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Folklore e Rievocazioni

Palio del Principato di Squillace 2027 - Il corteo aragonese e la giostra sotto il castello normanno

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
seconda settimana di agosto
Dove piazza Duomo, Squillace

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: regioni-italiane.com, letta il 19/09/2026.

La polvere prima dei cavalli

<!-- lead --> La ruota di legno di un carretto stride sul basolato di Piazza Duomo e per un istante copre le voci. È il primo pomeriggio d'agosto, il sole batte ancora sulle facciate di pietra e sei squadre si affrontano: spingono i carretti, tirano la fune, corrono chiuse in un sacco di juta o in bilico su due trampoli. Non sono passatempi da sagra qualsiasi. Sono la prima delle due giornate del Palio del Principato, e ciascuna squadra porta il nome di un paese.

Siamo a Squillace, in Calabria, poco più di tremila abitanti su un costone a 344 metri sul mare, dove la provincia di Catanzaro si apre sul golfo che porta lo stesso nome del borgo. In alto il castello normanno; sotto, i vicoli in discesa e le botteghe dei ceramisti, l'altra vocazione antica del paese. Ma in questi due giorni non si celebra la creta. Si celebra un titolo perduto.

Le sei squadre non sono contrade cittadine. Sono, ognuna, una comunità a sé: Amaroni, Cardinale, Montauro, Stalettì, Vallefiorita e la stessa Squillace, chiamate con il loro nome antico, le Universitates. Così, in Calabria come in tutto il Mezzogiorno, si diceva un tempo del comune, della comunità di uomini tenuta insieme da obblighi e diritti. Sei paesi che per un fine settimana tornano a riconoscere un centro.

Gli statuti nelle mani del governatore

Prima che i giochi comincino, il corteo attraversa il borgo e in Piazza Duomo si compie un gesto che nessuna guida racconta. Un uomo vestito da principe consegna a un altro, il governatore, un fascio di carte: gli statuti. Nella finzione della rievocazione è Federico d'Aragona, primo principe di Squillace e più tardi re di Napoli, che affida il governo del feudo al governatore Elisio Calenzio.

Uno statuto, nel Quattrocento, non era cerimonia. Era la spina dorsale della vita quotidiana: fissava quanto una comunità doveva al signore, chi poteva macinare il grano e a quale mulino, dove finiva un confine e dove cominciava un pascolo. Consegnare gli statuti significava dire a sei paesi di montagna e di costa quali erano le regole della loro sopravvivenza. La gara che segue, allora, non è un ornamento: rimette in scena la vecchia dipendenza di quelle comunità da Squillace, capoluogo di un principato che le teneva legate.

Le fonti locali datano l'istituzione del principato al tardo Quattrocento, quando Squillace fu elevata a feudo di rango e assegnata alla casa d'Aragona. È la stagione che la rievocazione sceglie di far rivivere: non l'età dei Normanni che pure fondarono il borgo, non quella di Cassiodoro, ma il momento in cui un principe di sangue reale mise il proprio nome su questo lembo di Ionio.

La giostra sotto il dongione

Il giorno dopo il corteo sale al castello. Il corteo del principe — dame, armigeri, arcieri, cortigiani, musici — risale i vicoli fino allo sperone dove i Normanni, nella seconda metà dell'XI secolo, piantarono la loro torre. La fortezza nacque come dongione, la torre-mastio delle guarnigioni normanne, e crebbe nei secoli. Sotto gli Svevi, con ogni probabilità per volontà di Federico II, le si aggiunse una torre poligonale sul lato orientale; un documento antico la immagina tenuta da un castellano e da appena dieci servientes, dieci uomini d'arme per un caposaldo che controllava la costa ionica. Passò poi per mani angioine e aragonesi e, nel 1494, ai Borgia, che sul portale lasciarono in marmo il loro stemma. È qui, ai piedi di queste pietre, che si corre la giostra.

La giostra cavalleresca è il cuore della seconda giornata. I cavalieri delle sei Universitates si lanciano al galoppo, e a chi vince va il palio, il drappo che dà il nome all'intera manifestazione. Non è più la corsa nei sacchi del giorno prima: qui contano l'addestramento, il cavallo, la mira. La frizione tra le due giornate è tutta lì. I giochi dei popolani nella piazza, la lancia dei cavalieri sotto il castello: la stessa distanza che nel Quattrocento separava chi lavorava la terra da chi la possedeva.

Ciò che c'era prima del principe

Chi arriva a Squillace credendo di trovare soltanto un borgo di ceramisti scopre presto che il paese ha diverse età sovrapposte, e la rievocazione ne tocca una sola. Molto prima del principe, nel VI secolo, qui si ritirò Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, l'uomo che aveva servito i re goti a Ravenna. Fondò il Vivarium, un monastero con uno scriptorium in cui i monaci copiavano testi greci e latini, sacri e profani: uno dei fili che tennero legata l'Europa ai suoi libri nei secoli del disordine.

Poi vennero i Normanni. Ruggero d'Altavilla ricevette Squillace intorno al 1059, quando la sua casata — la stessa di Roberto il Guiscardo, che negli anni precedenti aveva risalito le valli calabresi — stava strappando la regione ai Bizantini. Il borgo attuale, in quota, nacque proprio allora: fu una fondazione normanna, arroccata per difendersi dalle scorrerie che avevano spopolato la Scolacium romana in riva al mare. A quella stagione appartiene anche il legame con Bruno di Colonia, il monaco a cui il conte Ruggero donò le terre boscose dell'interno dove sarebbe sorta la certosa: nel castello di Squillace, raccontano le cronache locali, i due si incontrarono sul finire dell'XI secolo.

Su tutto questo, nei secoli, è passato il disastro. Il terremoto del 1783, che sconvolse mezza Calabria, non risparmiò il borgo e le sue pietre, e molte delle fortificazioni che vediamo oggi portano il segno di quel crollo e delle ricostruzioni successive.

La ceramica, l'arte che oggi identifica il paese e che il Consiglio nazionale ceramico riconosce come tradizione consolidata, affonda in questa stratificazione: si racconta di maestranze che qui lavorarono l'argilla già in età bizantina e normanna. Il Palio, però, non guarda a tutto questo. Ha scelto un secolo e vi resta.

Quando il fuoco cammina per i vicoli

Al calare della sera la manifestazione cambia pelle. Per i vicoli si muove lo spettacolo del fuoco, i Cinque Fuochi: mangiafuoco, trampolieri, acrobati, funamboli e giullari che portano la fiamma tra le case, di piazza in piazza. La pietra riflette il rosso, i bambini seguono i saltimbanchi, e per un tratto il borgo torna a essere il palcoscenico itinerante che era stato per le feste di corte.

Dietro le due giornate c'è la Pro Loco del paese, che tiene in piedi la rievocazione con l'aiuto delle associazioni e il patrocinio del comune: costumi da cucire, cavalli da trovare, statuti di cartapecora da vergare, i sei paesi da convocare ogni volta.

Quando l'ultimo trampoliere si allontana e i banchi dell'antiquariato si smontano, resta la piazza vuota e il castello che si spegne sopra i tetti. Sei paesi hanno ricordato, per due giorni, di essere stati un tempo una cosa sola. Domani ognuno tornerà per la propria strada, giù verso il mare o su per la montagna, come i confini di un principato che non c'è più.

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