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Palio di Asti 2026 - Il gallo vivo e l'inchioda per lo sconfitto
Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.
Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 19/09/2026.
Il Palio di Asti si corre la terza domenica di settembre in piazza Alfieri, nel centro della città piemontese, ed è una corsa di cavalli montati a pelo, cioè senza sella. Si sfidano ventuno fra rioni, borghi cittadini e comuni della provincia, in tre batterie da sette partecipanti e in una finale a nove, su tre giri di pista per circa 1.350 metri. La prima attestazione della corsa risale al 1275, quando gli astigiani la corsero per scherno sotto le mura della nemica città di Alba.
Nel 1275, per scherno sotto le mura di Alba
Il cronista locale Guglielmo Ventura riporta che nel 1275 gli astigiani, «sicut fieri solet Ast, in festo Beati Secundi» — come risulta essere solito ad Asti, durante la festa del Beato Secondo — corsero il Palio per scherno sotto le mura della nemica città di Alba, devastando le vigne e gli alberi circostanti.
Il cronista definisce la corsa una consuetudine. Se già nel 1275 era abitudine consolidata, l'origine va collocata diversi anni prima, almeno agli inizi del XIII secolo, con regole codificate nello stesso periodo in cui il libero comune di Asti raggiungeva il suo massimo splendore in Italia e in Europa.
Il documento più antico che lo racconta, tratto dal memoriale di Ventura, è oggi esposto in una sala di palazzo Mazzola dedicata alle carte del Palio.
La parola stessa viene da lontano: palio deriva dal latino pallium, il telo di stoffa rettangolare indossato come soprabito sopra la tunica romana, e in origine indicava solamente la pezza di stoffa preziosa posta al punto d'arrivo e assegnata al vincitore della tenzone. Solo in seguito il significato si allargò alla festa in generale.
Un gallo vivo al secondo
La graduatoria dei premi viene da lontano.
In epoca medievale la corsa prevedeva due soli premi: il palio, drappo di velluto o stoffa preziosa, per il primo arrivato, e un gallo vivo per il secondo, come documentano i libri dei conti della tesoreria ducale. Nel corso del XVI secolo i premi aumentarono, cristallizzandosi nella graduatoria attuale almeno dai primi anni del Seicento.
Oggi al vincitore va il Palio, al secondo la borsa con monete, al terzo gli speroni, al quarto il gallo vivo, al quinto la coccarda con i colori bianco-rosso della città. All'ultimo arrivato tocca l'«inchioda», un'acciuga, in segno di scherno e di disonore per lo sconfitto.
Anche la borsa, un tempo, era un'altra cosa: non monete, ma uno scampolo dello stesso velluto impiegato per il palio, arricchito da frange e galloni, di dimensioni variabili ma mai superiori ai 70 centimetri. Dal 1929 è una borsa con monete d'argento.
Quando Mussolini vietò la parola «palio»
C'è un capitolo molto più recente in cui la corsa fu contesa perfino sul piano del nome.
Dopo che la festa era stata richiamata in vita nel 1929 dall'allora podestà Vincenzo Buronzo, nel 1936, per intervento diretto di Benito Mussolini — che riconobbe alla sola Siena il privilegio di chiamare la propria manifestazione col nome di Palio — arrivò ad Asti l'ordine di modificare la denominazione in «certame cavalleresco», con parallela interdizione per Legnano di usare la parola palio per la corsa della Sagra del Carroccio. Le sette edizioni svoltesi durante il ventennio permisero comunque di rinnovare il ricordo della corsa, evitando che tradizione e significato andassero perduti.
Il 3 maggio 1936, durante la guerra d'Etiopia, i militari della 104ª Legione Camicie Nere — in prevalenza composta da astigiani — corsero un Palio speciale a dorso d'asino sulle rive del lago Ascianghi.
Due palii, uno per il santo
Nei documenti dell'Archivio storico comunale c'è un particolare che rivela la natura profonda della corsa: fra le spese sostenute sono sempre indicati due palii, uno offerto alla chiesa di San Secondo e uno da consegnare al vincitore.
Gli astigiani hanno sempre lottato con perseveranza per mantenere il privilegio di correre il Palio nel giorno della festa patronale, dedicata al martire astigiano san Secondo, e la corsa è citata in tutti i trattati, in tutte le alleanze e in tutti i capitoli delle convenzioni con i vari reggenti, padroni o dominatori. Gian Galeazzo Visconti, signore di Asti dal 1382, stabilì che si continuasse a correre «in festa Sancti Secundi iuxta consuetudinem, omni contradictione remota»: il giorno della festa di san Secondo, come da giusta consuetudine e rifiutata ogni obiezione.
I palii venivano confezionati da artigiani di cui conosciamo i nomi: la bottega dei fratelli Lupi nel 1462, il genovese Gregorio della Torre nel 1476 e 1477, Antonio Pugliese nel 1501, Bernardo Capello di Santa Vittoria d'Alba nel 1517. Nel 1439 Carlo d'Orleans, visitando la contea ereditata dalla madre Valentina Visconti, offrì un palio di velluto cremisino ornato di tre gigli d'oro in campo azzurro. E quando Emanuele Filiberto assunse la reggenza della città, nel 1545, confermò e codificò le antiche consuetudini impegnandosi, per sé e per i successori, a fornire i palii: uno della lunghezza di 15 rasi per la corsa, l'altro di 10 rasi per l'offerta al santo patrono, con un raso equivalente a 60 centimetri. Per un regolamento completo, in dodici articoli, si dovrà attendere il 1668, che stabilì anche chi potesse presentare cavalli: la città di Asti, tutte le sue chiese comprese quelle dei Regolari, le confraternite, i collegi, le università, le società e i singoli cittadini.
Nel XVIII secolo compare il sendallo, un labaro di tela rettangolare istoriata, generalmente azzurra, confezionato in un tessuto misto di seta e cotone detto di zendale o sangallo: era ornato dagli stemmi di Casa Savoia, del Comune, del Governatore e del Podestà, e nella sua parte terminale portava unito il palio vero e proprio, solitamente arrotolato e conservato in una cassettina di legno.
Dalla tonda alla lunga e ritorno
Il tracciato è cambiato più volte, e ogni volta per una ragione precisa.
Fino alla prima metà del XIV secolo si correva «alla tonda», su un percorso circolare demaniale corrispondente più o meno alle attuali piazze Alfieri e Libertà, chiamato già in epoca longobarda e carolingia curriculum. Poi Gian Galeazzo Visconti, per rafforzare militarmente la città, fece costruire una nuova cittadella fortificata proprio sopra il curriculum: la corsa dovette spostarsi su un percorso lineare, «alla lunga», di circa due chilometri e mezzo lungo l'arteria principale della città.
Quel tracciato partiva dalla pietra romana che dà il nome a viale Pilone, passava per Porta San Pietro, attraversava il ponte sul Rio Valmanera e proseguiva lungo la contrada Maestra, l'attuale corso Alfieri. Nel 1861 un nuovo regolamento riportò la corsa «in giro», sulla nuova piazza del Mercato — l'attuale Campo del Palio — cambiando radicalmente la tradizione; nel 1863 divenne una comune corsa di cavalli, perdendo il significato religioso. Nel 1929, per un anno, si tornò a correre alla lunga su corso Dante, un percorso in salita di circa 1.300 metri.
La rinascita definitiva è del 1967, per iniziativa del sindaco Giovanni Giraudi, in occasione del millesimo anniversario del Marchesato del Monferrato e dell'ottocentesimo della Lega Lombarda: la corsa si spostò a settembre, in concomitanza con la Douja d'Or, in piazza Campo del Palio, con tribune da 5.000 posti; la prima edizione del dopoguerra vide 100.000 spettatori, 600 figuranti e quattordici fra borghi, rioni e comuni. Dal 1988 si corre nella centrale piazza Alfieri, dove viene allestita la pista in terra battuta, come suggerito dall'architetto Antonio Guarene.
«Si corre il palio!»
Il giorno della corsa comincia con le benedizioni dei cavalli e dei fantini, che corrono per difendere i colori delle proprie parrocchie, con la formula «Va' e torna vincitore!»
Nel primo pomeriggio parte dalla piazza della cattedrale il corteo storico, aperto dal Capitano del Palio a cavallo e dai magistrati — al Capitano spetta la supervisione, con il potere di infliggere squalifiche — e chiuso dal Carroccio, sul quale è issato il palio raffigurante San Secondo a cavallo e le insegne del Comune. I figuranti sono oltre 1200, e ogni gruppo rievoca uno specifico momento della storia medievale della città; i costumi cinquecenteschi furono adottati nel 1930 in omaggio a Emanuele Filiberto. In passato i fantini, chiamati allora paggi, partivano ciascuno dal proprio albergo o dalla contrada, dalla confraternita, dal collegio o dall'associazione per cui correvano, accompagnati da altri uomini a cavallo con i medesimi colori e dalla folla dei sostenitori, al suono di trombe, tamburi e corni da caccia; il punto d'incontro era il Pilone, un tempo deputato alla partenza della corsa alla lunga.
Poi il capitano si rivolge al sindaco per chiedere licenza di correre: «Signor Sindaco, il palio è schierato in campo con uomini, cavalli e insegne. Attende i Vostri ordini.» Il sindaco dà licenza sotto la protezione di san Secondo, e il capitano percorre tutta la pista annunciando: «Si corre il palio! Si corre il palio! Si corre il palio!»
La corsa è suddivisa in tre batterie da sette partecipanti; i primi tre di ogni batteria accedono alla finale, che si corre quindi con nove cavalli. Si parte dietro il canapo, quando il mossiere ritiene i cavalli correttamente allineati, e si percorrono tre giri di pista per circa 1.350 metri. Si corre a pelo, senza sella, e il Palio è vinto dal cavallo che arriva primo al bandierino anche se scosso, cioè senza fantino. I partecipanti ammessi sono 21, fra rioni, borghi cittadini e comuni della provincia.
I drappieri che stimano i sendalli
L'anno paliesco non si apre a settembre, ma la prima settimana di maggio, con i festeggiamenti patronali di san Secondo.
I due stendardi commissionati ogni anno dal Comune a un pittore diverso — la committenza è affidata a un maestro della pittura contemporanea di fama internazionale — vengono sottoposti a un esame antico: il sabato precedente il primo martedì di maggio sono «stimati» da tre notabili rappresentanti dell'antica corporazione dei drappieri, che ne saggiano la buona manifattura e la correttezza delle misure. Poi i due labari vengono presentati alla popolazione, esposti sul balcone del municipio.
Nella stessa giornata avviene il giuramento dei rettori, i rappresentanti dei 21 fra rioni, borghi e comuni partecipanti, che davanti al sindaco, al capitano del Palio e ai magistrati fanno solenne promessa di lealtà verso i riti della festa. Il primo martedì di maggio, festa di san Secondo, una solenne sfilata accompagna l'offerta dei due stendardi alla Collegiata, presso la cappella del santo.
Sotto il sendallo, la tela dipinta ogni anno da un Maestro del Palio raffigura per tradizione lo stemma della città, San Secondo a cavallo e il motto «Aste Nitet Mundo Sancto Custode Secundo».
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere del Palio, ad Asti, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Asti è a un chilometro dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Asti Ovest: da lì bastano 4 minuti di guida (2,9 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Nello stesso periodo, poco lontano
Se ti fermi qualche giorno, ci sono anche queste.
- San Secondo di Asti — maggio
- Sagra della Salsiccia a Castelnuovo Don Bosco — luglio
- Assedio di Canelli — giugno