Le maschere italiane: due famiglie che non c'entrano niente fra loro
Sotto il nome «maschere italiane» stanno due cose diverse: da una parte i personaggi nati a teatro nel Cinquecento con la Commedia dell'Arte, dall'altra le maschere rituali dei carnevali contadini, molto più antiche. Le prime servono a far ridere, le seconde a scacciare l'inverno.
Hanno in comune il nome, e quasi nient'altro.
La prima famiglia: le maschere di teatro
Sono quelle che tutti conoscono, e sono nate e diffuse grazie alla Commedia dell'Arte, il genere teatrale attivo in Italia dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento.
Il meccanismo è teatrale: personaggi stilizzati, con maschera, costume e gesti codificati, che l'attore porta in scena improvvisando su un canovaccio. Ogni maschera ha una città e un dialetto:
- Arlecchino, da Bergamo: la più famosa. Nasce nel XVI secolo come servo cinico, ladro e affamato, e solo più tardi diventa il personaggio sciocco ma onesto che conosciamo.
- Pantalone, Venezia: il vecchio mercante avaro, ricco e nemico dei giovani, ma buon padre di famiglia.
- Pulcinella, Napoli: la maschera dei servi napoletani, con abito bianco stretto in vita, pantaloni larghi, cappello conico e maschera nera. La sua storia risale al XVII secolo.
- Balanzone, Bologna: il dottore in legge saccente e presuntuoso, formatosi nella Commedia dell'Arte.
- Beltrame, Milano: maschera cinquecentesca.
- Tartaglia, campana, anch'essa della Commedia dell'Arte.
Il caso a parte: Gianduja
Una delle maschere più note non viene dal teatro d'attore ma da quello dei burattini. Gianduja fu creato nel 1798 dal burattinaio Gian Battista Sales, e divenne rapidamente il protagonista del suo teatro; il nome deriverebbe dall'espressione dialettale Gioan d'la douja.
È l'esempio del terzo filone da cui vengono le maschere italiane: i burattini, accanto alla Commedia dell'Arte e alle tradizioni arcaiche.
La seconda famiglia: le maschere rituali
Queste non fanno ridere, e non nascono su un palco. Le maschere, il rumore, il colore e il clamore avevano in origine lo scopo di scacciare le forze delle tenebre e l'inverno, e di aprire la strada all'arrivo della primavera.
Le differenze con la famiglia teatrale sono quattro, e sono tutte sostanziali:
1. La funzione. Divertire un pubblico, contro propiziare una stagione. 2. L'autore. Compagnie di professionisti che fissano un personaggio, contro una comunità che ripete un rito senza inventore. 3. Il calendario. Uno spettacolo si replica ovunque e sempre; un rito ha una data e un luogo. 4. Il corpo. Il costume teatrale è un abito; la maschera rituale è spesso legno, pelli e campanacci.
Da dove vengono, in tutto
Le origini delle maschere italiane sono quattro: i burattini, la Commedia dell'Arte, le tradizioni arcaiche e i simboli carnevaleschi cittadini.
C'è poi un antenato che riguarda in particolare le maschere campane: l'Atellana, la commedia della Campania preromana poi diffusasi a Roma, a cui alcune fanno risalire la propria origine. Sulla stessa linea Arlecchino deriva dallo Zanni, il servo contadino già presente nel teatro comico dell'antica Roma.
Come si sono diffuse
Il punto di partenza è Venezia: i primi travestimenti sono ricordati già dal 1200, e dalla città lagunare le maschere si diffusero in tutta Italia e in Europa. Nel Settecento conobbero grande fama nei festini di Carnevale.
Le maschere della Commedia dell'Arte hanno viaggiato con le compagnie, che si spostavano fra locande, piazze e teatri; quelle rituali sono rimaste dove erano nate, ed è la ragione per cui oggi si trovano ancora in aree circoscritte.
Il terzo gruppo: le maschere di una città sola
Fra le due famiglie ce n'è una terza, più recente: le maschere carnevalesche legate a una singola città, che non vengono dal teatro professionale né da un rito agrario.
Due esempi campani: Don Annibale, maschera della Farsa Carnevalesca di Eboli, e Alesio, la maschera del Carnevale di Sarno. Sono figure locali, riconosciute solo dove sono nate — l'esatto contrario di Arlecchino, che si recita a Parigi come a Bergamo.
Domande frequenti
Quante famiglie di maschere italiane esistono?
Due principali: quelle teatrali della Commedia dell'Arte — Arlecchino, Pantalone, Pulcinella, Balanzone — e quelle rituali dei carnevali arcaici, nate per scacciare l'inverno. A queste si aggiungono le maschere dei burattini, come Gianduja, e quelle legate a una singola città.
Le maschere di Carnevale vengono tutte dal teatro?
No. Quelle della Commedia dell'Arte sì, e sono nate fra il Cinquecento e il Settecento; le maschere rituali sono molto più antiche e hanno una funzione propiziatoria, non comica.
Da dove viene Arlecchino?
Da Bergamo, e discende dallo Zanni, il servo contadino già presente nel teatro comico dell'antica Roma. All'inizio era un servo cinico, ladro e affamato.
Chi ha inventato Gianduja?
Il burattinaio Gian Battista Sales, nel 1798: nasce nel teatro dei burattini, non in quello d'attore, e il nome verrebbe dal dialettale Gioan d'la douja.
Nello stesso periodo, poco lontano
Poco lontano, altre tradizioni dello stesso territorio.
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