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Folklore e Rievocazioni

Palio della Stella a Oristano e la stella forata a sei o otto punte 2027

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dall'8 al 9 settembre 2026
Dove sulla strada principale della città, Oristano

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: visitlazio.com, letta il 19/09/2026.

Il Palio della Stella, la Sartiglia, si corre a Oristano, in Sardegna, l'ultima domenica e il martedì di Carnevale. I cavalieri lanciati al galoppo lungo via Duomo devono cogliere con la spada una stella forata sospesa a un nastro verde a circa tre metri da terra, e a guidarli è su Componidori, il capo corsa mascherato che, dalla vestizione alla fine della giornata, non può più toccare terra. La giostra equestre è documentata sin dal 1547 ed è organizzata dai gremi, le antiche corporazioni di arti e mestieri della città.

Non può più toccare terra

La Sartiglia comincia con la vestizione del capo corsa, ed è uno dei riti più impenetrabili della tradizione sarda.

Il cavaliere prescelto arriva vestito con una maglietta bianca, calzoni aderenti e stivali di pelle, accompagnato da tamburini e trombettieri. Sale su un tavolo, sa mesitta, che porta il vessillo del Gremio e che è un vero e proprio altare, con grano e fiori. Da quel momento su Componidori non può più toccare terra — non podit ponnî pei in terra — fino alla fine della giornata: qualunque contatto diretto con il suolo va evitato perché conservi la purezza necessaria a gareggiare, pena la perdita dei suoi poteri.

A vestirlo sono is massaieddas, giovani ragazze in abito tradizionale, guidate da sa massaia manna; al capo corsa non è consentito nemmeno toccare gli abiti, che gli vengono letteralmente cuciti addosso. È una funzione lunga, seguita in silenzio da un numero ristretto di persone, scandita da squilli di tromba e rulli di tamburo. Poi il cavallo viene fatto entrare nella sala, disposta a religioso silenzio per non innervosirlo, e il cavaliere passa dal tavolo alla sella senza mai scendere.

Né uomo né donna

Il culmine della vestizione è il momento in cui le massaieddas sistemano la maschera sul volto.

La maschera è androgina e inespressiva: uomo e donna al tempo stesso, né femmina né maschio. L'espressione profonda di questa maschera rende su Componidori inavvicinabile, inarrivabile: da quel momento e fino alla fine della corsa il cavaliere diventa un semidio sceso fra i mortali per dare loro buona fortuna e mandare via gli spiriti maligni, il sacerdote della fecondità.

La purezza richiesta non è solo simbolica: alla vigilia il prescelto si accosta alla confessione e alla comunione. Un tempo il diritto di essere scelto come Componidori era appannaggio dei soli nobili oristanesi; la prima donna Componidori è stata nominata nel 1973.

Le due maschere si distinguono: color terra e impenetrabile per il Gremio dei Contadini, pallida come cera per quello dei Falegnami. Così i fiocchi che raccolgono gli sbuffi della camicia — rossi la domenica, rosa e celesti il martedì — e la chiusura del cojettu, la giacca smanicata: lacci di pelle per il Componidori dei contadini, borchie d'argento a forma di cuore per quello dei falegnami. Completano il velo bianco, il cilindro nero e una camelia appuntata sul petto.

Una stella d'acciaio a tre metri

Il bersaglio è appeso in mezzo alla strada, accanto alla cattedrale.

È una stella forata, a sei o otto punte, sospesa al centro della via con un nastro verde teso da un lato all'altro, a circa tre metri da terra, e l'obiettivo dei cavalieri è coglierla con la spada durante la corsa al galoppo. La corsa alla stella si svolge su un tracciato ricoperto di terra e paglia.

Il via lo dà un triplice incrocio di spade fra su Componidori e su Segundu al di sotto della stella, con evidente valore propiziatorio. Poi il capo corsa è il primo a tentare la sorte, seguito dai suoi due aiutanti di campo — su Segundu e su Tertzu, che con lui formano la pariglia — e infine dagli altri cavalieri. Ma non da tutti: il capo corsa concede via via la spada ad altri cavalieri, in segno di fiducia o di sfida verso la loro abilità, e quanti e quali di loro avranno l'onore di calcare la pista è sua esclusiva decisione.

Quando è soddisfatto del numero di stelle colte per il proprio gremio e per la città, torna sul percorso, restituisce le spade e riceve su stoccu, una corta lancia di legno riservata a lui e ai suoi luogotenenti, con cui tentare ancora. Poi, con sa pippia de maju in mano, lancia il cavallo al galoppo e, completamente sdraiato sulla groppa, benedice la folla con ampi gesti: è sa remada, con cui dichiara conclusa la corsa alla stella.

Argento, oro e un solo platino

I premi seguono una scala precisa, e l'ultimo gradino è quasi irraggiungibile.

Chi coglie il bersaglio con la spada riceve una stella d'argento. A su Componidori e ai suoi cumponis spetta il diritto di tentare di nuovo con lo stocco: chi fa ancora centro riceve una stella d'oro, e lo stesso premio va ai cavalieri che infilzano due stelle nelle due giornate della Sartiglia. Chi ne prende tre ha diritto alla stella di platino: finora c'è riuscito solo Angelo Bresciani, nel 1988, dopo anni di tentativi.

Ma il conto delle stelle non serve solo alla classifica. Alla fine della gara, dal numero di quelle infilzate vengono tratti gli auspici per l'imminente stagione agricola e per la futura crescita economica della città: secondo le credenze popolari, più stelle si colgono e più l'annata sarà fortunata e ricca. La giostra, in fondo, riecheggia riti di rigenerazione agraria.

Dentro le mura i nobili, fuori il popolo

La seconda parte della giornata si corre altrove, e il motivo è sociale.

La corsa alla stella si svolge all'interno delle mura giudicali, perché inizialmente potevano prendervi parte solo i nobili. Le corse a pariglia, invece, furono introdotte in seguito, quando alla giostra iniziò a partecipare anche la parte non nobile della popolazione, anticamente esclusa dalla corsa alla stella: non a caso si corrono su un percorso situato all'esterno delle mura, un tempo acquitrinoso e quindi più popolare.

Uscendo lanciati al galoppo da su brocciu, il breve portico che sbocca in via Mazzini, i cavalieri riuniti a file di tre si esibiscono in spericolate acrobazie sulla groppa dei cavalli, fino a quando le condizioni di luce lo consentono. Qui la competizione da individuale diventa gioco di squadra: solo chi durante l'anno ha sviluppato un particolare affiatamento con i compagni e con gli animali riesce in numeri come la piramide. Una giuria valuta le esibizioni e decide quali pariglie potranno esibirsi l'anno successivo, ed è qui che i più sfortunati nella corsa alla stella hanno l'occasione di riscattarsi.

Le pariglie dei Componidoris fanno eccezione, perché non possono rischiare di cadere compromettendo la propria sacralità: al capo corsa è concesso al massimo di appoggiare le mani sulle spalle dei suoi aiutanti, uno per fianco.

Sortilla per Carlo V

Il nome viene dallo spagnolo Sortija, a sua volta dal latino sorticula, cioè anello, e trattiene in sé sors, fortuna. La giostra nasce dai giochi militari usati per l'addestramento delle milizie in Europa a partire dall'XI secolo; fra XV e XVI secolo le corse equestri persero la valenza militare e si trasformarono in spettacoli pubblici.

La più antica testimonianza della corsa oristanese si conserva in un registro di consiglieria del 1547-48, rinvenuto nell'Archivio Storico del Comune di Oristano dall'archivista paleografa Ilaria Urgu, che per questa scoperta ha ricevuto il Premio Mantenedor 2016. Il documento registra il pagamento di una lira e quattro soldi a Nicolao Pinna per la fornitura di un drappo di tessuto nero utilizzato in occasione di una Sortilla: la corsa venne organizzata in onore dell'imperatore Carlo V, presumibilmente nel 1546.

All'inizio, dunque, la Sartiglia era organizzata dall'autorità cittadina per festeggiare nascite, matrimoni, visite e imprese belliche dei sovrani. Poi cambiò tre volte: l'organizzazione passò ai gremi, l'anello fu sostituito dalla stella — la prima corsa a la estrella documentata è del 1722, l'anno delle nozze di Carlo Emanuele III di Savoia con Anna Cristina del Palatinato-Sulzbach — e infine si aggiunsero le pariglie e il torneo si spostò definitivamente a Carnevale.

I gremi sono le antiche corporazioni di arti e mestieri nate sotto la dominazione aragonese, ognuna con un proprio statuto di derivazione barcellonese: la parola stessa significa «in grembo», cioè sotto la protezione di un santo. A Oristano fino al XIX secolo ne erano attivi sette — Muratori, Scarpari, Ferrari, Falegnami, Figoli, Sarti e Contadini — e ciascuno correva a modo suo: la corsa alla stella era dei Contadini, quella con le lance dei Falegnami, quella con le alcançias, i caroselli di terracotta, dei Figoli. Oggi sopravvivono i contadini sotto San Giovanni Battista, i falegnami sotto San Giuseppe e i muratori sotto Santa Lucia; ai primi spettano le cerimonie della domenica, ai secondi quelle del martedì.

Il cero della Candelora

L'organizzazione impegna cavalieri e gremi per buona parte dell'anno, ma il primo atto ufficiale ha una data fissa: il 2 febbraio, festa della Candelora.

La mattina i rappresentanti dei due gremi vanno a messa nella propria chiesa — al santuario di San Giovanni dei Fiori i contadini, in Cattedrale i falegnami — e durante la cerimonia vengono benedetti i ceri. Il più grande, riccamente decorato con fiori e ornato di nastri, è riservato a su Componidori. Al termine il presidente del Gremio si reca a casa del prescelto e gli consegna il cero benedetto, adornato con fiocchi rossi per i contadini e rosa e celesti per i falegnami, comunicando così a tutta la città il nome di chi guiderà la manifestazione: fino a quel momento è segreto.

Il giorno della corsa un araldo a cavallo, scortato da alfieri con le insegne della città e accompagnato da tamburini e trombettieri, percorre le strade e legge il bando, invitando cavalieri e pubblico e comunicando che tutti i partecipanti saranno sottoposti al comando de su Mastru Componidori. Ogni fase ha il proprio brano: su passu de su Componidori per la vestizione, su passu de istrada per le sfilate, su passu de tres per la discesa del terzo, su passu de is bachetas quando il capo corsa va a ricevere sa pippia de maju — uno scettro fatto di un fascio di pervinca con due grossi mazzi di viole mammole alle estremità, simbolo di fertilità e dell'arrivo della primavera. Dal 1861, per Regio Decreto voluto da Vittorio Emanuele II, i trombettieri suonano anche le prime sei note dell'inno del Regno d'Italia.

Alla sera, finite le pariglie, arriva la svestizione: smessi i panni de su Componidori il cavaliere torna a essere un uomo qualunque, rimette piede a terra e può unirsi agli altri per festeggiare con zippulas e vernaccia.

Come arrivare alla festa

Raggiungere il Palio della Stella a Oristano è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Oristano si trova a 1,9 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Oristano – Aeroporto di Fenosu dista 3,9 chilometri, cioè 5 minuti di strada.

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