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Il Domino a Lavello - Il sacchetto di dolcetti che si dona dopo il ballo

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Domino è la maschera del Carnevale di Lavello, comune della provincia di Potenza, in Basilicata, che si apre il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate. Il domino è la tipica maschera lavellese: una lunga tunica in raso fermata in vita da un cordoncino dorato, con un cappuccio e un rettangolo di raso che viene messo davanti al viso e scende appena oltre la base del collo, oltre a una mantella che copre spalla e braccia. Il colore più diffuso è il rosso, perché rappresenta il colore del popolo di Lavello.

Un saio prima che un costume

La tradizione locale fa derivare il domino da un antico costume, quello della Confraternita della Buona Morte, esistente presso la chiesa dell'Annunziata di Lavello. Questa arcaica organizzazione indossava un saio con un cappuccio durante i rituali sacri e le processioni religiose, e il domino ne ricalca lo stilema.

Il vestito è cambiato due volte. In origine era composto da un saio bianco, da una mantellina nera e da un cappuccio nero a forma di cono da cui si potevano intravedere solo gli occhi. Successivamente diventa una tunica di raso nero con mantellina ricamata di figure simboliche, completata da U' Pappëloscë, ovvero un cappuccio, e da una maschera di tela che copriva completamente il viso. Un dettaglio resta scomodo anche oggi: il domino odierno ricorda moltissimo il travestimento del boia, con il cappuccio e la maschera che copre il viso integralmente.

I colori non erano un gusto, erano un'informazione. A quel tempo i colori del domino indicavano l'appartenenza a un determinato ceto sociale e variavano dal rosso al nero, dal verde al blu e così via. Il raso rosso stava a indicare il ceto popolare di chi lo indossava. Sono diffusi anche il nero e il blu, e si citano anche il verde e il giallo.

Dentro il costume, però, il ceto smetteva di contare. Il carnevale rappresentava l'unico momento in cui, con un'inversione di ruoli, si poteva prendere in giro il padrone e dimenticarsi delle ferree leggi della Chiesa: dietro la maschera ognuno poteva sentirsi Domën e DDeië, «Signore e Dio». Travestirsi da Domino annulla il ceto sociale, i cittadini sono tutti uguali.

Il conduttore bussa alla porta

Il gruppo di maschere non gira per conto suo. Ogni gruppo è guidato dalla figura del «conduttore», che solitamente non indossa il domino e si riconosce dal bastone che porta con sé. È lui che pianifica l'itinerario dei festini e conduce il gruppo, che normalmente si sposta a piedi; è lui a garantire per il gruppo all'interno dei luoghi dove si balla. Una volta raggiunta la festa, il conduttore bussa alla porta e chiede di entrare con il suo gruppo, accordandosi sul numero di balli che sono loro concessi.

Il numero dei balli è cambiato nel tempo: la regola antica era che ogni gruppo aveva diritto a fare due balli, mentre oggi ogni gruppo di domini rimane nel festino per la durata di tre o quattro balli e poi va via, alla volta del festino successivo. Il gruppo era invitato anche a rispettare gli arredi, che spesso, fra l'euforia della musica e del vino, finivano in frantumi.

Il sacchetto è un ringraziamento

All'ingresso le maschere sono accolte con il ballo apripista, poi si aprono le danze e ogni domino invita a ballare qualcuno dei partecipanti non in maschera. Quando la musica termina il domino offre al suo compagno di ballo dei dolcetti, che conserva all'interno di un sacchetto in tessuto, intonato con il colore del domino. Questo gesto serve per ringraziare del ballo che gli è stato appena concesso.

Nella forma antica il gesto era ancora più regolato: a corredo del vestito vi erano una o due sacche per i confetti da donare alla dama dopo aver ballato, e il gruppo non poteva scegliere la dama, ma doveva seguire la disposizione delle sedie sistemate in modo circolare e dare i confetti dopo aver ballato nel più assoluto anonimato.

Il regolamento serviva a proteggere una cosa sola. Quello del ballo era l'unico momento in cui i ragazzi, sotto la maschera, potevano scambiare con le ragazze fugaci parole d'amore. Per i giovani era l'unico momento in cui, avvolti dall'abito rosso della maschera del Domino, si poteva ballare con le innamorate di nascosto dai genitori.

Anticamente a mascherarsi erano solo gli uomini. C'erano anche le donne nei gruppi di domini, ma queste erano vestite con costumi e maschere differenti e femminili. Le maschere andavano di casa in casa, per lo più con l'obiettivo di invitare a ballare le ragazze alle quali facevano la corte. Secondo la tradizione, le movenze del domino ben racchiudono lo spirito goliardico dei sabati carnascialeschi, quando la comunità si ritrova tra balli e canti nei cosiddetti «festini»: un evento atteso tutto l'anno che regala a chi vi partecipa il mistero di ballare con persone di cui si ignora l'identità.

Dal 17 gennaio al rogo di Carnevale

Il calendario è lungo. Il carnevale lavellese inizia il 17 gennaio, giorno di sant'Antonio Abate; prosegue ogni sabato notte fino alla prima domenica di Quaresima, con la consueta sfilata dei carri allegorici. Un tempo lo si festeggiava non solo ogni sabato ma anche il giovedì, e i domini il più delle volte si affittavano.

Verso la fine arriva la pignata in terracotta, che i giocatori devono rompere bendati con il solo ausilio di un bastone, e l'ultima sera dei festeggiamenti viene messo in piedi il processo a Carnevale, che verrà condannato e bruciato sul rogo. All'apertura, da qualche anno, si conferisce il premio «rosso domino» a un cittadino di origini lavellesi che si sia particolarmente distinto.

Il ballo non è tutta la serata. A mezzanotte la porta dell'abitazione si chiudeva e si imbandiva la tavola, convivio francescano, a cui tutti gli invitati partecipavano con piatti preparati in precedenza: la tiella di patate e lambascioni (cipolline selvatiche), il baccalà arraganato al forno, le salsicce ed il vino. Nei festini si respira un clima di famiglia allargata e si sente il profumo dei piatti tradizionali della cucina lavellese, e alle feste partecipano non solo gli abitanti di Lavello ma anche quelli dei comuni limitrofi. Il contenuto delle pignate e la tavola del carnevale lavellese si assomigliano: patate al forno con lampascione, baccalà, coscette e ali di pollo, agnello e coniglio, lampagioni arrostiti sotto la brace e frittelle; per dolce biscotti e quaresimali, scaldatelli, un buon vino con la cannuccia e il rosolio.

Il Domino è uscito da Lavello

La maschera ha viaggiato. La Pro Loco Lavello è stata protagonista al Carnevale di Venezia con il «Domino», in rappresentanza della Rete «Carnevali e Maschere della Lucania a valenza antropologica e culturale» e dell'intera regione. In quella occasione la Basilicata è entrata in scena con le tuniche danzanti vestite in raso rosso, ornate da un cappuccio che nasconde il viso e da un cordone che cinge il saio.

Il carnevale che la porta è riconosciuto tra i beni del Patrimonio Culturale Intangibile della regione Basilicata. L'attività finisce la domenica successiva al mercoledì delle Ceneri, con la sfilata e la festa conclusiva. Quel giorno non sfilano soltanto i tipici domini: maschere di ogni genere e tipo sfilano insieme ai carri e ballano a ritmo di musica seguendo la parata in giro per il paese. Al termine tutte le persone mascherate arrivano in piazza e danzano ancora e ancora, fino a sera, accompagnate dai musicisti che suonano dal vivo.

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