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I Tri da Cruci a Tropea e il camiuzzu i focu 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: tropeaedintorni.it, letta il 19/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.
«I Tri da Cruci» si celebra a Tropea, in provincia di Vibo Valentia, dal 1º al 3 maggio di ogni anno, e il giorno grande è il 3. Il finale della festa è un animale che brucia mentre balla in mezzo alla gente: il «camiuzzu i focu» è una sagoma di cammello imbottita di fuochi pirotecnici che, al ritmo frenetico della caricatumbula, «balla» tra la folla prima di spegnersi, simbolo della cacciata dell'invasore. La data viene dal culto della Santa Croce, che la Chiesa ha a lungo festeggiato il 3 maggio, e la festa ricorda insieme la cacciata degli arabi dalla città.
Tre croci in una chiesa che non c'è più
Il nome della festa viene da tre oggetti che oggi non si vedono più: I Tri da Cruci, che in dialetto significa «I Tre della Croce», trae il suo nome da tre croci di legno conservate originariamente in una piccola chiesa della città.
Quella chiesa aveva una forma singolare: nel XVII secolo fu edificata ai fini del culto una piccola chiesa a forma cilindrica nell'attuale Via Umberto I che, secondo Giuseppe Chiapparo, «a vederla dava l'idea di una piccola torre».
Chi entrava, secondo il racconto, compiva prima un gesto preciso: sulla porta della chiesetta era posta una croce, e i fedeli, prima di accedere per le sacre funzioni, usavano girarle intorno tre volte.
L'edificio se lo presero due disastri, a un secolo di distanza: quell'usanza si protrasse sino al 1783, anno in cui un terremoto lesionò la struttura sacra in più parti, e a seguito dei restauri la chiesa avrebbe acquisito una caratteristica struttura a tre coni, con tre croci lignee allineate sull'altare sottostante. Aveva tre porte, e sull'unico altare erano disposte tre croci in legno, una in mezzo e due piccole ai lati.
Poi arrivò il vento: nel 1875 un violento uragano provocò il definitivo crollo dell'edificio.
I borghigiani salvarono quello che contava e lo spostarono: rimossero le macerie, recuperarono le croci e le portarono presso la Chiesa del Purgatorio a Porta Nova, mentre in quel luogo costruirono una piccola edicola dedicata alle anime del Purgatorio, sul muro di una casa prospiciente alla diruta chiesetta, e vi posero un quadretto a olio raffigurante la Pietà. Di quelle croci oggi non si sa più nulla: se ne sono perse le tracce, ma è rimasta l'edicola, che raffigura il Cristo deposto dalla Croce.
Sul perché si chiami così ci sono tre spiegazioni in circolazione: il nome potrebbe risalire alla data in cui venne fissato il culto, cioè il giorno 3 della Croce, o ai tre giri attorno alla croce, oppure riferirsi a quelle tre croci lignee della tradizione che, probabilmente, venivano portate da tre uomini in processione, con la simbolica allusione al Golgota.
Il culto della Croce dal 1120
La data del 3 maggio viene da molto lontano: le origini del culto della Croce risalgono al IV secolo, quando la Chiesa, sotto Silvestro I, scelse il 3 maggio come giorno della propria liturgia per venerare una parte della Croce di Cristo che era stata portata nella città eterna da Elena, madre di Costantino il Grande.
Il nome liturgico di quella ricorrenza è latino: ogni anno la ricorrenza era celebrata col titolo «In Inventione Sanctae Crucis», in concomitanza con l'accrescersi nel mondo cristiano della venerazione della Croce, considerata simbolo di sacrificio ma anche di trionfo della vita sulla morte. Secondo la leggenda quella Croce era stata ritrovata da sant'Elena a Gerusalemme, sotto il tempio di Venere fatto erigere dall'imperatore Adriano sul Calvario.
A Tropea la festa è documentata da uno storico locale, e la data è alta: secondo Francesco Sergio, vissuto tra il 1642 e il 1720, tale culto sarebbe stato praticato a Tropea sin dal 1120, e non si riesce a dare una data precisa a questa festa, ma si sa che nel 1120 era già in atto.
Il luogo privilegiato del culto non era una chiesa ma un muro: la memoria del rione ricorda come questo culto avesse nel Borgo un suo luogo privilegiato davanti alla facciata di una casa, su cui era posta una «conulea», cioè una piccola edicola, con un quadro a olio della Pietà.
Lì si radunavano le donne, e si radunano ancora: fino a non molti anni fa, al tramonto, le donne del rione officiavano la novena con recita del rosario, intercalato dal verso «Evviva la Croce e chi la portò», e a conclusione veniva cantata la strofa della Via Crucis: «Io ti adoro, o Santa Croce / duro letto del mio Signore. / Io ti amo con il mio cuore e ti lodo con la voce. / Io ti adoro, o Santa Croce». Le donne, ancora oggi, pregano la sera per tutta la novena, illuminano la locandina e la ricoprono di fiori in un altarino improvvisato.
La mattina del 3 maggio la strada cambia aspetto: i borghigiani a ciò preposti parano l'edicola con drappi di vario colore e sotto di essa erigono un altare in legno, su cui pongono vasi con fiori freschi, mentre le borghigiane espongono le loro più belle coperte ai balconi e alle finestre, che ornano con palloncini a tipo veneziano, i quali, quando a sera sono tutti accesi, danno al sobborgo un aspetto gaio.
Lepanto, la galeotta di Capo Stilo e la colomba
Alla parte religiosa se ne aggiunse un'altra molto più tarda, e nata da una paura antica: al carattere religioso della festa si unirono, a partire dall'Ottocento, elementi profani allusivi alla pirateria turca, per secoli motivo di terrore per la gente di Tropea. Le radici affondano nelle incursioni saracene che, tra IX e X secolo, segnarono profondamente il territorio, quando Tropea fu occupata per un certo tempo da una colonia di musulmani giunti dalla Sicilia e dall'Africa, che ne fecero un covo in cui riparavano ponendo al sicuro le prede.
Il primo fatto d'armi che il Borgo ricorda avvenne a sud, ed è un inganno riuscito: presso il Capo di Stilo il tropeano don Gasparro Toraldo, signore di Badolato, riuscì con astuzia a trarre in inganno e vincere una galeotta musulmana di 18 banchi, facendo prigionieri 30 turchi, fra cui il rais detto Zerbinassan.
Il secondo è una battaglia navale: quella di Lepanto, combattuta nello stretto di Lepanto il 7 ottobre 1571, che segnò il trionfo della Croce di Cristo sulla mezzaluna musulmana.
Quanti tropeani ci fossero lo dicono due conti diversi: una relazione presentata nel 1571 dal capitano di Marina Sebastiano Veniero al senato veneto documenta la presenza di 200 soldati tropeani sotto il comando del capitano Stefano Soriano, mentre secondo la tradizione avrebbero partecipato, distinguendosi per valore, oltre un migliaio di soldati tropeani sotto il comando del colonnello Gaspare Toraldo.
La città aveva i mezzi per andarci: come si può rilevare dai cronisti paesani Sergio e Campesi, Tropea in quell'epoca possedeva delle galere e un arsenale, il quale serviva all'armamento navale e alla costruzione e riparazione delle triremi. Il Marafioti lo scrive così: questa città ha sempre posseduto galere per corseggiare le riviere dei turchi, e nell'armata di don Giovanni d'Austria si ritrovano tre galere dei signori particolari tropeani.
Il ritorno dei vincitori fu preceduto da un annuncio che volava: secondo la leggenda i superstiti della battaglia vollero informare i concittadini della vittoria della Santa Croce sulla mezzaluna musulmana, e per farlo inviarono una colomba verso casa, da cui furono preceduti nel loro viaggio di ritorno.
Due cammelli, uno di giorno e uno di fuoco
Gli animali della festa nascono per prendere in giro chi veniva a riscuotere: gli abitanti del Borgo arricchirono il programma religioso di celebrazione della Croce con alcuni elementi profani volti a evocare quegli antichi nemici, in modo da esorcizzarne il ricordo, ed ecco quindi «u camiu», il cammello in cartapesta, e «u camiuzzu 'i focu», il piccolo cammello di fuoco, strumento pirotecnico anch'esso in cartapesta, in forma d'animale — con sagome d'asino presenti anche — che lascia esplodere razzi per ogni dove.
Il primo balla con la luce del giorno: di giorno, al ritmo ossessivo di tamburo e grancassa, per le vie della città un uomo preposto allo scopo dà vita a passo di danza a «u camiu», per ricordare il cammello vero di cui si servivano i pirati per riscuotere i tributi nelle terre occupate.
Il secondo esce quando è buio, perché i suoi fuochi si vedano: «u camiuzzu 'i focu» — il cammello sul quale viene messa alla berlina la sagoma raffigurante l'invasore saraceno che razziava il territorio di Tropea — viene fatto ballare di sera lungo la strada dove si svolge la festa, in modo che i suoi fuochi risaltino nel buio.
Com'è costruito lo si può descrivere pezzo per pezzo: consiste in uno scheletro di cavallo fatto con liste di canna, su cui sono variamente disposti razzi e bengaline che fischiano e bombe che esplodono, e al posto della coda vi è situata una piccola girandola, la quale contribuisce a dare a questo strano animale un aspetto fantastico. A muoverlo è chi l'ha fatto: ordinariamente lo mette in azione il pirotecnico che lo costruì, il quale, avendo fatto passare il suo busto attraverso un apposito spazio che il camiuzzu porta sulla groppa, lo sostiene con ambo le mani, funzionando così da cavaliere e da motore.
Del cammello grande esiste una descrizione ottocentesca fatta a Ricadi, e non risparmia nulla: era un goffo animalaccio artefatto, lungo circa sette palmi, senza piedi, con un lungo e largo dorso simile a quello della testuggine dipinto a strisce di vari colori, la coda di bove e una testa di legno nera e orribile simile a quella del cavallo, con due occhioni sempre spalancati; una falda giallastra scendeva fino a terra a guisa di gonna per nascondere l'uomo che, adagiatasi sugli omeri la bestia, la faceva camminare e le apriva e chiudeva la bocca senza lingua per mezzo di un laccio invisibile, mentre sul dorso di quella strana effigie di animale sedeva a cavaliere inchiodato un morello di legno dal berrettino rosso, che vien detto diavolicchio.
Quel cammello girava il paese, faceva la questua e se la prendeva con i paurosi: al suono ordinato dei tamburi progrediva il Camelo seguito dalla ciurma festante dei fanciulli, passava innanzi alle case delle principali famiglie e vi si tratteneva a far la sua ballata di ossequio, che terminava con un profondissimo inchino; dove osservava gente stare in crocchio là si dirigeva, e fatta la sua ballata andava con la testa intorno tastando la saccoccia di ognuno, ripetendo il solito profondo inchino al donatore; e quando si accorgeva di qualche balordo che cercava di darsela a gambe gli dava la caccia come il cane alla lepre, seguito dalla ciurma festante dei fanciulli, che con grida e schiamazzi e fischi davano la baia al povero fuggitivo, sino a che questi non trovasse rifugio in qualche casa aperta. L'ultima uscita era un congedo: nel dopo pranzo della festa, verso l'ultima ora, il Camelo faceva la sua ballata finale davanti alle case come per prendere commiato, circostanza che ricorda la fuga dei saraceni dalla Calabria e il commiato dai loro fratelli.
Il piccolo ha avuto più fortuna del grande: i pirotecnici locali diffusero il «camiuzzu di focu» in paesi lontani e vicini da Tropea, tanto che del Camiju in pochi villaggi se ne conserva la memoria, mentre l'uso di quest'ultimo vige ancora e non c'è festa che non si chiuda col suo caratteristico balletto.
La galera di carta velina e il falò dei saracuni
All'alba del 3 maggio la strada si arreda di barche: un rullo di tamburi precede il posizionamento delle barche colorate con le bandierine, che vengono collocate in tutta la via e in piazza del Cannone, e quelle sagome di barche cariche di fuochi d'artificio, sospese tra le vie del borgo, al calare della sera vengono incendiate.
La nave appesa è fatta di canne e carta, ma è armata: un pirotecnico appende a metà di un canapetto teso fra due balconi una galera dal corbame di canna e dal fasciame di carta velina variamente colorata, armata di artiglierie consistenti in razzi e bombe. Poco distante prepara anche il volo: pianta i pali per le girandole e tende fra due balconi di rimpetto la funicella su cui dovrà scorrere una colombina, detta 'a palumba.
Il fuoco arriva in un ordine preciso: il fuochista appare al balcone e con una miccia dà fuoco alla colombina, che si parte veloce lasciando una scia di scintille, raggiunge il balcone opposto e, dopo un istante di sosta, fa ritorno al punto di partenza, mentre la galera, agitata lievemente dalla brezza, s'incendia. Prima la illuminano i bengala, poi cominciano a tuonare le artiglierie, che finiscono col farla scoppiare.
La legna del falò la raccolgono i ragazzi nel pomeriggio, cantando: fanno a gara a chi più riesce a procurarsi negli orti vicini sterpi e fusti secchi di cavoli cappucci, da loro detti «piruni di cavuli», e li depongono accanto alle fascine di fusti secchi di lupini, comunemente detti «saracuni», offerti dai tintori, formando una catasta che al momento opportuno verrà accesa. Il ritornello che cantano è questo: «Viva La Cruci, La Cruci viva, Viva la Cruci E cui l'esaltò!»
Poi si salta sopra le fiamme, e non sempre finisce bene: quando la catasta arde e le fiamme sono diventate alte, i giovani si mettono chi dalla parte di su e chi di giù della strada e cominciano a spiccare salti sul fuoco, cercando di mostrare la loro bravura, ma capita spesso che qualcuno inesperto o maldestro finisca col cadere nel fuoco, riportando delle scottature, e allora la folla comincia a urlare e fischiare mentre il caduto se ne va via umiliato, scotendosi i tizzoni rimasti attaccati all'abito. Durante questo rito tutti sono presi da un furore che scema soltanto con l'affievolirsi delle fiamme, e quando queste finiscono di brillare nessuno osa più spiccare salti. Quello che resta serve ancora a qualcuno: subentrano i poveri, che beneficiano dei resti del falò e con opportuni arnesi raccolgono tizzi e carboni accesi per portarseli a casa.
Di dove venga quel fuoco si fanno ipotesi che portano molto indietro: il falò deve trarre la sua origine da qualche rito pagano che anticamente doveva celebrarsi in Tropea, e richiama alla memoria i fuochi purificatori che i pastori accendevano nelle feste romane dedicate alla Dea Pale, dette perciò Palilie, per poi attraversarli saltandovi sopra. Fuochi simili si accendono ancora oggi altrove: i pastori di Sant'Agata d'Esaro, in provincia di Cosenza, la sera del 13 dicembre d'ogni anno svellono nelle campagne alcuni pagliai, li portano infilati a dei pali davanti alla chiesa di Santa Lucia accompagnati dal suono della zampogna, vi appiccano il fuoco e, dopo che si sono acquietate un po' le fiamme, cominciano a saltare successivamente su ciascuno dei roghi.
Anche lo scoppio della galera fa pensare a qualcosa di più antico: richiama alla mente lo scoppio del carro che si fa ogni anno in Firenze, e deve trarre le sue origini da qualche impresa navale avvenuta nei secoli scorsi, di cui oggi i borghigiani hanno perduto la memoria.
I giochi del Burgu e i tre fichi secchi
La festa dura tre giorni e comincia col buio ancora addosso: ogni anno, dal 1º al 3 maggio, l'apertura ufficiale avviene alle prime luci dell'alba del 1º maggio, con la sfilata dei maestosi Giganti, figure simboliche della tradizione calabrese, accompagnati dai suoni ancestrali della Caricatumbula, che annunciano la festa in tutte le strade della città.
Tutto accade in una strada sola, che i tropeani chiamano col suo nome vero: la festa si svolge lungo Via Umberto I, conosciuta localmente come «u Burgu» e anche come «calata d'i forgiari», che si trasforma in un palcoscenico vivente.
Sono gli abitanti di quella via a preparare il campo: sin dalle prime ore del mattino i borgatari, cioè gli abitanti del borgo di via Umberto I, addobbano largo San Michele e l'edicola votiva alla Madonna con composizioni floreali. L'organizzazione è divisa fra tre soggetti: il Comitato «I Tri da Cruci», nato appositamente, la Pro Loco e il Comune di Tropea, che ne ha dato il patrocinio.
Il pomeriggio è dei giochi, e sono quelli di sempre: si comincia nel primo pomeriggio con i caratteristici giochi paesani, e grandi e piccini si sfidano fino a sera nelle gare di «pignatei», per poi saltellare «chi sacchi» e, passando dalla gara «cu l'ovu», avventurarsi nel piccante assaggio della pasta «abbrucenti», insieme alla cuccagna. A tavola ci sono i prodotti del posto: la famosa cipolla e il peperoncino, mentre la «pasta abbruscènti» è il piatto con cui la festa culmina.
Il volo della colombina apre la parte serale, e da lì si va verso il fuoco: dà inizio a un susseguirsi incalzante, le barche vengono incendiate, le girandole fanno le loro piroette e alla fine arrivano i fuochi pirotecnici.
Quando il camiuzzu ha finito di ballare, resta un'ultima cosa da fare prima di dormire: col ballo del camiuzzu finisce la festa e i borghigiani, lieti e soddisfatti, rincasano e non vanno a dormire se prima non hanno mangiato tre fichi secchi, detti «'i fica d'a cruci», perché la credenza popolare vuole che chi non cura far ciò qualche giorno potrà essere «mangiatu d'i zampagghjuni», ossia punto dalle vespe.
Questa festa è finita anche nei libri che censiscono le tradizioni italiane: è stata inserita nella pubblicazione delle tradizioni popolari realizzata dal Touring Club Italiano.
Come arrivare alla festa
Raggiungere i Tri da Cruci a Tropea è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Tropea è a un chilometro dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Sant'Onofrio - Vibo Valentia: da lì bastano 34 minuti di guida (31 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Da vedere qui intorno
Nello stesso mese, qui intorno, si tengono anche queste.
- Tropea Cipolla Party — agosto
- L'Affruntata a Vibo Valentia — aprile
- Maria SS. del Carmelo a Drapia — luglio