La tavola di Halloween 2026: la zucca e i dolci italiani dei morti
In Italia, nei giorni fra il 31 ottobre e il 2 novembre, si apparecchiava la tavola per i defunti: nel folklore abruzzese, lucano, calabrese e friulano si credeva che nella notte fra il 1º e il 2 novembre i morti tornassero sulla terra, e si lasciavano in cucina pane, acqua, un lume acceso e il fuoco vivo. Di quei giorni sono anche i dolci che portano nel nome la parola «morti» — le fave, le ossa, il pane, il torrone — la questua di casa in casa per il «ben dei morti» e la zucca svuotata e illuminata con una candela, per rischiarare la strada alle anime.
La tavola apparecchiata per chi torna
Nel folklore abruzzese si credeva che nel periodo di Ognissanti i morti tornassero sulla terra, e dopo cena, la sera fra il 1º e il 2 novembre, il tavolo da pranzo veniva apparecchiato per ristorare le anime dei defunti che tornavano a far visita ai vivi durante la notte. Il rito cambiava da paese a paese: a Chieti era tradizione mettere in tavola pane, acqua e un lume, che doveva restare acceso per tutta la notte, e la mattina seguente quel pane veniva donato ai poveri; in altri paesi si mettevano piatti di minestra sui davanzali, per i morti in processione. A Sulmona, dopo la messa per i defunti, si banchettava nel cimitero, sulle tombe dei propri cari; a Campli si usava mettere un lume acceso sulla tomba, affinché il defunto, uscito dalla fossa, potesse servirsene per tornare a casa.
Lo stesso gesto si ritrova in Basilicata, dove si lasciava la tavola imbandita per i defunti in visita e la donna di casa riponeva sui davanzali del cibo, acqua e frutta. A Brindisi Montagna, durante il pranzo del 2 novembre, si metteva a tavola una posata in più lasciando la porta semiaperta, per offrire ospitalità a qualche anima del Purgatorio di passaggio; a Calvello, fino agli inizi degli anni Novanta, alcune donne anziane portavano il giorno di Ognissanti del grano in una cappella chiamata «Purgatorio» per offrirlo ai defunti.
In Calabria si andava in corteo al cimitero e, dopo le preghiere, veniva imbandito un banchetto sulle tombe; in alcuni paesi si lasciava sul tavolo della cucina un piatto ricolmo di cibo, pane e una bottiglia di vino rosso, mentre a Zaccanopoli si lasciavano solamente bicchieri colmi d'acqua per far bere i morti. Al nord la sera della vigilia si lasciava la cucina pulita e ordinata, con cibo in tavola per nutrire gli spiriti — soprattutto polenta con fagioli, cibo dei morti — e di primo mattino si rifacevano i letti, per i morti che tornavano a riposare nei loro giacigli.
In Friuli, dove si credeva che i morti uscissero dalle tombe per andare in pellegrinaggio, non si faceva spegnere il fuoco, perché i morti dovevano prima di tutto scaldarsi, e si lasciavano gli ingredienti perché potessero prepararsi il cibo da soli. Nella zona del Carso le famiglie cenavano con castagne lessate e lasciavano in cucina un lume acceso vicino a un secchio colmo d'acqua per dissetare i defunti; a Pontebba si versava latte in terra per offrirlo ai trapassati, a Malborghetto si lasciava del cibo sulle tombe. Nel Piacentino, dopo la messa, si portava sulle tombe una zuppiera con ceci, fagioli o pere e castagne bollite, per sfamare gli spiriti, e nel Ferrarese si faceva il «cuscino dei morti», il cussìn d'i mòrt, un piccolo semenzaio da portare come dono votivo. In Campania si lasciava un secchio colmo d'acqua in cucina perché i defunti potessero dissetarsi, e in alcuni paesi, la notte fra il 1º e il 2 novembre, si lasciava sul tavolo della cena il torrone come offerta agli spiriti in visita.
Le fave, le ossa e il pane dei morti
Le fave dei morti sono biscottini bianchi che nel mondo romano venivano offerti alle divinità degli inferi; a Roma era usanza consumare un pasto vicino alla tomba di un caro defunto, di solito una minestra di fave, dei dolcetti chiamati «le fave da morto» e altri denominati «ossa da morto». In Friuli, soprattutto a Trieste, si mangiavano le fave come dolcetto speciale di mandorle e di zucchero.
Le ossa dei morti sono biscotti offerti ai defunti, e nella zona di Parma sono tuttora mangiati e si vendono in molte pasticcerie: sono dolci di pastafrolla a forma di ossa. Il pane dei morti si fa a base di uvetta, fichi secchi e cannella. In Emilia si preparava anche la piada dei morti, una focaccia fatta con l'impasto del pane, frutta secca e mosto, mentre nel Piacentino, dove il cibo aveva molta importanza, si preparava il panetto dei morti, tuttora venduto nelle pasticcerie. In Friuli il pane della questua si chiamava pagnùt.
In Inghilterra si cucinavano le soul cake, le torte delle anime: la consuetudine di cucinare e condividere le torte delle anime per tutte le anime battezzate, torte spesso contrassegnate da una croce, a indicare che erano state cucinate per l'elemosina, è stata indicata come l'origine dell'usanza del «dolcetto o scherzetto».
Il torrone morbido di cioccolato
In Campania si usava, e si usa tuttora, preparare dolci per Ognissanti, e il più noto è il torrone dei morti: un torrone morbido a base di cioccolato, che si trova in molte varianti. È lo stesso dolce che in alcuni paesi si lasciava sul tavolo, la notte fra il 1º e il 2 novembre, come offerta agli spiriti in visita.
Accanto al torrone, a Napoli, si prepara ancora oggi un dolce all'uovo battuto dalla forma di osso umano.
La questua del cibo, dai fichi secchi alle monetine
Nel giorno dei morti i poveri andavano di casa in casa chiedendo l'elemosina e ottenendo in cambio fichi secchi, noci, castagne e pane, mentre i fedeli portavano in dono alla chiesa grano, legumi e olio; a Benevento i questuanti ricevevano legumi, granturco cotto, fichi secchi e noci. La sera della vigilia di Ognissanti i giovani bussavano alle porte delle case chiedendo offerte per i defunti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci, e schiere di ragazzi, di contadini e di artigiani andavano di casa in casa cantando un'appropriata canzone.
Ogni regione aveva la sua formula. In Emilia c'era la «Carità di murt», antica usanza legata all'abitudine dei poveri di recarsi di casa in casa chiedendo cibi di ogni genere per calmare le anime dei defunti, e a volte a farlo erano ragazzi giovani e mascherati. Altrove si girava per le case di parenti e conoscenti a chiedere il «bè pei Morti», raccogliendo fichi, nocciole, noci e dolci: si doveva contribuire, altrimenti si credeva che una maledizione sarebbe caduta sulla casa e sui suoi abitanti, e la richiesta era esplicita — «Dammi il bè dei morti se no ti caccia l'occhi». Con la cantegora, invece, la notte del 1º novembre i bambini si recavano di casa in casa cantando filastrocche o poesie in onore dei morti per ricevere il «ben dei morti». In Basilicata testimonianze di fine Ottocento raccontano che la mattina del 2 novembre giravano li pizzent', cioè i poveri; e a Serramonacesca, in provincia di Pescara, i bambini passano ancora oggi di casa in casa con le zucche illuminate, e i Serresi offrono loro monetine, frutta secca e caramelle.
La zucca svuotata e il lume
La zucca si usa come contenitore. Si scava e si intaglia, poi si illumina con una candela accesa sistemata all'interno, con l'intento di rischiarare la strada alle anime dei morti. Il nome cambia a ogni dialetto: nel Ravennate la zucca illuminata si chiamava la Piligréna, in Friuli le zucche con le fattezze di teschio erano morte zuchèta, in Toscana la zucca intagliata e illuminata prendeva spesso il nome di La Morte, e a Serra San Bruno i ragazzini intagliano ancora il Coccalu di muortu, il teschio del morto.
Dove la zucca non c'era si usava altro: a Uccea i cimiteri si illuminavano con lumini ricavati da gusci di lumaca.
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