Tartaglia a Napoli - Il servo che smise la maschera e si truccò la faccia
Tartaglia è una maschera napoletana della commedia dell'arte, che esce a Carnevale, fra febbraio e marzo. Nasce dall'uso dei domestici di smettere la maschera e di truccarsi la faccia, come caricatura del «servo liberato» di epoca barocca, e prende il nome dalla balbuzie: tartagliare è un sinonimo quasi onomatopeico di balbettare. È un vecchio calvo e corpulento, con grossi occhiali sul naso adunco e un abito verde a strisce gialle; introdotto verso la metà del Seicento, intorno al 1750 smette i panni del servitore per recitare il poliziotto, l'avvocato e il giudice.
Il servo liberato
«L'invenzione di Tartaglia trae origine dall'uso dei domestici di non utilizzare più la maschera e di cominciare ad utilizzare una propria truccatura, rappresentando, in questo modo, una sorta di caricatura del "servo liberato" di epoca barocca.»
La maschera «è stata introdotta, secondo lo storico Riccoboni, intorno alla metà del XVII secolo e resa nota al grande pubblico dal comico napoletano Cioppo».
Il difetto che gli dà il nome
«Soprattutto una vistosa balbuzie, da cui deriverebbe il nome: tartagliare, in italiano, è un sinonimo quasi onomatopeico di balbettare.»
Sulla scena funziona così: «tutte le volte che Tartaglia inizia a parlare, balbetta o incespica nelle parole, le storpia e le ripete un bel numero di volte, ragion per cui lo spettatore è spesso portato a ridere». «Dal suo nome deriva il verbo italiano "tartagliare"».
Alla balbuzie «ed alla forte miopia si limita tutta la comicità del personaggio, povero di contenuti umani».
Calvo, corpulento, con gli occhiali
Tartaglia è «goffo e corpulento, senza baffi né barba e con la testa rasa», «ridicolo nel vestire, calvo, con un ventre grosso e grossi occhiali sul naso adunco».
Il costume delle origini è «testa calva, cappello grigio, colletto bianco, volto rasato, occhiali azzurri, calzoni verdi a strisce gialle e calzari di cuoio giallo». Un'altra descrizione lo vuole con «un abito e un mantello verde a strisce gialle, con un ampio collare bianco e occhiali verdi», più «calze bianche» e «un ampio cappello grigio»; il costume «variò in seguito nei colori e nei dettagli».
La riforma di metà Settecento
«La maschera di Tartaglia fu portata all'apice del successo dall'attore partenopeo Fiorelli intorno al 1750, il quale ne modificò alcuni aspetti, sia nel costume che nel modo di comportarsi. Infatti il Tartaglia riformato indossava calzoni corti, un berretto ed alamari argentei.»
«Non era più soltanto un semplice servitore, ma spesso recitava il ruolo di poliziotto, avvocato, dottore o giudice». «Questo aspetto caricaturale rifletteva la satira popolare che a Napoli sbeffeggiava la nobiltà e le professioni giuridiche e mediche».
Un Robin Hood comico
«Le sue azioni erano spesso di carattere ambivalente: infatti o imbrogliava il prossimo o salvava degli innocenti, caratterizzandosi come una sorta di Robin Hood comico.»
Fra i ruoli che gli capitano, «a volte è giudice, notaio, farmacista, avvocato e consigliere di corte. Altre volte è un semplice domestico o genitore di qualche giovane maschera della commedia». «Gli piacciono molto le donne e si innamora facilmente», tanto che «insieme a Pantalone e al Dottor Balanzone ricopre spesso la parte di uomo anziano innamorato».
È «un vecchio presuntuoso e invadente, degno compare di Pulcinella», e insieme «una maschera che sa essere al contempo comica e tenera, simbolo di innocenza e goffaggine».
Le origini veronesi e il successo napoletano
Le origini della maschera sono probabilmente veronesi: in molti le attribuiscono alle zone del veronese. È a Napoli, però, che Tartaglia è diventato sé stesso: «nella seconda metà del Seicento… Tartaglia fu popolarissimo a Napoli, anche per merito dell'interpretazione colorita dell'attore Carlo Merlino», e «in ogni caso, fu a Napoli che vennero messi in risalto i suoi tratti più distintivi».
Il sospetto su Menego
«L'immagine e la postura particolarmente simile alla maschera padovana di Menego spesso traggono in inganno, come se si trattasse della stessa persona.»
Le due figure sono di rango sociale diverso — «Menego rappresenta un ingenuo ed ignorante contadino» — eppure «alcune antiche credenze popolari (particolarmente nel sud Italia) sostengono che Tartaglia sia Menego mascherato da dottore», o, in un'altra versione, travestito da giurista per sfuggire alla povertà. Tartaglia è del resto una maschera «affine a quella del dottore, dalla quale deriva».
Nei testi, e fino a oggi
«Lo scrittore Carlo Gozzi introdusse questa maschera nelle sue commedie», e «lo si ritrova anche all'interno della famosa commedia di Carlo Goldoni: Arlecchino servitore di due padroni».
«La maschera di Tartaglia è arrivata grossomodo fino ai giorni nostri con ulteriori modifiche al suo costume. Furono introdotte, infatti, una parrucca bianca, un cappello a punta ed un vestito verde e poi fu attenuato il suo continuo tartagliare che risultava seccante e noioso.»