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Don Annibale a Eboli - Le cinque chiavi alla cintura, una per ogni porta della città vecchia

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Don Annibale è la maschera storica di Eboli, in provincia di Salerno, e dà il nome a una farsa carnevalesca recitata per le strade della città nelle domeniche che precedono il Carnevale e il Martedì Grasso. La maschera ebolitana del «Don Annibale» è assai antica: risale ai primi anni del '700 e veniva recitata, cantata e suonata per le piazze del paese nelle domeniche che precedevano il carnevale e il Martedì Grasso, ultimo giorno di carnevale. L'autore resta sconosciuto: non si conosce l'anno in cui la farsa fu concepita, né il nome di chi la scrisse e la musicò, ma la struttura semplice del testo, il tema del «matrimonio ridicoloso» e l'analogia con altre cantate carnevalesche campane la collocano nel teatro popolare dei primi anni del 1700.

Le chiavi delle porte che non ci sono più

Il costume è frutto di contaminazioni ma possiede elementi caratterizzanti come il frac, il tipico colletto plissettato reminescenza della dominazione spagnola e un gilet.

Gli oggetti contano quanto l'abito. Tra le mani un lungo bastone ricoperto di sonagli e di fiocchi, al polso un «cornetto contro il malocchio» e alla cintura cinque chiavi, per le altrettante porte che un tempo cingevano la città vecchia. La maschera vera e propria, quella del viso, è stata ricostruita in vetroresina e strati d'oro.

Sei personaggi, tutti uomini

La farsa non regge su di lui soltanto. Sono sei i personaggi protagonisti: quattro maschili e due femminili, anche se questi ultimi era consuetudine che fossero interpretati da uomini, così come nel teatro greco-romano in cui le donne non erano ammesse. I personaggi che la compongono sono Don Annibale, l'amoroso di Giulietta; Giulietta, la figlia di zì Aniello; Zì Aniello, il padre di Giulietta; il Dottore, il medico di tutte le malattie; Pulcinella, l'amoroso di Carolina; e Carolina, la serva del Dottore.

Ognuno ha il suo carattere. Zì Aniello è un contadinotto restio all'amore tra Giulietta e Donn'Annibale; il Dottore è l'uomo saggio, un riferimento per la comunità, e una figura ricorrente in tutte le farse campane; Giulietta indossa i panni di una sposa, eccentrica e buffa, perché centrale nella farsa è il tema del matrimonio; Carolina, come lei, è di umili origini, una popolana, e nella seconda parte si fa prendere dalla «smania» per Pulcinella. Pulcinella, sebbene non ricopra un ruolo centrale nella farsa, ne è l'animatore: agitando la sua scopa, cosparsa di nastri e campanelli, attirava l'attenzione del popolo accorso per assistere allo spettacolo.

Un matrimonio ostacolato

La trama sta in poche righe. La farsa narra della celebrazione di unione tra Giulietta e il protagonista principale Don Annibale, contrastato da zì Aniello, padre di Giulietta, ma con l'aiuto di un intermediario, il Dottore che tutti i mali guarisce, i due riescono a convolare a nozze.

Poi arriva la seconda coppia. All'improvviso compare una nota figura carnevalesca, Pulcinella, che con molto folklore chiede la mano della serva del Dottore, Carolina, e il Dottore si trova a risponderne in prima persona, davanti alla richiesta di Pulcinella e alla volontà di Carolina di unirsi con il proprio amato. La farsa finisce con un invito rivolto a tutti i presenti a partecipare al matrimonio tra Don Annibale e Giulietta, accompagnato da una tarantella napoletana eseguita dai musicisti, sempre presenti.

Il grido che chiamava il paese

Prima dello spettacolo c'era il richiamo: «Venite, venite, viecch' giuv'n e femmene toste si chiama Ronn'Annibale u' carnaluar nuost'», questo era il grido che si udiva in strada per richiamare il popolo nelle domeniche che precedevano l'ultimo giorno di carnevale. In chiusura, invece, una strofa della farsa dice: «Signori che state attuorno, a c'hesta cerimonia c'avita intervení».

Recitata in strada da attori — perlopiù contadini — la rappresentazione veniva accompagnata da chitarre, clarinetti, trombe, fisarmoniche e scetavajasse. Le strofe in dialetto locale venivano accompagnate da una melodia tipica delle cantate settecentesche del Sud, e la farsa ebolitana sta accanto alla «Cantata di Zeza», che costituì l'opera buffa napoletana.

Le interruzioni e i ritorni

La tradizione si è fermata più di una volta. Subì un periodo di stasi durante la Grande Guerra; fu ripresa nel 1929, recitata come in origine fino al 1940 e, per alcuni anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Più volte nel corso degli anni è stata dimenticata, e ogni volta ripresa da chi si è impegnato a tramandarla.

La farsa fu poi ripresa dai «calzolai di S. Lorenzo, piazza Pendino, via Romano, Corso Garibaldi e via La Francesca, appassionati del carnevale», come testimoniano Aniello Ferraioli e Guglielmo Toscano in un documento consultabile presso la biblioteca comunale «Augelluzzi».

Il testo messo per iscritto

La farsa non aveva un testo scritto e veniva tramandata oralmente assecondando un canovaccio che nel tempo si è andato modificando. Solo negli anni '70 fu lo stesso Vito Dianese a metterla per iscritto dopo il suo trasferimento in Trentino Alto Adige, e divenuto pubblico il testo si riprese a recitare la farsa non solo ad Eboli ma nel resto della piana del Sele. In quel periodo si colloca anche una successiva trascrizione del poeta ebolitano Tullio Cataldo.

Il passo più recente è del 2003: su iniziativa del Comune si decise di caratterizzare il carnevale cittadino con la rievocazione della farsa popolare, e fu in quell'anno che il maestro Vito Mercurio ne rielaborò il testo e lo musicò.

Maschera ufficiale della città

Oggi il riconoscimento è doppio, uno regionale e uno comunale. La maschera etnoantropologica di Eboli, il Don Annibale, è ufficialmente entrata a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale della Regione Campania con un decreto della Direzione Generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania, ed è stata dichiarata con delibera comunale «maschera ufficiale della città». Negli ultimi anni la farsa è stata valorizzata e promossa dal Comune di Eboli e portata in scena dal Comitato di Quartiere Paterno, accompagnato dalla Banda Musicale - Città di Eboli; oggi la porta avanti l'associazione «Don Annibale - Farsa Carnevalesca di Eboli».

Il carnevale resta il suo tempo, ma non è più l'unico: oltre al periodo principe, la farsa ormai viene richiesta durante l'anno in vari eventi e in varie città. Per la prima volta la città di Eboli è stata protagonista a un raduno di Maschere Italiane, portando i personaggi della farsa carnevalesca fuori dai confini comunali. Le rappresentazioni finivano a tardissima ora della sera e si concludevano con una ballata, cantata e suonata nelle case delle varie famiglie che, con abbondanti mangiate, ospitavano i figuranti.

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