valore e d'arte / per cui Pisa in Italia è sola viva».
L'ultima battaglia disputata col vecchio sistema è quella del 6 febbraio 1807: la regina reggente d'Etruria, Maria Luisa, dopo aver assistito alla cruenza della manifestazione, sospese il Gioco pronunciando la frase rimasta celebre, «Per gioco è troppo, per guerra è poco».
Il Gioco tornò a essere disputato il 29 giugno 1935, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, ed è a quell'edizione che risalgono i costumi che si vedono ancora oggi. Dopo la pausa della Seconda guerra mondiale fu ripreso il 13 luglio 1947 all'Arena Garibaldi, perché tutti i ponti della città erano saltati; tornò sul Ponte di Mezzo l'8 giugno 1950, si interruppe di nuovo dopo l'edizione del 1963 e fu ripreso nella versione attuale il 27 giugno 1982. In mezzo, la trasformazione decisiva: per evitare lo scontro diretto, nel 1951 fu ideato il carrello scorrevole su rotaia, e da allora la sfida è una gara di forza collettiva; un tempo, invece, perdeva chi finiva in acqua.
La raccolta comunale conta circa 800 documenti dal XVI al XX secolo, divisi fra la fase antica, dal 1589 al 1807, e la ripresa moderna a partire dal 1935.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Pisa per il Gioco del Ponte chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Pisa Centrale, a 3,1 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Pisa Ovest - Livorno, e il tragitto è di 2,6 chilometri per 4 minuti di guida.
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