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Rumita a Satriano di Lucania - Il fruscio di pungitopo strusciato sulle porte, in silenzio
Il Rumita è la maschera del Carnevale di Satriano di Lucania, in provincia di Potenza, in Basilicata, che si svolge il sabato e la domenica prima del martedì grasso. Il Rumita gira per il paese «strusciando il "fruscio" sulle porte delle case» — un bastone nodoso con in cima un ramo di pungitopo — ed è il suo modo di bussare: quello sfregamento è tutto ciò che si sente, perché il Rumita «non parla, né emette suoni di alcun tipo, a parte quello prodotto sfregando il ramo di agrifoglio sulla porta».
Un uomo fatto di edera
Il Rumita è «un uomo vegetale ricoperto di foglie di edera»: «la maschera senza volto e senza nulla di umano, il cespuglio vagante, l'albero che cammina, è un informe personaggio di foglie sempre verdi e senza tempo». L'abito «copre dalla testa alle gambe o alle caviglie» ed è «fatto soltanto di tralci d'edera».
Porta a tracollo «una borsa una borsa di tela detta "tascapanə" — sostituita in sua assenza da uno zainetto — sempre rigorosamente coperta dall'edera».
La regola della soglia
L'uscita è all'alba dell'ultima domenica prima del martedì grasso. Il Rumita va da solo, e ha regole precise che non infrange mai: se non gli aprono, «non si dispera e resta pazientemente in attesa fino alla sua apertura»; quando la porta si apre, «rimane nel silenzio assoluto, anche da chi ne riceve la visita»; e soprattutto la maschera «rimane ferma sulla soglia di casa e non la oltrepassa mai, anche se invitata».
«È la natura che bussa alla porta, e che bisogna rispettare per aver in cambio la ricompensa».
L'offerta, e San Patrizio
«Nessuno si rifiuta di dare all'Eremita l'offerta, perché la sua visita è considerata di buon auspicio e perché s'impersona in San Patrizio, l'evangelizzatore dell'Irlanda, che chiede l'elemosina.»
L'offerta è cambiata nel tempo: «fino a qualche anno fa generi alimentari, ora pochi spicci», «somme simboliche di denaro come buon auspicio per l'arrivo della primavera». «È la richiesta di un'offerta l'elemento che ha permesso alla maschera di sopravvivere nel tempo pur attraverso numerose trasformazioni dei rituali carnevaleschi».
Un tempo «i Romiti erano impegnati per diversi giorni e a più riprese nelle loro peregrinazioni», e uscivano «anche nei giorni immediatamente prima e subito dopo Capodanno, iniziando dalle campagne circostanti il paese».
Eremita, indigente, o uomo selvatico
Le ipotesi sull'origine della maschera sono raccolte da Ferracuti. La prima è quella del nome: «un eremita, da cui il nome, che, dopo un inverno rigido, si recava in paese per chiedere del cibo» — «uno spirito francescano, un eremita appunto, una persona che viveva ai margini del paese». La seconda è quella della povertà: «un satrianese indigente che, rimasto senza alcun bene, si copriva di foglie d'edera per nascondere la propria identità»; la terza è quella di «un satrianese in stato di profonda povertà che non volle abbandonare la propria terra e che seppe adattarsi a vivere in simbiosi con la natura, costruendosi autonomamente un rifugio». Un'altra ipotesi collega il mascheramento «alla necessità di nascondersi da parte di persone costrette per qualche ragione a vivere lontano dal centro abitato, nei boschi, ma che ricevevano aiuto e sostegno dalla popolazione». Una leggenda locale vuole che il rumìt «abiterebbe in due strette e profonde grotte naturali che scendono in verticale per decine di metri in due montagne vicino a Satriano».
Il carnevale satrianese è «considerato uno degli ultimi riti arborei sopravvissuti in Italia», legati «al mondo agreste e quindi a un'idea di fecondità intesa come continuità della vita»; «la maschera arborea è il frutto di quella cultura animistica dei Celti», e l'uomo travestito da albero «è molto diffuso nelle Regioni dell'Europa Centrale e dell'arco alpino», dove è conosciuto come «l'"Om Salvarech", l'uomo Selvatico, rilevato e documentato dal prof. Cesare Poppi, docente di Antropologia dell'Università dell'East Anglia di Norwich»: «una creatura dell'immaginario umano, a metà tra l'uomo e l'animale, in bilico tra la civiltà e la natura». La ricerca antropologica è quella «avviata dalle osservazioni di Spera». C'è infine chi colloca la nascita nel periodo «di dominio Normanno di Satrianum», dove per «sincretismo culturale s'instaurò la figura mitica de "U Rumit'"».
Chi è rimasto, e chi è tornato
«Sono maschere che non sono mai state espressioni di allegria, di gioia, di svago e di divertimento; anzi, da maschere propiziatorie sono divenute, nel tempo, maschere di protesta sociale.»
Con l'emigrazione il Rumita è diventato «il satrianese rimasto nella sua terra, che si vestiva di sole foglie», «isolato, povero», «l'emigrato isolato, incapace di comunicare, costretto a questuare un lavoro pur di assicurare un pezzo di pane alla propria famiglia». Gli sta di fronte l'Urs, l'orso, che «simboleggia l'emigrante di ritorno e il confronto tra la vita rurale e quella urbana».
La Foresta che cammina
Dal 2014 accanto ai rumita solitari del mattino c'è un corteo. «La Foresta che cammina è il Carnevale rappresentato da 131 Rumit', tanti quanti sono i comuni lucani, che sfilano per le strade del borgo»: uomini vestiti da alberi, «portavoci di un messaggio ecologista: ristabilire un rapporto antico con la Terra».
L'idea è nata «prendendo spunto dalla scena finale della cine-installazione "Alberi" di Michelangelo Frammartino presentata al MoMA di New York», e la organizza l'associazione Al Parco. Chiunque può parteciparvi: «chiunque può diventare uomo albero per un giorno prenotando il proprio vestito», e si può anche «animare la foresta con personaggi, animali, piante che vivono nel bosco: folletti, funghi, farfalle, foglie, belle addormentate, lupi». Ai partecipanti si chiede il riuso e il riciclo, e un accorgimento pratico: «abiti scuri a tinta unica, l'obiettivo è mimetizzarsi con le foglie di edera».
«Le maschere sono avviluppate intorno a reti metalliche di varia grandezza, che saranno poi indossate dai rumìt come armature», e a farlo «sono soprattutto i ragazzi delle scuole, istruiti e aiutati dai satrianesi più grandi» — «passiamo tante ore nei boschi a raccogliere edera e altrettante a costruire i Rumita». La preparazione comincia presto, «fin dal 17 gennaio, giorno di sant'Antonio Abate», e c'è perfino un laboratorio di costruzione della maschera.
Il giorno della sfilata i rumita «sfilano in corteo venendo fuori dal bosco», preceduti «da un uomo con mantello nero e cappello grigio»: stringono in mano il fruscio e intonano canti. Il messaggio dichiarato è «ristabilire un rapporto antico con la Terra per rispettare gli uomini e le donne che la abiteranno in futuro».