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Il Tempo di Berta a Montegrotto Terme 2026 - Il fuso strappato dalle mani di Berta e donato alla regina
Fonte: apsberta.it, letta il 21/09/2026.
Il Tempo di Berta si rievoca a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, ogni secondo fine settimana di settembre, per tre giorni. Sei contrade si sfidano nel Palio a Cavallo, dove i cavalieri devono afferrare il fuso dalle mani della popolana Berta e portarlo, con destrezza e orgoglio, in dono alla regina; attorno ci sono il borgo medievale nel parco Mostar, i giochi delle contrade, il Gran Corteo Storico con oltre 400 figuranti e il Banchetto de Montagnon. La leggenda che si rievoca è quella da cui viene il modo di dire «è finito il tempo in cui Berta filava».
Un proverbio dei Colli Euganei
La Leggenda di Berta che fila racconta di una contadinella vissuta nei primi anni dell'XI secolo ai piedi dei Colli Euganei, e la frase con cui finisce — «è finito il tempo in cui Berta filava» — è ancora oggi usata per alludere a un passato finito e che non tornerà più.
La cornice storica è datata. Nel 1084 Enrico IV, Imperatore del Sacro Romano Impero, e la consorte Bertha di Savoia fecero visita ai Signori Da Montagnon, nelle terre euganee rinomate per gli effetti benefici delle loro acque termali. Nel giorno di Pasqua dello stesso anno, dopo l'assedio di Roma durato un anno, Enrico IV aveva destituito papa Gregorio VII e nominato papa Guiberto di Ravenna, dal quale ricevette la corona imperiale.
Raniero, il marito di Berta, aveva avuto in concessione la coltivazione di un terreno dai signori di Montagnon. Aveva aiutato i vicini a fare il raccolto; poi l'esercito dei signori scese nella valle per l'esercitazione, proprio nel campo dove lavorava, e gli distrusse tutto il raccolto.
Senza raccolto non poté pagare la decima, cioè il decimo dovuto al signore del feudo, e per questo fu arrestato e chiuso nelle segrete del castello, in attesa dell'esecuzione capitale. L'arrivo dell'imperatore rimandò l'esecuzione, ma solo di poco: nel giorno dei festeggiamenti in onore di Enrico IV si decise di impiccarlo insieme agli altri.
Berta si avvicina all'Imperatrice — che porta il suo stesso nome — e le chiede la grazia per lo sposo. Bertha prende a cuore il dramma della poverella e concede la grazia.
Tanta terra quanta ne cinge un filo
Berta, non sapendo come ringraziare, le regala una matassa del suo filo: tutto quello che ha. La nobildonna, che mai si sarebbe aspettata un dono spontaneo da una plebea, si commuove al punto da ordinare che a Berta e a suo marito sia donato tanto terreno quanto il filo della matassa ne possa contenere.
Saputo della fortuna toccata alla concittadina, le altre donne del villaggio si precipitano dall'Imperatrice portando ognuna una matassa di filo. E lì arriva la frase: la sovrana le ammonisce dicendo che è ormai finito il tempo in cui Berta filava.
Il racconto ha antenati più antichi: la leggenda più antica riporta a Didone, fondatrice e prima regina di Cartagine nell'814 a.C., e un episodio simile è attribuito alla regina Bertrada di Laon, moglie di Pipino il Breve e madre di Carlomagno, vissuta fra il 720 e il 783.
Sei contrade, e un fuso da conquistare
La rievocazione si tiene ogni secondo fine settimana di settembre, dura tre giorni ed è organizzata dall'Associazione Berta con il Comune. La prima edizione fu nel 1961, ideata da un gruppo di amici accomunati dalla passione per la storia e per una favola tramandata oralmente di generazione in generazione. I figuranti sono attori non professionisti, e dietro le quinte ci sono cittadini volontari che preparano e conservano i costumi, assegnano i ruoli e curano l'organizzazione.
Il paese è diviso in sei contrade, ciascuna con i suoi colori e la sua zona: l'Aquila, rosso e bianco, per il centro storico; il Lupo, giallo e verde, per la frazione di Turri; il Merlo, blu e giallo, per Corso delle Terme; i Pesci, azzurro e rosso, per la zona della stazione; il Toro, bianco e azzurro, per la frazione di Mezzavia; la Volpe, verde e bianco, per via Caposeda. A ognuna è associato anche un mestiere: gli agricoltori al Merlo, la tessitura ai Pesci, la lavorazione delle pelli alla Volpe, i vigneti al Toro.
La gara che le mette una contro l'altra è il Palio delle Sei Contrade a Cavallo, e la prova è la leggenda messa in forma di gara: i cavalieri devono afferrare il fuso dalle mani della popolana Berta e portarlo, con destrezza e orgoglio, in dono alla regina. Accanto c'è la Disfida dei Cavalieri, prova d'arme nell'arena.
I giochi del 1961
I giochi delle contrade hanno le stesse radici della manifestazione, il 1961, e sono costruiti anch'essi sul racconto. Ogni contrada sceglieva il proprio capitano, garante del rispetto delle regole, e schierava una squadra da undici a quindici atleti.
Nella «Torre di Berta» gli atleti devono spostare una torre composta da venti pezzi di polistirolo e ricostruirla identica. Nel «Filo di Berta» un atleta avvolge una matassa attorno a un fuso, attraversa l'asse di equilibrio, prende la clava e mette il fuso al suo posto; poi un secondo atleta, bendato, rompe delle pignatte per trovare le chiavi del lucchetto che tiene imprigionato Raniero; e l'atleta che rappresenta Raniero, una volta libero, si arrampica su una fune per prendere il fiore e consegnarlo a chi rappresenta Berta. Gli altri sono corsa con i sacchi, gioco del secchio e tiro alla fune.
Arcolaio e donne che filano
Il borgo medievale si allestisce nel parco Papa Giovanni Paolo II, che tutti chiamano parco Mostar perché vi si trova la fontana dedicata al primo gemellaggio della città con Mostar, in Bosnia ed Erzegovina. Dentro ci sono il mercato delle botteghe artigiane, i banchi didattici, i giochi, l'accampamento militare, gli spettacoli itineranti, gli animali e le prove di tiro con l'arco; la locanda serve pietanze medievali tutti i giorni.
Gli antichi mestieri sono la preparazione del pane nel forno a legna, la filatura della lana con l'arcolaio, il fuso o il telaio, il falegname, la lavorazione delle paglie, la tessitura e la cardatura. Chi fila sono donne fra i trenta e i settanta anni, e i loro saperi dell'arte del filatoio sono stati tramandati dalle donne più anziane di casa.
Il gesto è descritto per intero: si schiaccia il pedale per mettere in movimento la ruota e il fuso ad alette, collegati fra loro da una cordicella, si attacca un pezzetto di fibra a un rocchetto infilato sul fuso, e la rotazione delle alette lo torce formando il filo. Nell'accampamento, curato dalla Compagnia delle Lame Nere, si mostrano invece le tecniche di combattimento dell'XI secolo, con attenzione alla popolazione di origine norrena: asce, coltelli, lance con impugnatura lignea, spade, elmi, pettorine di cuoio e scudi rotondi rivestiti di cuoio, con al centro una punta di metallo chiamata umbone.
Il corteo, la cena e il fuoco
La domenica c'è il Gran Corteo Storico: oltre 400 figuranti fra dame, nobili, armigeri, cavalieri, popolani, musici e sbandieratori. Parte da piazza Roma, preceduto dagli sbandieratori e musici di Ferrara, attraversa viale Stazione, piazza Carmignoto, via Manzoni, via San Mauro, piazzale Stazione e via Aurelian, e arriva al parco Mostar: quarantacinque minuti di percorso. A chiuderlo sono Enrico IV e Bertha di Savoia a cavallo, con la guardia imperiale; le contrade portano oggetti dell'arte contadina — lana, vino, uva — che alla fine donano agli imperatori.
Anche gli strumenti hanno il loro conto. Sulle bandiere del gruppo ferrarese è inciso lo stemma: l'Idra a sette teste, drago verde nascente da un rogo, coi colori giallo e rosso listati di verde. I tamburi di quel gruppo sono dieci, dipinti per metà di rosso; quelli della Contrada del Carmine sono quattordici, coi colori verde e rosa. La chiarina è uno strumento a fiato della famiglia degli ottoni, misura circa un metro, ed è «una tromba allungata, a un pistone».
La sera si mangia in costume: al Banchetto de Montagnon i partecipanti indossano l'abito dell'XI secolo, e il percorso gastronomico propone il tagliere del contadino, lo stufato in cuore di pagnotta e il dolce di Berta. Poi arriva il fuoco — lo spettacolo che chiude la giornata, e il venerdì la Cena di Fuoco. Della leggenda restano tre versioni sceniche: la rappresentazione teatrale con musiche e canzoni originali, uno spettacolo di burattini che la rivisita in chiave contemporanea arrivando a parlare dei rapporti fra Germania, Franconia e Papato nell'XI secolo, e una versione in danza di un quarto d'ora. Tutte e tre finiscono con la stessa frase: è finito il tempo in cui Berta filava.
Come arrivare alla festa
Raggiungere il Tempo di Berta a Montegrotto Terme è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Terme Euganee - Abano - Montegrotto si trova a 1,3 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, il casello di Terme Euganee dista 5,8 chilometri, cioè 7 minuti di strada.
Feste vicine, in altri paesi
Qui intorno, nello stesso periodo, si festeggia anche cosi'.
- Giostra della Rocca a Monselice — settembre
- Maggio in Gemola a Baone — maggio
- Alla corte degli Estensi — aprile